ECONOMIA

POSITIVE MONEY: LA SOLUZIONE (1^ PARTE)

POSITIVE MONEY: LA SOLUZIONE (1^ PARTE) - Agorà News on Line

Il sistema della moneta debito ha dato la peggiore prova di sè in questi ultimi decenni e lo vediamo nei concreti risultati odierni: fasi di esaltazione incontrollata ed esagerata dell’economia, si alternano a periodi sempre più ravvicinati di cupi cicli depressivi. E’ normale, in un sistema in cui la moneta ha assunto un ruolo metastatico, moltiplicandosi o scomparendo a velocità un tempo impensabili, che i medesimi cicli si verifichino a distanze temporali sempre più ravvicinate. Basti pensare alle crisi più recenti scatenati dallo scoppio della bolla delle Dot.com del 2000, seguita a ruota, dopo soli 8 anni, dalla grande crisi finanziaria che molti abbinano al fallimento di Lehman Brothers (che in realtà fu un mero effetto del crollo immobiliare generalizzato, che non riguardava certo solo Lehman). A tutto questo gli Stati e i rispettivi governi non hanno saputo reagire se non scaricando i costi sui contribuenti ignavi, fino a che, data l’immensa gravità della situazione, non sono intervenute le stesse banche centrali, con i ben noti quantitative easing prima negli Usa e dopo in Europa. Peraltro ogni forma di iniezione di liquidità avviene sotto forma di debito con interesse, circostanza questa che non aiuta certo la stabilizzazione dei conti. Unica eccezione è proprio il sistema bancario che ha ottenuto liquidità fresca dalle banche centrali ponendo a garanzia titoli privi di alcuna solidità nel sottostante (i noti “junk bond”, titoli spazzatura) ovviamente accettati senza alcuna obiezione o riserva di alcun genere. Nessuno dubita ormai che le vere bad bank siano oggi proprio le banche centrali, i cui rischi di fallimento sono ovviamente inconcepibili, a scapito della loro fama di Autorità carismatiche e prestigiose, al punto da assumere un ruolo di forte condizionamento del sistema politico, per quanto quest’ultimo democraticamente eletto. In ragione della la proprietà transitiva, si capisce che, laddove restassimo dell’idea che “la sovranità appartiene al popolo” (art. 1 costituzione) i conti non tornano. Chissà se il neo Presidente, che di Costituzione dovrebbe intendersene, avrà qualcosa da (ri)dire in proposito, ma dubito.

A tali difetti il sistema della moneta debito aggiunge quello scontato, ma non per tutti, che se nessuno

vuole indebitarsi, come accade in tempi di crisi, la moneta latita e la poca disponibile finisce per prendere strade lontana verso mercati più sicuri, aggravando al situazione. Temo che quando la banca d’Inghilterra (e con essa il Financial Times) sostiene che il 97% della moneta esistente viene creata dalle banche ordinarie piuttosto che dalle centrali, sia molto vicina al vero.

Nel 1933 con la mentre ancora ai tragici, freschi ricordi della crisi del 1929 il presidente americano Roosvelt approfittò delle relativa debolezza di immagine e di governance della giovane banca centrale americana (assurdamente denominata Federal Reserve) che poco o nulla aveva fatto per evitare la più grande crisi finanziaria dell’epoca moderna. Ben consapevole delle responsabilità della crisi, con i banksters chiusi in un angolo, riuscì a far passare il Glass Steagall Act con il quale venivano idealmente separate le banche tra banche commerciali e banche d’affari. Le prime incaricate di gestire solo i conti correnti dei depositanti, le seconde autorizzate a gestire solo gli investimenti. Anni dopo, nel 1936, l’ americano Irving Fisher, professore di economia politica a Yale, considerato il precursore della “positive money”, ipotizzava nel suo “100% money and the public debt” la definitiva sottrazione alle banche del potere di creare denaro, da riservare allo Stato, onde evitare che la gestione della moneta fosse indirizzata a meri scopi di speculazione privata con evidente nocumento per l’intera società. Il progetto verrà ripreso e ampliato anni dopo con il Modernising money” di Ben Dyson e Andrew Jackson; il primo verrà di fatto considerato il fondatore del movimento Positive Money, che mira a regolare ex novo l’intero sistema finanziario. Significativo che sir Mervyn King, già governatore della Bank of England dal 2003 al 2013 appoggi senza riserve il progetto. Degno di note l’approccio diverso al problema monetario della dottrina di P.M. rispetto alla Memmt: mentre la prima considera tutta la moneta espressione del debito artificiosamente indotto dal sistema bancario verso la collettività (come vedremo meglio dopo), la seconda sorvola sul problema del debito soffermandosi piuttosto su quello della distinzione tra stati a moneta “sovrana” cioè quelli che hanno una loro banca centrale ed una propria valuta (e sono quindi in grado di spendere senza limitazioni) e Stati a moneta “non sovrana” che poi secondo la visione mosleriana sarebbero solo quelli dell’eurozona, in quanto utilizzatori di una moneta che “non appartiene a nessun Stato” cioè quella emessa dalla BCE. Nessun ruolo di creazione monetaria viene riconosciuto alle banche ordinarie; coerentemente la memmt ritiene che il signoraggio seocndario, cioè la moneta creata dal nulla dalle banche ordinarie, non è un problema poiché solo la banca centrale creerebbe moneta. Peccato che non solo oggi la Banca d’Inghilterra ma da decenni la stessa Federal Reserve americana, sostengono qualcosa di molto diverso (continua)

By Ludovico Fulci

17/04/2015 commenti (0)

LIVELLO DI INFORMAZIONE IN ITALIA SUL DEBITO

LIVELLO DI INFORMAZIONE IN ITALIA SUL DEBITO - Agorà News on Line

Il livello di informazione in Italia:
Sui giornali: la crisi e’ dovuta ad un eccesso di debito sovrano ( debito pubblico )
Sui libri ( almeno quelli … giusti) e addirittura Dalla Bce (Vitor Costancio,2013) : la crisi e’ di debito privato estero ( tecnicamente deficit delle partite correnti di quasi tutti i paesi dell’eurozona)
Risultato: migliaia di miliardi di euro volano via dai bilanci statali per salvare i bilanci di moltissime banche europee ( solo per la tedesca hypo real ben 100 miliardi). A questo punto che salti fuori una crisi di debito pubblico e’ normale: ma parliamo di causa o di effetto?
MA A CHI GIOVA RACCONTARE IL FALSO E FARSELO AVVALORARE COME VERITA’ dalla stampa ? Semplice: ai banchieri, così bene illustrati nel loro agire da Giuseppe Povia che hanno potuto attingere dai bilanci pubblici le risorse sottratte ai cittadini, poi dopo LORO SI tartassati ( dopo il danno, la beffa) mentre i sig. Banchieri continuano a lucrare guadagni da favola truffando i popoli dai quali altro non fanno che estrarre ricchezza dal loro sudore e dalle loro fatiche quotidiane. Fosse passata la linea dell’origine della crisi come crisi di debito privato provocato dalle loro nefandezze ( uso spropositato dell’esercizio dei loro prestiti – truffa) non sarebbe stata “presentabile” la distruzione dello stato sociale e del tessuto economico di intere nazioni attraverso il massacro fiscale e la condanna alla precarietà perenne non solo del lavoro ma addirittura del futuro di intere generazioni .

By Ludovico Fulci

15/03/2015 commenti (0)

VERO VS FALSO

VERO  VS FALSO - Agorà News on Line

Definisco strutture del pensiero economico i fondamenti che regolano i meccanismi di base dell’economia fondati su una regola semplice ed essenziale: lo scambio di beni e servizi. Definisco sovrastruttura del pensiero economico tutto ciò che serve per mistificare, confondere , sviare, disinformare, equivocare e mentire in merito alla semplicità del percorso sovra descritto allo scopo di consentire ad una minuscola percentuale della razza umana ( circa lo 0,01 %) di esercitare il predominio economico/ finanziario sul rimanente 99,99% della popolazione mondiale. Oggi possiamo con certezza affermare che le sovrastrutture superano le strutture nella proporzione di 100 a 1. Nel complesso delle procedure che regolano il discussissimo Quantitative Easing della Bce, ad esempio, siamo in presenza di semplici sovrastrutture del pensiero economico. Non c’è nulla di reale non c’è nulla di vero non ci sta nessuna soluzione dei problemi reali che ci affliggono, anch’essi creati ad arte. Si parla realmente del nulla. draghi, la Merkel e chissà quanti altri dicono che adesso dopo il QE, che ” da solo non basta” tocca fare le “riforme”. Ma sto QE che QUESTI SIGNORI HANNO PROGETTATO MISTIFICANDO LA REALTÀ DEI FATTI COME IN REALTÀ e’ stato Concretamente posto in essere ?? Semplice: Qualcuno si è seduto ad un pc ed aperto un programma nemmeno troppo dissimile a facebook digitando ( o ha già digitato ) numeri sullo schermo di un PC. Ecco la fatica enorme del sistema bancario di oggi: digitare numeri al pc. Così nasceranno da qui al settembre 2016, i fantastiliardi di Draghi. Bene. E il popolo cosa deve dare in cambio di queste belle digitazioni ( fatte con chissà che mani curate, eleganti e raffinate…) ? Il proprio futuro, la precarizzazione dei salari, redditi costantemente bassi ( perché bisogna essere COMPETITIVI COLLACINAAAAAA) conditi da miseria , disoccupazione, preoccupazione, fino alla scarsa voglia addirittura di vivere. Questo, in buona sostanza, deve dare la collettività in cambio, di pochi bit digitati al computer. Che lo faccia Draghi o la banca sotto casa poco cambia.cambia al max il fatto che vogliono accentrare il potere bancario nelle banche Too Big to Fail come le chiamerebbero in America facendo sparire le banche popolari che quantomeno assicuravano l’erogazione di credito sul territorio evitando di giocherellare con quelle bombe nucleari finanziarie chiamate derivati. Cosa che le faceva mantenere in relativa buona salute ( ed ecco perché ora finiranno divorate dai soliti avvoltoi spalleggiati dal politico di turno). Tutte sovrastrutture del pensiero economico ovviamente . La struttura direbbe qui molto poco. Direbbe che essendo la creazione di denaro dal nulla un attività che permette di acquisire un potere semplicemente mostruoso ( specie se poi ti fai DA TE regole contabili che ti consentono di occultare nei bilanci gli enormi utili che ne derivano) questa dovrebbe essere sottratta al segreto, alla fatidica indipendenza e autonomia nonche alla segretezza tipiche dell’attività bancaria latu sensu, per essere riportata nella chiarezza e trasparenza dei bilanci nell’ottica di una visione realmente democratica delle regole della finanza che dovrebbero consentire la proprietà all’origine dei valori monetari al popolo quindi allo Stato e MAI E POI MAI AI PRIVATI.La struttura, logicamente non direbbe e non potrebbe dire molto più di questo. Abolirebbe le speculazioni, le vendite allo scoperto, i derivati, la riserva frazionaria, le dark pool e lo shadow banking, così come l’High Frequence Trading, tutti strumenti pensati e concepiti solo per consentire accumuli di ricchezze spropositati al famoso 0,01 di cui sopra. Tutte aberranti sovrastrutture del pensiero economico, nate in tempi più o meno recenti , ma che rappresentano tutte delle metastasi rispetto all’unica cellula sana dell’economia: lo scambio. Se mezza umanità producesse beni A e l’altra mezza beni B e tutto ciò che serve per vivere bene all’uomo, sarebbe costituito dal possedere solo beni A e B basterebbe scambiarseli direttamente. Chi potrebbe mai consentire che poche persone pretendessero di indebitare tutto il resto mondo del valore complessivo di A + B? Oggi confusi dal fatto che i beni di cui necessitiamo vanno da A a Z accade proprio questo, cioè pensiamo che l’attività bancaria sia un attività come le altre. Una lettera H oppure Y o altro…. Invece l’attività bancaria e’ l’indebitamento perenne di tutto ciò che produciamo e necessitiamo, dalla A alla Z, il mago prestigiatore che dipinge realtà illusorie, il burattinaio che oltre a tirare le file delle nostre vite, gestisce in modo diabolico ed ipnotico l’intero mondo irreale delle sovrastrutture economiche. Insomma, sintetizzando alla romana maniera : ce stanno a fa un QE così a tutti…….

By Ludovico Fulci

24/01/2015 commenti (0)

LA SVIZZERA SUONA LA CAMPANA A MORTE DELL’EURO?

LA SVIZZERA SUONA LA CAMPANA A MORTE DELL'EURO? - Agorà News on Line

Qualcuno mi ha chiesto cosa ne penso della situazione svizzera dopo la famosa rivalutazione del franco. Da quota 1,2 con l’euro ad una situazione di sostanziale parità dovuta alla fine del rapporto fisso di cambio tra € e CHF voluta dalla banca nazionale di quel Paese. Ovvio che la rivalutazione del franco ha provocato subito forti pressioni sulla borsa svizzera che ha chiuso con forti perdite. L’avvenuta rivalutazione del franco decisa dai mercati non appena le manovre valutarie della BNS volte a sostenere il cambio, di fatto sottovalutato, su quel livello (1,2 CHF per un €) sono venute meno preoccupa infatti tutto il settore dell’export elvetico. Tengo a sottolineare subito una cosa; in caso di uscita dell’Italia dall’euro avverrebbe esattamente l’opposto di ciò che è’ avvenuto in svizzera e la nuova lira sarebbe immediatamente svalutata sui mercati ( dal 20 al 30% rispetto all’euro, qualora sopravvivesse ad una euroexit italiana ma ho forti dubbi) : se la rivalutazione ha penalizzato la borsa elvetica cosa accadrebbe con un massiccia svalutazione ?? Specie con riferimento alle attività economiche tradizionalmente rivolte al l’export ? Risposta facile facile…. Ciò premesso ci si chiede … Ma allora gli svizzeri non saranno mica come quel sig. Tafazzi che se le martellava da solo? Stanno penalizzando la propria economia!! Arghhh … tranquilli, niente di tutto ciò, basta valutare una cosa molto semplice : gli svizzeri sono un Paese sovrano con una moneta ( quasi) sovrana. Se ti poni su queste basi, ogni manovra finanziaria che sia crea danni sempre e comunque limitati perché alla fine entrano in gioco le normali regole dei mercati e dei cambi, da noi precluse dai vari trattati UE ( da quello sull’euro ai vari trattati di, presunta, Stabilità ). Se l’export svizzero diminuirà ci sarà una minore richiesta di franchi svizzeri per comprare beni svizzeri ed una maggiore richiesta di euro, da parte degli svizzeri, per comprare i beni dei paesi circostanti ( tutti dell’area euro). Cosa accadrà allora? Che si rivaluterà l’euro e si svaluterà il franco, come da normalissima legge della domanda e dell’offerta che funziona con le valute esattamente come funziona nel normale scambio di merci ( anzi in modo più reattivo nel primo caso piuttosto che nel secondo ). Quindi se l’economia elvetica continuerà a tirare sostenuta dalla propria domanda interna ( e sarà cosi perché tutto potrà mancare agli svizzeri, a iniziare dalla simpatia per finire con l’allegria, ma non mancano loro certo i soldi), non accadrà un beato cavolo di nulla ( anche per il peso insignificante dell’economia svizzera a livello europeo ). Ma allora resta la domanda : perché ? Al netto di eventuali manovre speculative che stanno ( forse) arricchendo qualcuno con l’eventuale complicità di qualcun altro, ma che noi adesso non possiamo conoscere ( vero Soros?) l’ipotesi che residua e’ che davvero la svizzera non vuole avere più nulla a che fare con una valuta di cui inizia ad annusare la fine imminente. Il cambio svizzero adesso fluttua liberamente ed è pronto ad entrare in gioco nei rapporti di cambio con le valute che sostituiranno l’euro. Le grandi riserve di euro accumulate vendendo negli anni franchi svizzeri, per tenere sottovalutato il cambio favorendo il proprio export, potranno essere cedute per riacquistare franchi. Alias: mi privo della moneta a rischio esplosione per rimettere nei miei forzieri la mia valuta … Pericolo da quantitative Easing di Draghi? A mio avviso il solito false flag… Il qe serve solo a rimettere in sesto le banche dell’eurozona ancora afflitte da una folta presenza di titoli tossici nei propri bilanci, circostanza accertata dai recenti ( autunno 2014) stress test della Bce ( ed infatti chi ha buona memoria ricorderà che obiettivo principale del TLTRO di draghi era l’acquisto di ABS, classico titolo tossico americano e che nel famoso ” targeting” non erano ricompresi i prestiti per acquisiti di immobili quando invece l’edilizia avrebbe potuto fungere da veicolo trainante di una eventuale ripresa o “ripresina”che fosse) … Draghi sa benissimo che per quanto … Sputi fuoco… Inondare di soldi gli stati con interessi bassi ( ammesso che la Germania lo vada a consentire) non servirà a nulla, se il tessuto economico- sociale non te li chiede piu’ , perché la fiducia e’ stata distrutta dall’azione irresponsabile, per non dire criminale, di coloro che il credito lo avrebbero dovuto sostenere ed assicurare all’economia reale. Puoi portare il cavallo a bere alla fonte ma se non ha sete non berrà nemmeno un goccio d’acqua… Poco da fare … In definitiva quindi a margine di questa brevissima analisi credo che lo sganciamento del CHF possa in effetti essere paragonabile alla mossa rapida di colui che si allontana velocemente con la propria auto dal condominio che sta per prendere fuoco… Buon euroexit a tutti…

By . Ludovico Fulci

19/01/2015 commenti (0)

PERCHE’ LA DOPPIA MONETA E’ UN ERRORE

PERCHE' LA DOPPIA MONETA E' UN ERRORE - Agorà News on Line

Si legge su molti sintesi l’idea di una doppia circolazione monetaria costituita dall’euro affiancato da una valuta nazionale che chiameremo Nuova Lira (NL), per motivi politici chiari (salvare capra e cavoli, cioè voti di pro euro ed anti euro) ma motivi economici molto più oscuri e diversificati.

Facciamo il punto sulla questione. Innanzitutto la lex monetae del nostro codice civile (art. 1277 e ss. Cod.civ.) non contempla una cosa del genere che costituirebbe un precedente unico nella Storia d’Italia e dovrebbe quindi essere cambiata in corsa, poiché le attuali disposizioni sarebbero inapplicabili in quanto non prevedono la doppia circolazione ma solo un cambio di moneta (ad es. dall’euro alla nuova lira, ma non il mantenimento in corso legale di entrambe).

Mettiamo per un attimo, per gentile concessione di Mario Draghi, di averle entrambi: un euro per le transazione interne /esterne una NL solo per quelle interne. Avremmo già il problema da subito di determinare il cambio reciproco, per mille motivi, tutti molto ovvii, a iniziare dall’impossibilità pratica di impedire ad un turista straniero di cambiare che so, i dollari direttamente in NL. Ora per una legge economica molto semplice detta legge di Gresham, la moneta “cattiva” scaccia la moneta “buona”, cioè la gente tenderà a tesaurizzare la moneta più “utile” (cioè l’euro) e sostituirla per le spese immediate con quella meno “utile” (la NL, meno utile perché impiegabile solo a livello nazionale). Cosa accadrà ? una cosa molto semplice: circoleranno molte lire e pochissimi euro. La lira infatti, sarebbe molto più richiesta dell’euro, in Italia ed il cambio lira/euro ne risentirebbe, cioè si rafforzerebbe a favore della NL (partendo da un cambio fissato uno a uno, l’equilibrio potrebbe realizzarsi a uno/1,5, cioè servirà alla fine un euro e mezzo per comprare una NL). Ovviamente chi vende continuerebbe a vendere in lire poiché più conveniente: chi volesse comprare in euro dovrebbe quindi pagare di più, almeno in Italia (perchè la domanda di NL come abbiamo visto supererebbe di gran lunga quella di euro).

Questo ci spingerebbe ad acquistare prodotti analoghi in altri paesi dell’area euro poiché per forza di cose più convenienti. Ma il debito pubblico, i trattati di stabilità, i piani di rientro del debito, ecc? tutto assolutamente insostenibile a queste condizioni, senza citare poi il caos che ne deriverebbe alla scadenza delle varie obbligazioni (ti pago in euro, NL o fifty/ fifty?) specie in ambito internazionale. Gli investitori internazionali in euro come verrebbero ripagati alla scadenza? Nel calcolo del famoso 3% nel rapporto deficit / PIL saremmo autorizzati a convertire tutto il Pil prodotto in euro o una parte dovrà essere valutato in NL?

Naturalmente ciò che ha peso specifico determinante nella critica di tale eventuale opzione, tenuto conto che l’operazione di emissione della lira avverrebbe in regime di sovranità monetaria parziale, equivalente alle vecchie procedure di emissione della lira (quindi tramite acquisti di bond da parte della Banca d’Italia), è collegato al fatto che si verificherebbe la situazione, di certo invisa alla Troika, di un Paese che potrebbe assolvere ai suoi obblighi di bilancio in euro stampando NL e convertendole poi in euro. Vedrebbe si aumentare il proprio debito in lire (fregandosene poiché gestibile attraverso la sua banca centrale) ma diminuire quello in euro; potrebbe cioè ottemperare agli obblighi dei vari Trattati, bypassando ogni forma di controllo dell’emissione da parte di Francoforte.

Tanto vale a questo punto far sganciare l’Italia dall’euro consentendone l’utilizzo di una valuta propria, comunque denominata.

Quindi abbiamo in definitiva almeno tre problemi seri in ipotesi di doppia circolazione: quello di rischio di una forte tesaurizzazione dell’euro dovuto alla legge di Gresham, quello di un aggravamento della bilancia

commerciale (aumento dell’import) e quello della totale incompatibilità che si verrebbe a creare con le

regole dei vari patti di (in)Stabilità.

Diverse le valutazioni in caso di euro accompagnato da una moneta locale a dimensione regionale o meglio ancora comunale. La domanda di moneta “cattiva” sarebbe molto più bassa del caso precedente e gestita in loco solo per l’acquisto di beni e servizi localmente prodotti. Non si porrebbero problemi di cambio con l’euro per il numero limitato di operazioni di scambio: esperienze di monete locali ne esistono a migliaia nel mondo e nessuna ha mai posto un problema del genere. La sua emissione avverrebbe a cura dell’autorità comunale o regionale, senza quindi alcuna contestuale emissione di debito e conseguente pagamento di onerosi interessi e operazioni speculative di vario genere. Avrebbe una reale funzione anti globalizzazione perché spingerebbe all’acquisto di beni e servizi a chilometri zero aumentando la domanda interna e l’occupazione. Consentirebbe allo Stato di liberare risorse per la realizzazione di opere pubbliche nazionali veramente utili.

Sarebbe una cura si, agli attuali mali generati da questa crisi senza fine, ma, va detto, anche la moneta locale non sarebbe la liberazione totale dalla spirale soffocante della schiavitù del debito, liberazione raggiungibile solo con la definitiva riforma delle procedure di funzionamento di tutto il sistema bancario: stop a quel disastro sociale chiamato moneta debito e definitivo ripristino della piena sovranità monetaria,

in nome e per conto del popolo, solo così realmente sovrano.

“ e quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV canto, 139)

By Ludovico Fulci

JOBS ACT – UN FALLIMENTO ANNUNCIATO

JOBS ACT - UN FALLIMENTO ANNUNCIATO - Agorà News on Line

Col jobs act e decreti annessi quindi il governo attuale si aspetta un rilancio economico ( la famosa ripresina che qualche miope gia vede diverrebbe una ” ripresona” mah….) grazie ad una migliore competitività delle imprese ed al rilancio occupazionale. Non sono idee di per se astruse… Di certo il J.A. contiene norme di de fiscalizzazione ( anche se andrebbero verificati i tempi di entrata in vigore) e norme che in buona misura comporteranno una sostanziale riduzione del costo del lavoro per le imprese attraverso la precarizzazione salariale, potenzialmente in grado di eliminare ad esempio due stipendi da 1.200 euro per sostituirli con tre da seicento : maggiore produttività quindi migliore competitività sui mercati. Non vi è dubbio che il commercio con estero ( solo in minima parte favorito dal deprezzamento dell’€ rispetto al $) darebbe segni di rilancio portando ancora di più la bilancia commerciale italiana ( saldo netto tra import ed export) verso il segno più … Questo e’ il credo e verbo unico, d’altronde, delle visioni ( o meglio miraggi) dell’attuale, dominante, pensiero unico neo liberista secondo il quale l’unica fonte di arricchimento per un Paese non può che essere il saldo positivo della bilancia commerciale cioè esportare più di quanto si importi in modo che i movimenti finanziari possano seguire il flusso opposto ( essere importati più che esportati ). Lo Stato ? Ruolo zero.
Ma funziona proprio così ?? Proviamo a ragionare in modo semplice. Intanto abbiamo subito un grosso problema : la moneta debito. Conferire un tale monopolio alle lobbies in cosi stretto contatto col potere politico da condizionarne ogni decisione e’ già di per se un problema. Una volta risolto lo scomodo problema di non far capire un cavolo alle masse, soprattuto in campo monetario ( dove il bluff è davvero inverosimile ) non si deve far altro che controllare istruzione e comunicazione ed il gioco e’ fatto. Le vittime in pochissimo tempo vengono trasformate nei carnefici di loro stessi ( alias: ” hai votato quel politico? mo’ te lo tieni e paghi” et similia) ed i problemi seri vengono del tutto deviati da una corretta informazione verso binari morti come quello sopradescritto ed anche con riguardo agli studiosi ben più attenti ( spesso anche loro non sempre in buona fede). Quindi cosa ci sta che non va il quel ragionamento ?? Semplice. Manca la visione complessiva a livello macro. Dire ad es. che adesso abbiamo un occupato in più è concetto miope perché nulla dice sul fatto che adesso abbiamo anche 600 euro in meno sul circuito economico con gli enormi danni che me conseguono ( prima avevamo 1200 per due= 2400 euro, ora abbiamo 600 per tre= 1800 euro); e’ evidentissimo che tutto questo porterà ad una gravissima riduzione della domanda interna di beni; aumenterà quella estera ( anche grazie ad una economia USA che pare torni a girare) ma ciò andrà a profitto delle imprese non dei privati. E che le multinazionali straniere siano così disposte ad investire in Italia e’ tutto da vedere e da dimostrare atteso che la domanda interna del nostro paese resterebbe bassissima mentre resterebbe alta la tassazione degli utili ( salvo consentire in via definitiva ed ufficiale quei trucchetti contabili strani ma molto popolari e che vorremmo combattere, per cui guadagno qui ma mi faccio tassare dove pago meno). Quindi : pochi soldi in Italia, consumi bassi export che tira ma bassi investimenti. Risultato? Un debito pubblico enorme da fronteggiare con entrate fiscali ridotte all’osso proprio dai bassi consumi? Conseguenza : ulteriori tagli di spesa ed ulteriori tasse ed imposte a pioggia che non faranno che aggravare ulteriormente la situazione. Quindi maggiore occupazione ( ammesso che il J.A.porti a questo) non vuol dire migliore situazione economica e maggior benessere e non vuol dire nemmeno conti a posto, come appena dimostrato. Idem per la liberalizzazione, che in mondo globalizzato significa spostare utili dove si vuole e pagare le tasse dove si vuole, sotto la minaccia del ricatto occupazionale. Chi confonde liberalizzazione e libertà accomunandoli in una (il)logica consequenzialità, non ha capito nulla ne’ di economia ne’ di storia … Essere liberi in un mondo senza regole vuol dire divenire schiavi del più forte o accontentarsi di vivere in una caverna e cacciare con un bastone appuntito.
Caso stranissimo poi, i liberisti di oggi vogliono tutto libero tranne una cosa: la moneta. Quella non deve essere di proprietà degli uomini liberi ( specie oggi che non è oro ma semplici bit al pc), mai sia, ma deve essere un loro debito. A favore di gente che la crea dal nulla attraverso semplici digitazioni al pc. Ma che ciò facendo diviene proprietaria di tutto ciò che nel mondo reale viene realizzato … Una bella libertà, non c’è che dire….
Il JOB ACT e’ quindi così profondamente sbagliato sotto l’aspetto economico ( una ricetta del genere in periodi di crisi non ha mai risolto nulla) che viene il dubbio che non sia stato appositamente voluto così proprio per far saltare il banco…
Se in una crisi legata alla mancanza di soldi opponi una ricetta che ne farà circolare meno e’ come pensare di curarsi un raffreddore tagliandosi via il naso.
Intanto a quanto pare le proteste per il pericolosissimo TIIP ( accordo di partenariato USA UE) aumentano davanti la sede del Parlamento europeo a Bruxelles ma la nostra stampa criminale si guarda bene dal farne minimo cenno … Altro che Job act … Auguri e buona fortuna a tutti per il nuovo anno: ne abbiamo davvero tantissimo bisogno….

by Ludovico Fulci

31/12/2014 commenti (0)

IL JOB ACT CHE NON CI SALVERÀ, ANZI….

IL JOB ACT CHE NON CI SALVERÀ, ANZI.... - Agorà News on Line

Sono stati varati dal governo i decreti attuativi della riforma del lavoro. Per carità … Nessuno si aspettava chissà cosa da Renzi & C. Viste le premesse contenute nella delega… Ora con tal riforma dovrebbe partire l’economia, annuncia senza troppa convinzione il ministro Padoan. Siamo ai soliti annunci per la massa smemorata che ancora li ascolta. Non ci sarà nessuna ripresa e lo sanno. L’unico vero motivo per cui questa crisi infinita resta tale e’ la mancanza di risorse finanziarie a disposizione dell’economia reale. Ma la moneta e’ debito e siccome debiti non ne possiamo contrarre per rimanere nei famosi parametri imposti dai Patti di Stabilità ( l’ormai mitico treppercento) non ci resta che sperare che almeno le banche mettano in moto il loro meccanismo di creazione monetaria ( sempre a debito, ovvio) cioè i prestiti all’economia reale. Il problema sta nel fatto che hanno creato un tale sconquasso economico e una tale crisi di fiducia che non ci sta più nemmeno chi glieli va a chiedere sti benedetti soldi . Siamo quindi già sotto due a zero e con al deflazione alle porte e allora il governo, nell’ansia di rimonta e per evitare la sconfitta che fa? Punta all’autorete. Come lo fa? Col job act . Perché ?
Semplice . Perché in una realtà che ti chiede soldi e fiducia rendi irrisolvibile una situazione di per se drammatica, se ti metti a ragionare in termini di libertà di licenziare ( specie i giovani= contratto a tutele crescenti vuol dire proprio questo) allo scopo di assumere altra gente che pagherai quattro euro, per far si che così la nostra impresa torni ad essere competitiva sul mercato ( senza toccare il cambio) anzi come dice la Debora Serracchiani ( altra ” bella” personcina di piddina cultura economica, cioè zero, alla quale i posteri dovranno cmq guardare con sguardo severo…) ” adesso gli investitori internazionali non hanno più scuse a non investire in Italia ” . Certo cara Deborah, non ne hanno, infatti verranno da noi, come no ? ma solo a comprare a due soldi ciò che gli state offrendo su un piatto d’argento di quel che rimane del meglio del Made in italy, senza alcuna remora a mettere sul lastrico intere famiglie ( italiane, beninteso). Si sa, al mondo la nostra pmi da molto fastidio ma ci state pensando bene voi a distruggerla… in compenso le multinazionali saranno molto più competitive grazie al loro sottoproletariato schiavizzato, ergo si farà tutto meglio, senza rivolte di piazza e soprattutto con meno soldi, dato che quelli che servivano a rilanciare davvero l’economia avete badato bene dal metterli in circolazione, visto che, invece della sovranità monetaria di cui ogni stato realmente democratico dovrebbe godere, avete optato per metterci tutti a pendere dalle labbra dei mercati dei capitali ( banche e fondi, tanto per essere chiari …) e delle agenzie di rating, nei confronti dei quali avete agito, anzi state ancora agendo, da elegantissimi e raffinati camerieri. Ma avete ignorato qualche particolare ” di poco conto ” : come pensate di sostenere l’enorme debito pubblico nazionale in un sistema in deflazione a causa di bassi salari?? Mistero. Dove prenderete le entrate necessarie a pagare i creditori internazionali ?? Dai patrimoni privati?? Boh…. Come pensate di trasmettere fiducia in un sistema in cui oggi lavori ( a due soldi) ma domani non si sa…. ? Con quali fondi pensate di sostenere le famiglie di coloro che verrano espulsi dal mondo del lavoro e che altro lavoro non troveranno se non a stipendio ( se va bene ) dimezzato? Cosa direte a chi non potrà quindi nemmeno pagare il mutuo e a coloro che non avranno nemmeno di che nutrire i loro figli? Ora sono ( relativamente) pochi per cui potete nascondere bene l’inganno perché i vostri amici depistatori e disinformatori della stampa e delle tv nazionali, vi aiutano per quel che possono, ma quando il problema toccherà la massa che farete ? Che direte? Potremmo sempre aggiungere una stima economica degli stupri, dei suicidi, dei femminicidi e perché no? Delle tangenti… Così da aumentare ancora il pil, dopo droga prostituzione e contrabbando già inclusi su brillante iniziativa dei vostri amici della UE …

by Ludovico Fulci

30/12/2014 commenti (0)

LE TANTE FACCE NEFASTE DEL PENSIERO UNICO

LE TANTE FACCE NEFASTE DEL PENSIERO UNICO - Agorà News on Line

Per quanto strano possa sembrare, si discute molto oggi, nei salotti specializzati della finanza, su quale potrebbe essere l’alternativa a questo deleterio e pericoloso sistema, che minaccia di deflagrare all’interno dell’intero mondo occidentale. Una seria testimonianza di questi timori è data dalla corsa all’oro da parte delle banche centrali, evidentissimo segno di debolezza e di sfiducia dei mercati in ogni possibile ripresa. Quando il sistema non si fida più di se stesso la minaccia si fa seria. Una delle prove più evidenti, però, del rigetto degli attuali fondamentali monetari, la troviamo, incredibilmente, in alcuni interventi editoriali. Non deve meravigliare che siano gli stessi ambienti più connessi con il vero potere a poter esercitare il più profondo diritto di critica verso se stessi. Ecco che ad es. sul The Guardian nel novembre 2011 appare un articolo dal titolo significativo dove il suo autore, Ben Dyson, si interroga su come sia stato possibile privatizzare di nascosto il denaro, esordendo con l’affermazione “la più grande privatizzazione della storia non ha fatto notizia”; ancora più recentemente, nell’aprile 2014, Martin Wolff, uno degli editorialisti economico finanziari più conosciuti e stimati del pianeta, si chiede se non sia giunta l’ora di togliere alle banche private il potere di creare moneta dal nulla. Un potere esercitato, molto banalmente, attraverso semplici accreditamenti dei conti correnti dei propri clienti o semplicemente scrivendo un numero su un assegno. Va da se che, il denaro in questione, prima di tale scrittura contabile, non esiste e viene creato proprio nel momento stesso della sua erogazione all’ignaro cliente, che dovrà spesso lavorare una vita per poterlo restituire, sovente nemmeno riuscendovi e restando così esposto alla perdita del proprio bene. Ma non tratterò di questo.

Il noto economista Paul Krugman critica Wolff poichè ritiene che una simile “retromarcia” spingerebbe ancor più il sistema verso la cosiddetta finanza “ombra” cioè del tutto deregolamentata, forse facendo finta di ignorare che un vero recupero di sovranità statale dovrebbe piuttosto farsi carico di impedire la stessa sopravvivenza di un sistema finanziario deregolamentato la cui dannosità è stata adeguatamente sperimentata sulla pelle dell’umanità intera. Wolff logicamente replica che restare su questa via ci lascia esposti ai consueti fenomeni di crescita esponenziale causata da bolle fuori controllo e di speculazioni di ogni genere, forma e pericolosità.

Ad un livello molto più basso, disinformatori delle varie categorie (volontari e involontari) ci mettono sul chi va là alla sola idea di un affidamento della sovranità monetaria agli Stati: tale opzione sarebbe una gran fesseria atteso che mostruosi livelli di inflazione ci attendono alle porte di tutto ciò che non abbia l’etichetta di “debito perenne”. Eh si, perché se ti indebiti stai attento a non chiedere troppi prestiti ed il denaro che circolerà sarà sempre quello giusto. Tra le miriadi di argomentazioni che potrebbero tranquillamente smentire tale insulsità, la più eclatante è che non si può certo credere che la “privatizzazione” del denaro, di cui parla Dyson, sia stata oggi realizzata a mero uso consumo altrui, nemmeno dei veri creatori di ricchezza. Che nel 99,99% dei casi appartengono all’economia reale non certo a quella finanziaria, per il cui calcolo del relativo contributo allo sviluppo sociale ed economico del pianeta, se volessimo proprio indicarlo in termini percentuali, saremmo obbligati ad usare un numero preceduto da segno meno. A completare il paradosso, è del tutto evidente che questo sistema appare

enormemente privilegiare il restante 0,01%, artefice del suddetto contributo negativo.

Incredibilmente, pare proprio che sia la stessa elitè quindi ad interrogarsi sulla gestibilità futura dell’intera impalcatura finanziaria odierna, viaggiando con la propria mente oltre un futuro diverso. Segno che, tra gli Illuminati di cui parlava Tremonti ad una nota trasmissione di Santoro, qualcuno è davvero illuminato e cerca di scrutare oltre, nel buio futuro che ci attende. Questo deve far riflettere, perché corollario di tutto ciò è che, se esiste un dialogo sul problema e che addirittura balza agli onori della cronaca, almeno di una parte, ciò potrebbe essere dovuto ad una sorta di conflitto in corso, per quanto sommerso e latente, tra coloro che, afflitti da inguaribile shortermismo, (lo stesso di cui si era già accorto Keynes, ancora negli anni Trenta, nel libro 12° della sua Teoria Generale) puntano solo ai guadagni attuali o quanto meno di breve periodo, dimenticandosi di ogni possibile conseguenza futura delle loro nefaste azioni e coloro che invece vogliono tornare a parlare di economia reale e vedono nella crescita economica il solo vero presupposto per la prosecuzione del regolare e tradizionale sfruttamento del lavoro dei popoli, prendendo così in buona parte le distanze dalla speculazione pura e semplice. Diciamo subito che nessuno dei due volti del (vero) pensiero unico mondiale, è benevolo verso l’umanità. Differiscono nel senso che, mentre il primo ci spinge verso un precipizio del quale osserviamo ormai avvicinarsi il bordo, il secondo sembrerebbe mirare ad un controllo morbido, una schiavitù pilotata con la

tradizionale saggezza alternata a spietatezza tipica del J.P. Morgan di turno. Una corda al collo che lascia spesso e volentieri respirare la vittima designata, affinchè esprima il proprio genio e la propria creatività con un serio impegno lavorativo, i cui frutti tanto, prima o poi, cadranno inesorabili nella cesta dell’attento banchiere. Ma sarà proprio così? Manco a dirlo, in questo dialogo, l’assenza sul tema di governi e parlamenti è totale, così come in ogni think thank e nella stragrande maggioranza della società civile e delle istituzioni, il cui pensiero è del tutto deviato e indirizzato verso la lotta contro il politico – pupazzo di turno quando non addirittura contro l’evasorecattivoladro. Sull’argomento euro le notizie di stampa corrette filtrano col contagocce, soverchiate però da preoccupazione, esitazioni ed incertezza, nel timore di una possibile inversione degli ordini di scuderia proprio sul tema euro.

Che i motivi della crisi riposino nell’eccesso di finanza privata, col debito pubblico e “i conti a posto” a farla da capro espiatorio, può essere compreso solo da chi abbia la pazienza e il tempo di propinarsi qualche centinaia di pagine di testi di economisti quotati (tra questi svariati premi Nobel) piuttosto che ascoltare al tg5 o su TgRa(gl)i vari ripetuti lamenti disarticolati che sembrano dire tutto senza spiegare nulla.

Buona parte dell’elitè quindi si interroga se l’aumento esponenziale della finanza privata, le cui malefatte vengono scaricate più volte sui contribuenti come sottrazione del loro potere d’acquisto, ci conduca o meno verso una futura condizione di equilibrio sociale sostenibile. I meno lungimiranti pensano di si o ancora peggio non si pongono la domanda. Altra parte dell’elitè, come abbiamo visto, pensa di no e vorrebbe tornare a parlare di economia reale. Un segnale in questo senso è nell’attribuzione del premio Nobel 2014 per l’economia al sessantunenne francese Jean Tirole grazie ad una tesi che sembra più argomentare sulla disciplina dei mercati piuttosto che sulla necessità della loro selvaggia liberalizzazione.

Il terreno su cui si adesso si combatte questa lotta appare essere quello della sopravvivenza dell’euro: se da una parte opera una elité di stampo nordamericano che pare abbia optato per lo scioglimento dell’eurozona e per l’indebolimento della Germania, un’altra frangia, più prettamente europea, ma anch’essa fortemente sostenuta da una discreta pletora di multinazionali, tenta di protrarre il più possibile lo status quo intravedendo nell’euro quelle formidabili possibilità di estrazione di profitti una volta rappresentate dall’azione del FMI nel martoriato Terzo Mondo. Tale azione è ora in gran parte esaurita per l’inevitabile reazione dei paesi interessati

(in particolar modo in Asia e Sudamerica) ma trova in questo momento terreno più fertile in una periferia dell’eurozona fortemente depressa e pronta quindi ad accogliere come manna dal cielo ogni forma di investimento straniero che invece, in questo preciso contesto storico ed economico andrebbe del tutto evitato o quantomeno imbrigliato in severe regolamentazioni nazionali, poiché volto a mere acquisizioni predatorie, a prezzi da saldo, di interi pezzi del meglio che possa ancora offrire il Belpaese.

Lo scontro è in definitiva a vari livelli. Individuare due precise classi in lotta suddividendole con un preciso spartiacque non è né utile nè possibile. Coinvolge anche chi crede ancora che debbano esistere mercati di sbocco e quindi una economia reale da salvaguardare a favore dei grandi monopoli, assicurando ancora alla gente quel minimo di potere di acquisto che l’elité finanziaria mira invece a concentrare sempre più presso di sé, nell’ottica di garantire agli azionisti di riferimento guadagni sempre maggiori a brevissimo o a breve termine. In tal caso l’ottica mondialista suggerisce che se l’Europa potrebbe divenire ben presto un arido deserto, ciò potrebbe tutto sommato non costituire un serio inconveniente, atteso che i mercati alternativi globalizzati offriranno ai più ricchi ciò che in Europa, divenuta nel frattempo terreno di guerra civile nemmeno troppo latente tra masse proletarizzate e disoccupate, non sarà più possibile rinvenire.

Anche il primo aspetto del pensiero unico mondialista, pur puntando ad un minimo di ripresa economica del sistema europeo, nasconde quindi, a mio avviso, non pochi motivi di preoccupazione. Non è chiaro infatti se una possibile ripresa del potere di acquisto che deriverebbe dall’uscita dall’euro sia più o meno finalizzato ad accogliere nei mercati europei gli effetti del Trattato di partenariato USA – UE, denominato Ttip (Transantlatic Trade and Investment Partnership) che dovrebbe a breve aprire i rispettivi mercati al di qua e al di là dell’oceano ai prodotti provenienti dell’altra parte. Solo che gli attuali livelli di cambio euro dollaro ed una produzione americana come noto meno attenta ai requisiti di sicurezza rispetto alla tradizione europea, specie in campo alimentare (dove è diffusissimo l’uso di OGM), dovrebbe spalancare le porte del successo commerciale ai prodotti americani, di certo più a basso costo e quindi molto appetibili in aeree dove la precarizzazione e i bassi salari la faranno da padroni. In tal caso vale ricordare come nessuno Stato potrebbe introdurre misure restrittive alle importazioni, anche in caso di dubbia genuinità dei prodotti stranieri immessi in consumo, per il rischio di essere trascinato in tribunale dalla multinazionale che si sentisse danneggiata damisure interdittive non conformi

al trattato – capestro in questione; del quale peraltro nessuno ancora parla: avremo pubbliche notizie, potete scommetterci, solo una volta firmato, quindi a cose fatte e a danni ormai irreversibili decisi. Per adesso luci basse. Sembra la storia del Fiscal Compact che si ripete. Prendete i giornali del 2011 e vedete se nessuno o quasi ne parlava, mentre i signori della maggioranza PD in testa, si preparavano a firmare in massa (non un assenza, non un astenuto o un voto contrario) il trattato più deleterio della Storia d’Italia. Pronto comunque ad essere affiancato da quel degno compagno di sventura chiamato per l’appunto Ttip.

La schiavizzazione dei popoli è quindi un rischio serio, qualunque sia la svolta che il sistema finanziario intende realizzare nella nostra società. Anche un possibile e auspicabile rilancio dell’economia reale avverrebbe pur sempre all’interno di regole in cui la globalizzazione imposta e il debito perenne la farebbero da padroni. Indubbiamente se il pensiero unico neoliberal dovesse risolversi ancora una volta nel lasciare via libera alla “finanza creativa”, ignorando la crescita dell’economia reale, possiamo attenderci un declino più rapido; giustificato dal rigore dei conti tipico dei diktat unionisti europei, ogni responsabilità potrebbe facilmente essere rigirata sulle azioni dei governi, sulle ruberie, sulla malasanità, sulla mala amministrazione e su quanto di più “mala” mente umana possa concepire (malavita inclusa…).

Molti auspicano disarticolate forme di ritorno alla sovranità monetaria: ora persino il cavaliere di Arcore ne parla apertamente a mò di spot elettorale, alla ricerca del classico colpo sia al cerchio che alla botte: ancora euro, certo (non si mai gli ritoccasse la stessa sorte avversa del 2011), ma ora anche una nuova moneta “che stamperemo noi” (chi sia questo “noi” non è però molto chiaro) e che ci porterebbe dritti fuori dalla crisi in men che non si dica e con un cambio con l’euro che “fisseranno i mercati” (ma va?). Tutto qui. Vacci a capire…

Se questi sono i tecnici all’opera che cercano di convincere la gente della bontà delle proprie idee, sospetto che la prima sovranità che dovremo cercare di riprenderci non sia quella monetaria ma quella mentale. Messo un po’ di ordine su cosa fare, verrà più facile capire come, dove e quando.

Per adesso imperversa la notte fonda, immersa nel sonno della ragione generale. Mentre il pensiero unico imperversa costantemente, in tutte le sue forme e con ogni

fuso orario …

Written by Ludovico Fulci

02/12/2014 commenti (0)

LEGGE DI STABILITA’: CANONE RAI IN BOLLETTA DELLA LUCE. MA E’ GIALLO!!

Legge di stabilità: canone Rai in bolletta della luce. Ma è giallo

Pronto l’emendamento: si parte a gennaio. Ma poi arriva la smentita


canonerai

Ora è ufficiale: il canone Rai da gennaio 2015 sarà in bolletta elettrica, e non arriverà più a parte. Lo ha dichiarato il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli, confermando le voci in circolazione da alcuni giorni circa le modifiche in cantiere alla legge di stabilità 2015. In serata, però, la smentita di palazzo Chigi, che ha negato le parole di Giacomelli.

In queste ore, infatti, si sta chiudendo il cerchio alla Camera intorno alla finanziaria: arrivata nelle passate settimane dopo una partenza stentata, con i dubbi espressi prima dalla Ragioneria di Stato e poi dall’Unione europea, per la legge di bilancio è tempo di sbarcare in aula per il primo voto parlamentare.

Sembra, allora, che l’emendamento volto a introdurre il canone Rai nella bolletta della luce, sarà solo rinviato ma, a fronte delle parole del sottosegretario, non permangono più dubbi su quale sia la volontà del governo: l’abbonamento Rai, una tassa tra le più evase in Italia in senso assoluto, verrà accorpato alla bolletta delle utenze, così da limitare l’evasione.

Almeno, questo è l’auspicio che rimane dietro la decisione di introdurre il canone Rai nella normale utenza dei servizi pubblici, e in particolare di quelli elettrici.

L’appuntamento con l’aula, però, è solo rimandato: visti i tempi piuttosto ristretti alla Camera, infatti, l’emendamento canone Rai dovrebbe arrivare nel prossimo passaggio del Senato, lasciando preventivare un ritorno, in seconda lettura, alla Camera dei deputati entro poche settimane.

Come sarà il nuovo canone

“Vogliamo renderlo effettivo da gennaio dell’anno prossimo – ha dichiarato il sottosegretario – vogliamo recuperare in modo pressoché totale l’evasione. Siamo i primi in Europa per evasione di un canone tra i più bassi del continente”.

Il piano del governo sarebbe quello di non trasferire alcun gettito extra all’azienda radiotelevisiva, ma di abbassare il canone a una quota che dovrebbe aggirarsi tra gli 80 e i 90 euro, dunque sotto la cifra attualmente richiesta.

Non saranno incluse, poi, le seconde case: “Vogliamo evitare che chi ha la seconda casa paghi di più. Anzi, in linea di massima verrà escluso”, ha ribadito Giacomelli. Sarebbero allo studio diverse misure per incrociare i parametri del reddito – magari calcolati sulla base del nuovo Isee – e legare il canone all’Irpef, anche se il sottosegretario non ha nascosto i propri dubbi su questa modalità di riscossione.

 

Articolo del Quotidiano giuridico politico economico
Diretto da Avv. Carmelo Giurdanella : LeggiOggi.it

29/11/2014 commenti (0)

IN ARRIVO LA BOLLETTA 2.0

Rubrica | Economia

In arrivo la Bolletta 2.0

L’anno prossimo e più presumibilmente a partire da settembre 2015 la bolletta luce e gas cambierà pelle. L’Autorità dell’energia elettrica e del gas (Aeeg) ha, infatti, approvato un nuovo formato per la presentazione dei costi relativi alle utenze domestiche.

La bolletta 2.0 non dovrebbe essere più lunga di un foglio e sarà disponibile anche in versione digitale, consultabile comodamente anche da computer, smartphone o tablet. Quanto alla sua composizione, essa presenterà in modo chiaro, semplice ed esaustivo tutte le principali voci di costo.

Tuttavia, la semplificazione non si limita alla modalità di presentazione ma anche alla terminologia vera e propria: ad esempio gli attuali servizi di vendita saranno meglio identificati come “spesa per la materia energia/gas naturale”, mentre i servizi di rete verranno catalogati sotto la voce “spesa per il trasporto e gestione del contatore”. L’obiettivo è favorire piena comprensione e trasparenza a totale beneficio del cittadino, che non dovrà più destreggiarsi tra tecnicismi o codici – il più delle volte comprensibili solamente agli “addetti ai lavori”. Ecco perché sempre in questa prospettiva sarà indicato contestualmente anche il costo medio unitario del kilowattora/standard per metro cubo, così come il rapporto tra la spesa totale e i consumi fatturati.

Tra le novità principali sarà data particolare evidenza alla voce di costo “spesa oneri di sistema” con la quale s’intendono i contributi pagati in bolletta per la messa in sicurezza delle centrali nucleari o per la ricerca. La stessa logica sarà adottata per i conguagli, cui sarà dedicato un apposito box.

Come inoltre già anticipato, la nuova bolletta sarà consultabile anche su internet o device mobile. L’opzione sarà richiedibile per gli utenti che hanno attivato il pagamento con domiciliazione, ossia addebito diretto su conto corrente bancario, postale o su carta di credito. Per chi sceglierà di ricevere la bolletta via mail è previsto anche un piccolo sconto.

Le novità sono il risultato di un lungo processo di consultazione avviato nel 2013, che ha visto coinvolti imprese, associazioni dei consumatori, opinion maker, giornalisti ed esperti di comunicazione. Per guidare i consumatori nella lettura della bolletta 2.0, l’Aeeg invierà una guida interattiva in cui saranno spiegate voci di spesa e terminologia utilizzata.

Quanto agli operatori, avranno la possibilità di personalizzare la bolletta e utilizzarla come uno strumento di concorrenza volto a evidenziarne, nei limiti consentiti dalla Legge, la convenienza rispetto ai competitor.

©Futuro Europa®

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UN’ASSOCIAZIONE DA SEGUIRE PASSO PASSO PER LA NOSTRA SALVEZZA- COMUNICATO STAMPA

UN'ASSOCIAZIONE DA SEGUIRE PASSO PASSO PER LA NOSTRA SALVEZZA- COMUNICATO STAMPA - Agorà News on Line

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Chi  ha  aderito  e collabora con l’associazione di volontariato – Sete di Giustizia – (S.d.G.) si attiene all’ideale promosso dal sito www.setedigiustizia.org, consapevole di far parte di un progetto di informazione, formazione e assistenza che realizzerà a medio-lungo  termine.

Cerchiamo altre persone informate sulle tematiche da noi trattate, occorre fare gruppo sul territorio dove si vive, offrendo disponibilità ad operare a mero titolo di volontariato, anche se vincolato da appartenenza politica, impegnandosi nelle varie attività che verranno realizzate da una nascente sede territoriale di SdG, quali conferenze, dibattiti, volantinaggi, riprese radio-televisive, includendovi, altresì, i video pubblicati on-line, con l’obbligo di tener fede alla linea culturale che fa espressamente riferimento alla Scuola Monetaria auritiana, fondata dall’esimio prof. avv. Giacinto Auriti.

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Come diffondere la verità PDF Stampa E-mail
 

AMICI grazie ai social network sono aumentati in modo considerevole gli eventi che trattano problemi generati da questo regime monetario.
Partecipate solo se avete intenzione di intervenire, la vostra presenza sia visibile, dove è possibile usate  striscioni, magliette, altrimenti portate con voi volantini e quant’altro sia d’aiuto a divulgare la scuola monetaria auritiana, fate in modo di entrare in contatto con gli organizzatori o responsabili di grandi gruppi e proponete quanto segue:
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TESTI RACCOMANDATI PDF Stampa E-mail
– Il VALORE DEL DIRITTO – di Giacinto Auriti http://www.edizionisolfanelli.it/ilvaloredeldiritto.htm
– L’ORDINAMENTO INTERNAZIONALE DEL SISTEMA MONETARIO – di Giacinto Auriti http://www.edizionisolfanelli.it/ordinamentointernazionale.htm
– IL PAESE DELL’ UTOPIA – di Giacinto Auriti http://www.edizionisolfanelli.it/ilpaesedellutopia.htm

 

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Amici il Governo italiano  ci da la possibilità di inviare suggerimenti, se condividete il testo che segue fate copia e incolla e inviate quì

Gent.mo funzionario del Governo
chi Vi scrive non guarda la pagliuzza del piccolo spreco locale, ma guarda la TRAVE che genera tutti gli sprechi, la trave è la BCE che emette solo prestando, indebitando in modo perenne le nazioni.
NOI SIAMO PER LA PROPRIETÀ POPOLARE DELLA MONETA..
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2 5 A P R I L E PDF Stampa E-mail
Noi di SdG siamo moralmente vicini e ogni giorno operiamo per  chi è scoraggiato dalla elevata pressione fiscale, per chi non riesce a pagare, per chi  sta per fallire e pensa a gesti insani, raccomandiamo di NON farlo perché le responsabilità dei fallimenti vengono da lontano e non ci appartengono direttamente.

PERCHE’
 – 1) nessuna norma del Trattato di Maastricht stabilisce di chi sia la proprietà dell’ euro all’atto dell’emissione e pertanto non si può dire chi sia debitore e chi creditore nella fase della circolazione;
 – 2) la Banca Centrale Europea si attribuisce arbitrariamente la proprietà dell’euro perché lo emette prestandolo (e prestare è prerogativa del proprietario);
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S d G – I n fo r m a PDF Stampa E-mail
L’associazione di volontariato SdG spera in una vostra collaborazione o contributo, insieme indicheremo la via da percorrere a tutte quelle persone in difficoltà e disorientate. Ci rivolgiamo a uomini di Buona Volontà, in modo particolare a chi ha la possibilità di far aggregare gruppi di persone per  informarle sulla scuola monetaria auritiana in modo che quando i tempi saranno maturi si andranno a  formare liste civiche, che avranno come collante l’ideale della PROPRIETA’ POPOLARE della MONETA cosi’ appena eletti  insedieranno i Comuni, e potranno attivare un CODICE dei REDDITI SOCIALE per ogni residente, in modo da dare beni di proprietà del portatore, che tocca di diritto ad ognuno di noi, ad esempio come era il SIMEC, e accreditarlo a titolo di REDDITO di CITTADINANZA, a tutti, così da togliere dal disagio  chi non lavora per vari motivi, come: età, invalidità, malattia, disoccupazione, ecc.

Quanto segue è per aver presente che l’ azione di SdG è operare su DUE fronti:
–  Il PRIMO è di fare in modo che sia di dominio pubblico che la moneta all’atto dell’emissione deve essere del popolo, e non della banca come oggi è, già con la Lira Giacinto  Auriti  intraprese diverse iniziative, ricordiamo le più importanti: le denuncie per cinque reati a due governatori della banca d’Italia, Ciampi e Fazio e dei Disegni di Legge presentati al Senato nella XII legislatura Dis. Legge n. 1282 e nella XIII legislatura Dis. Legge N. 1889. Mentre nella fase pre-euro fece la – diffida alla BCE ad emettere l’euro –, visibile on-line sul sito http://www.simec.org
Sappiamo  che è possibile l’attuazione della moneta di proprietà di popolo, solo quando la gran parte della popolazione arriva a conoscere come stanno le cose, quindi ogni iniziativa volta a diffondere il messaggio di Verità va intrapresa

– Il SECONDO fronte che il  movimento SdG  propone come difesa immediata dalla grande usura, operata dalla banca centrale, propone di fare informazione e formazione culturale tra i cittadini in modo da giungere, su richiesta del popolo a un mezzo di pagamento alternativo, che circola parallela  alla moneta corrente, con la caratteristica di essere di proprietà del portatore, e non debito del portatore come oggi è l’euro, con il debutto del SIMEC si è dimostrato che questo può funzionare, quando la moneta è di PROPRIETA’ del PORTATORE tutti i cittadini riescono a vivere in modo consono alle loro aspettative.
Solo quando nel comune di residenza di un collaboratore di SdG si avrà un numero considerevole di persone informate sulla struttura della moneta, allora si costituirà una lista civica, i più competenti saranno scelti e se eletti insieme al capolista sindaco potranno amministrare rimettendo il cittadino al primo posto, appena dopo l’insediamento si partirà con una campagna di informazione monetaria per preparare l’altra parte di cittadini disinformati, per poi debuttare con un mezzo di pagamento diverso dall’euro.

 

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Se questo accadrà in vari comuni d’Italia  e nello stesso periodo, ci ritroveremo con molti sindaci  informati che potranno fare valere il loro peso a livelli istituzionale, affinché la moneta euro sia dichiarata di PROPRIETA’ del PORTATORE.

E’ importante avere un obiettivo comune in questa fase di transizione, occorre che tutte le persone informate sulla MONETA di POPOLO si scambino idee anche se sono in schieramenti diversi vanno superati pregiudizi e campanilismi affinché alla prima occasione si possa votare tutti insieme la PROPRIETA’ POPOLARE della MONETA.

Fintanto che non si realizza l’euro di proprietà di popolo è bene adottare per un mezzo di pagamento alternativo alla moneta corrente.

Il mezzo di pagamento parallelo che si intenderà adottare dovrà essere fedele alla scuola auritiana.come difesa immediata dalla grande usura, operata dalla banca centrale, propone di fare informazione e formazione culturale tra i cittadini in modo da giungere, su richiesta del popolo a un mezzo di pagamento alternativo, che circola parallela  alla moneta corrente, con la caratteristica di essere di proprietà del portatore, e non debito del portatore come oggi è l’euro, con il debutto del SIMEC si è dimostrato che questo può funzionare, quando la moneta è di PROPRIETA’ del PORTATORE tutti i cittadini riescono a vivere in modo consono alle loro aspettative.
Solo quando nel comune di residenza di un collaboratore di SdG si avrà un numero considerevole di persone informate sulla struttura della moneta, allora si costituirà una lista civica, i più competenti saranno scelti e se eletti insieme al capolista sindaco potranno amministrare rimettendo il cittadino al primo posto, appena dopo l’insediamento si partirà con una campagna di informazione monetaria per preparare l’altra parte di cittadini disinformati, per poi debuttare con un mezzo di pagamento diverso dall’euro.

 

Se questo accadrà in vari comuni d’Italia  e nello stesso periodo, ci ritroveremo con molti sindaci  informati che potranno fare valere il loro peso a livelli istituzionale, affinché la moneta euro sia dichiarata di PROPRIETA’ del PORTATORE.

E’ importante avere un obiettivo comune in questa fase di transizione, occorre che tutte le persone informate sulla MONETA di POPOLO si scambino idee anche se sono in schieramenti diversi vanno superati pregiudizi e campanilismi affinché alla prima occasione si possa votare tutti insieme la PROPRIETA’ POPOLARE della MONETA.

Fintanto che non si realizza l’euro di proprietà di popolo è bene adottare per un mezzo di pagamento alternativo alla moneta corrente.

Il mezzo di pagamento parallelo che si intenderà adottare dovrà essere fedele alla scuola auritiana.

Se lo ritenete conveniente, potete aggiungere quello che per voi è importante,  inviate suggerimenti a questo indirizzo infopersdg@gmail.com

Coordinamento SdG

01/11/2014 commenti (0)

L’EVASIONE FISCALE E’ UNA PREZIOSA ALLEATA DELLA DEMOCRAZIA?

L'EVASIONE FISCALE E' UNA PREZIOSA ALLEATA DELLA DEMOCRAZIA? - Agorà News on Line

L’evasione fiscale è una preziosa alleata della democrazia?

Questa volta ho deciso di picchiare duro. Picchiare duro contro il muro di disinformazione che rende la maggior parte dei cittadini completamente incapaci di comprendere, anche solo minimamente, quanto sta drammaticamente accadendo sotto i loro occhi.

Siamo al capolinea della democrazia costituzionale e non riusciamo a concretizzare alcuna forma di valido dissenso, siamo costantemente persi nell’abbaiare alla Luna.

Occorre alzare i toni contro le “false flags” che distraggono dal problema che resta uno ed uno solo: l’oscena dittatura finanziaria che controlla l’Europa e la gran parte dell’occidente.

Entriamo nel tema dell’articolo. L’evasione fiscale e’ un problema macroeconomico? L’evasione fiscale è la causa della crisi? La risposta per una persona, anche solo minimamente consapevole, e’ semplicemente no!

L’evasione fiscale non potrà mai essere un problema di cassa per uno Stato, ma unicamente un problema di giustizia sostanziale e redistribuzione dei redditi o, al limite, un problema per il corretto sviluppo di una sana politica monetaria. Lo Stato, in sostanza, deve semplicemente fare in modo che nessuno rimanga con troppo poco mentre altri hanno troppo, avendo sempre un chiaro obiettivo: la piena occupazione ex art. 1 Cost.

Ma vi è di più. Oggi la realtà è tale che l’evasione fiscale, ogni forma di evasione, è diventata addirittura macroeconomicamente vantaggiosa per l’economia nazionale, in quanto consente di contenere gli effetti recessivi delle politiche monetarie ed economiche imposte attraverso il cd. “Vincolo esterno” UE. Politiche criminali poichè costituiscono atto palesemente ostile verso la personalità dello Stato e ciò in quanto ne impongono la cancellazione.

Qualcuno, schiavo della propaganda mainstream, penserà che sono completamente impazzito ed allora proverò a spiegare il più semplicemente possibile quanto succede.

Gli Euro che avete in tasca non sono cresciuti nei campi! Questo credo che tutti lo possano comprendere, anche gli elettori di Renzi. I “vostri” Euro arrivano nelle vostre tasche solamente in tre modi:

1. Attraverso la spesa pubblica (già, anche attraverso i soldi che lo Stato paga al dipendente pubblico fannullone o quelli che spende per pessime agende);

2. Attraverso i guadagni ottenuti dal paese con le esportazioni (dunque attraverso i soldi ottenuti impoverendo qualcun altro! L’Africa ringrazia sentitamente per i secoli di sfruttamento…);

3. Attraverso il credito privato (prestiti ottenuti dalle banche commerciali – metodo di creazione che avviene da quando ad esse è stato conferito il potere di creare moneta dal nulla all’atto del prestito)

Lo Stato non stampa più moneta e, dopo la perdita della sovranità monetaria (ovvero dal 1981 in poi), ottiene ogni singolo Euro di spesa non finanziata a deficit esclusivamente dalle nostre tasche e ciò per mezzo del prelievo fiscale (ovviamente nei limiti della moneta realmente esistente ed, in mancanza, erodendo i risparmi accantonati in anni di politiche espansive). In alternativa, se vuole alzare la base monetaria, lo Stato può chiedere moneta a deficit in prestito dai mercati (ovvero dalle banche che quella moneta la creano dal nulla grazie alle demenziali regole oggi esistenti).

Come ho più volte spiegato, attualmente, i vincoli Europei impongono un limite all’aumento del debito pubblico e pertanto lo Stato deve tassare più di quanto spende. Nello specifico l’Italia non può fare deficit in misura superiore al 3% del PIL. Visto il costo degli interessi passivi sul debito rispettare questo parametro comporta, non già un incremento della base monetaria, ma una costante diminuzione della stessa. Insomma, mi ripeto, lo Stato deve tassare ogni anno più di quanto spende.

A quel punto la differenza da dove viene presa, visto che la moneta non cresce nei campi?

Ovviamente si verificano le ipotesi n. 2 e n. 3 di cui sopra. Ovvero si “ruba” moneta agli altri paesi con le esportazioni, sperando che essi siano meno imbecilli ed aumentino la base monetaria costantemente sostenendo i consumi (l’attivo della bilancia commerciale tedesca vi dice nulla? È avvenuto sulla nostra pelle…),oppure si ricorre ad un costante incremento del debito privato. Ovvero i cittadini, per pagare le tasse e mantenere i loro consumi ed investimenti, chiedono moneta in prestito alle banche commerciali (che la creano dal nulla all’atto dell’emissione oppure attraverso il finanziamento diretto ottenuto dalla banca centrale europea che emette liquidità secondo la propria discrezione a tassi non accessibile all’economia reale ed oggi sostanzialmente pari a zero).

Dunque è chiaro che se lo Stato non stampa e non chiede neppure più moneta dai mercati noi saremo costretti ad indebitarci sempre più con le banche private (guarda caso le azioniste della banca centrale europea, che coincidenza…) Questa situazione però non è eterna, ed appena le banche private chiudono i rubinetti del credito, la base monetaria comincia effettivamente a ridursi. Peraltro, dal punto di vista delle banche commerciali, è ovvio che i rubinetti debbano chiudersi. Infatti se lo Stato non stampa come ripaghiamo interessi mai creati? Insomma si può tranquillamente dire che ogni singolo Euro è una pesante obbligazione che pende sul nostro futuro. Una moneta davvero geniale… Ovviamente geniale per chi l’ha concepita come mezzo sostitutivo agli eserciti per sottomettere i popoli.

Questo è esattamente quanto e’ accaduto all’Italia ed agli altri paesi UE in questi anni. Ovviamente in tale sistema come può, l’evasione fiscale, essere un problema di cassa? L’evasione non incide in alcun modo nella quantità di moneta complessivamente disponibile che dipende unicamente dai tre fattori che vi ho indicato. Anche polverizzando i risparmi il debito pubblico e quello privato sono matematicamente inestinguibili.

Insomma l’evasione cosa comporta in concreto? In un momento in cui lo Stato italiano si impossessa della nostra moneta e la versa in favore di soggetti esteri, abbassando la base monetaria e demolendo l’economia reale, l’evasione rappresenta un semplice ostacolo a questa politica criminale. L’evasione oggi consente di avere in tasca qualche Euro per onorare ancora una parte del debito privato. Dunque grazie all’evasione fiscale una fetta della moneta circolante non viene annichilita, continua a passare di mano in mano consentendo di estinguere qualche obbligazione in più prima di tornare, in ogni caso, nelle mani dei banchieri privati che la creano dal nulla e senza limiti.

Sembra già di sentire le obiezioni: ma se tutti pagassero le tasse si potrebbero evitare i tagli alla spesa e diminuire la pressione fiscale?Assolutamente falso! Chi lo dice fa la stessa figura di colui che si mettesse a sostenere che la Terra e’ piatta. TSO per loro.

L’evasione non aggiunge un euro alle casse dello Stato, la quantità di moneta a disposizione dipende unicamente da quanta ne è stata stampata (o creata telematicamente dalle banche commerciali) e non da quanta ne viene raccolta con le tasse.

Se in Italia vi sono 200 mld di sommerso, significa che togliendoli a chi li detiene per darli allo Stato avremmo, sic et simpliciter, 200 mld in meno nell’economia reale, con conseguenze economiche semplicemente catastrofiche. Se lo Stato, anche recuperati quei 200 mld, provvedesse all’integrale reimmissione di quei soldi nel sistema (anche per mezzo della diminuzione della pressione fiscale) potremmo, al massimo, avere un saldo invariato per l’economia ma giammai un beneficio!

200 – 200 = 0 Qualcuno è capace di negare motivatamente questo dato? Solo una forma di evasione è dannosa, quella che porta i capitali all’estero (ma chi la fa? Non la piccola e media impresa, non gli artigiani e non i professionisti. Sarà, per caso, l’evasione dei grandi gruppi finanziari?).

Dunque con le tasse si pagano i servizi? Assolutamente no! Con le tasse si regola la politica monetaria, ovvero si contengono le spinte inflazionistiche e si regola l’occupazione. Se lo Stato emette troppa moneta ne sottrae un po’ con l’imposizione fiscale. Ecco cosa sono le tasse.

Quando vi dicono che con la lotta all’evasione si combatte la crisi vi prendono per veri imbecilli. Sono conscio che qualcuno potrebbe non avere ancora capito nulla, ciò che dico e’ controintuitivo. Smettere di credere a Babbo Natale non è facile…

Se esistono in circolazione 1000 monete e l’evasione stimata e’ 10000, perché ho un popolo di evasori incalliti che pagano le tasse solo una volta ogni cento transazioni, ritenete che espropriandogli anche le mutande avremo una singola moneta in più di quelle stampate? Sveglia!!!!!!! Vi prego.

19/10/2014 commenti (0)

LE FALSITA’ DELLA MACROECONOMIA: IL PROBLEMA DEL DEBITO ESTERO

LE FALSITA' DELLA MACROECONOMIA: IL PROBLEMA DEL DEBITO ESTERO - Agorà News on Line

LE FALSITA’ DELLA MACROECONOMIA: IL PROBLEMA DEL DEBITO ESTERO.

Premetto immediatamente e chi mi conosce ormai lo sa, che resto un profondo assertore dell’assoluta necessità per il nostro Paese di dare un bel calcione a questa nefandezza senza precedenti chiamata moneta unica nonchè alla stessa impostazione generale di questa insensata Unione Europea fondata, sul più spietato neo mercantilismo i cui effetti sono in ogni caso deleteri, a prescindere dallo stesso Euro (farò qualche esempio dopo). Quindi il mio pensiero che segue non è una difesa dell’euro ma un invito a tutti gli economisti “no euro” di dire finalmente le cose come stanno realmente. Chi segue il sito “Goofynomics” del preparatissimo Albero Bagnai, professore ordinario di economia dell’Università di Pescara e a mio avviso, punta di diamante dell’armata antieuro nazionale. Lui dice una cosa che risulta su tutti i report di economia e che persino il vicepresidente della BCE Vitor Costancio ha dovuto pubblicamente ammettere: la crisi attuale è determinata dal debito estero e non da quello pubblico. Giusto. I dati quello dicono. Senza addentrarci troppo nei dettagli, quando è scoppiata la crisi non c’erano problemi di debito pubblico ma di debito estero. Cioè gli Stati della periferia si indebitavano con la Germania, Paese divenuto il più competitivo rispetto ai competitors dell’eurozona grazie a riforme un po’ “truccate” secondo le regole europee. Per cui gli stati della periferia consumavano grazie a capitali che uscivano dalla Germania attratti dai più alti tassi di interesse della Periferia, per comprare per lo più beni tedeschi. Tutto questo sulla carta patinata appare molto carino ma nella misera realtà cosa accade? Sicuro che le banche per prestare abbiano, dopo tutto, questo insaziabile bisogno di capitali che qualcun altro gli presta? Se così fosse le banche sarebbero istituti di intermediazione creditizia ma così, invece non è e questo ormai tra poco saranno costretti a dirlo anche al Tg1 in prima serata, tanto è risaputo: Banca d’Inghilterra, Banca di Francia, Financial Times (Martin Wolf) e persino la Svizzera, da quest’anno, sta studiando un referendum per capire se è giusto continuare a consentire alle banche private la possibilità di creare moneta. Nemmeno sul saccente Goofynomics, infarcito di mille formule ad usum di non si sa chi, il problema viene minimamente posto. Eh già perché farebbe traballare una costruzione che non regge più alla minima evidenza che vorrebbe continuare a stare in piedi NONOSTANTE L’ACCLARATA CIRCOSTANZA CHE I TIPI DI MONETE IN CIRCOLAZIONE SONO DUE NON UNA. ESISTE UN EURO “UFFICIALE” ED UN EURO “BANCARIO”. Il primo viene creato dalla banca centrale ed il secondo invece dal sistema bancario ordinario nella proporzione del 97%. Cioè il 97% della moneta esistente è creata dalle banche ordinarie attraverso la normale attività di concessione di mutui e prestiti vari alla clientela e non dalla Banca centrale né tanto meno dallo Stato (il quale conia solo le monetine metalliche, che saranno si e no lo 0,001 del totale…). E allora quali sono le conseguenze di tutto ciò? Semplice. I capitali tedeschi non c’entrano proprio nulla con i prestiti ed idem il famoso indebitamento degli italiani verso la Germania (visto che i capitali ce li presterebbero loro, i teutonici, ma non è vero…). Abbiamo già visto come una banca può prestare sempre un multiplo di quanto detiene come “riserva”. Se ha crediti per 50 depositi per 30 e titoli “monnezza” per 100, totale 180, può “prestare” per un multiplo di 180: ad esempio potrebbe creare dal nulla 9.000, erogando un mutuo a un cliente, con un limite di riserva fissato al 2% (il 2% di 9.000 è infatti 180). Il limite suddetto è persino teorico. Deve essere rispettato nella chiusura conti giornaliera: la banca potrebbe prestare ad es. 10.000 invece di 9.000, basta che a chiusura trovi quei 20 di copertura dei 1000 in eccesso che ha emesso e che può tranquillamente reperire sul mercato interbancario (dove circolano euro “ufficiali” non certo quelli “bancari” che rifilano a noi….) che come noto, non chiude mai, essendo globale e operativo h 24. Rimane la domanda principale. E il debito da dove viene? Be’ se Tizio chiede un mutuo alla sua banca italiana per comprarsi la Golf un debito lo avrà pur fatto no? Ma sicuri che si è indebitato con la Germania? Ma se lui ha il conto corrente su Unicredit!! E se ha comprato in contanti la sua tanto sognata e agognata Golf perché disponeva della somma necessaria? Il debito rimane? La risposta è: SI. Resta da capire di chi e verso chi. Siccome il vero perché Bagnai non ce lo può spiegare, poiché rischierebbe cattedra e prestigio

(meritatamente) acquisito, proverò a spiegarlo io dal mio infimo livello. Se qualcuno ha letto il mio post di qualche giorno fa su Target Due (starà qui sotto da qualche parte, se vi va…), non può non aver compreso almeno una cosa. Il denaro depositato in banca… si sdoppia. Perché diventa si un credito vostro (quindi nello stesso tempo un debito della banca) ma è anche un credito della banca (anzi legalmente il denaro depositato è di proprietà della banca, non vostro, ai sensi dell’art. 1834 cod.civ.: nei depositi di una somma di denaro presso una banca questa ne acquista la proprietà…) o per meglio dire è un’attivo della banca. Questi attivi vengono detenuti presso la banca centrale secondo coefficienti di liquidità indicati con la sigla Core Tier (ad esempio il contante avrà di certo un livello di liquidità maggiore del titolo tossico …) seguita da un numero che esprime proprio quel livello di liquidità (core tier 1, 2 3). Quel che è importante è capire, insomma, è che se Caio deposita 1500 euro, quella somma è contemporaneamente un debito e un credito per la banca, quest’ultimo registrato presso la corrispondente banca centrale (per noi la Banca d’Italia) dove

tutte le banche sono obbligate a detenere un proprio c/c. Adesso vediamo che, grazie al versamento di Caio, la banca sta espandendo la sua possibilità di concedere prestiti alla clientela. Questa doppia registrazione viene oggi operata simultaneamente dal sistema informatizzato (in pratica un software) denominato target due (Trans-European Automated Real – Time Gross Settlement Express Transfer System): credito a Caio più credito alla banca, in decimo di secondo o anche meno… et voilat… Quindi che succede se Caio fa un bel bonifico dal suo c/c verso la concessionaria della Volkswagen la quale poi paga la casa tedesca? (possiamo comunque ipotizzare, per semplificare, che Caio paghi direttamente la VW, che poi è quel che in pratica, alla fine, in concreto avviene). Saranno usciti 20.000 euro dal conto corrente di Caio che verranno accreditati su quello della VW. Ma… e le banche centrali? Si mandano soldi? No, non avrebbe granchè senso, visto l’elevatissimo numero di transazioni, però rilevano crediti e debiti tra di loro in forma compensativa; la banca tedesca rileverà un credito verso quella italiana attraverso le proprie banche centrali che detengono i rispettivi c/c. un credito che rimane però sempre “non compensato” a sufficienza da crediti italiani verso la Germania. Ora spero sia chiaro di chi è in realtà il debito… È tra le banche non degli italiani. Finchè non è accaduto nulla le banche tedesche hanno prestato ancora soldi ai loro debitori ma solo perchè i tassi di interesse da noi restavano più alti e gli conveniva. I politici avrebbero collaborato al giuoco o sarebbero stati defenestrati. La crisi dei mutui subprime con il suo mare di titoli tossici circolanti che ad un certo punto… hanno presentato il conto (si è scoperto cioè che non valevano un bel nulla, in quanto appunto immondizia finanziaria poiché aventi come sottostante crediti per lo più inesigibili) ha bloccato la possibilità di erogazione di crediti da parte di tutti, anzi i tedeschi hanno iniziato a voler rientrare dai propri. Aggiungete le molte alchimie bancarie con derivati di vario genere ed oggi sotto la lente della magistratura (e l’esperienza MPS è molto istruttiva), più le speculazioni andate a male (qui è più istruttiva la Grecia) ed eccovi confezionata la vostra crisi di debito estero. Banche con conti disastrati e da salvare a tutti i costi (alla fine si sono messi loro al governo di Italia e Grecia, buttando via malamente i governanti eletti dal popolo) all’interno di un sistema a cooperazione zero e funzionalità sottozero, in cui tutti sono debitori della Germania. Le stesse banche italiane non hanno più prestato nulla all’economia reale (poiché nel frattempo le nuove regole di Basilea 3, inter banksters ovviamente, hanno imposto requisiti patrimoniali, cioè riserve, più elevati) e qui l’interesse truffaldino di gruppi di potere ansiosi di mettere le mani sulle residue italiche ricchezze è del tutto evidente (Bagnai la chiama Britannia 2.0). Al punto che ormai

non cresce più nemmeno la Germania stessa, dato che i danni che sono stati creati da questo miope se non criminale sistema all’economia reale si sono ben presto riversati sullo stesso potere di acquisto da parte dei tradizionali debitori. Per l’euro le campane suonano a morte. Sapendone approfittare, potrebbero suonare alla nostra Resurrezione. Dipende da noi.

By Ludovico Fulci

31/08/2014 commenti (0)

COME USCIRE DALLA CRISI E DARE BENESSERE AL 99% (IL POPOLO)

COME USCIRE DALLA CRISI E DARE BENESSERE AL 99% (IL POPOLO) - Agorà News on Line

Questa è una lezione di Economia Politica spicciola, nel senso che la capirebbe anche un bambino delle elementari, DIVULGATELA, fatelo sapere a tutti… quando il popolo scopre che il RE è nudo, HA VINTO la sua battaglia!

Che fare nell’interesse del 99% (noi Popolo): RIAVVIARE il Sistema Economico e creare posti di lavoro, ma come si fa? Aumentando la domanda del mercato interno per far si che gli imprenditori investano sul lavoro, senza bisogno di inutili incentivi inventati dal governo.

Per far crescere la domanda interna bisogna proteggersi dall’esterno (protezione Import-Export) andare al pareggio tra Import e Export e come si fa? Con due passaggi:

1 – BARRIERE DOGANALI

2 – BARRIERE VALUTARIE

Ma l’interesse dell’!% (Banche- Multinazionali-Finanziarie) è tenere duro sulla GLOBALIZZAZIONE, fare DEREGOLATION Borsistica, valutaria e doganale.

Con la Deregolation borsistica, valutaria e doganale si depotenzia la domanda intena, aumentano le IMPORTAZIONI che portano INFLAZIONE, con l’inflazione c’è l’esodo di capitali, con l’esodo di capitali la speculazione aggredisce la Borsa e il Cambio. L’alternativa AUMENTARE LA DOMANDA INTERNA e questo converrebbe al 99% (il popolo) per fare questo occorre:

1 – VINCOLI BORSISTICI

2 – VINCOLI VALUTARI

3 – VINCOLI DOGANALI

Cioè VIETARE la speculazione in BORSA.

Vietare Esportazioni di CAPITALI  con organismi centrali di controllo democratico di esportazioni di capitali.

ESEMPIO pratico: se una impresa, mettiamo, di Torino decide di spostare la sua azienda in un’altra Nazione, se la cosa è favorevole all’interesse Nazionale le si dice SI, se contraria all’interesse Nazionale, l’organo centrale dirà NO!

Non è facile far capire questo all’1% (Banche-Multinazionali-Finanziarie etc) perchè IL LIBERO SCAMBIO conviene solo AL PIU’ FORTE, non conviene al più debole!

La gente crede che la moneta sia data, che sia una cosa che se si sbaglia a regolare succede L’IPER INFLAZIONE! Non è vero! Perchè noi già viviamo in un periodo in cui la moneta allo scoperto è stata data a tonnellate, a miliardi di miliardi…..

Una Moneta allo scoperto immessa nel circuito se distribuita in maniera SANA da beneficio a tutto il 99% (Il Popolo).

Esempio: immaginiamo che venga emessa moneta ALLO SCOPERTO per dare SUSSIDI DI CITTADINANZA, cosa accadrebbe? Che la moneta “sarebbe” allo scoperto nel momento in cui finanzia, ma acquisterebbe la “sua copertura” mano a mano che vengono prodotti i beni e i servizi con quanto distribuito come reddito di cittadinanza. Cosa che in caso contrario non accade. Ma perchè non lo si fa? Semplice! Conoscete il detto: NON FAR SAPERE AL CONTADINO, QUANTO E’ BUONO IL CACIO CON LE PERE?

Se la gente sapesse che potremmo tutti stare bene se ci fosse LA SOVRANITA’ MONETARIA e che le Banche fossero tutte STATALI, non accetterebbe questo stato di cose.

Ma questo le BANCHE non lo vogliono!

Noi stiamo sopportando questa crisi con le chiusure delle attività industiali, commerciali, artigianali, suicidi, povertà, licenziamenti, giovani senza lavoro, tagli alla sanità, alla cultura, all’istruzione, svendita di tesori statali, svendita di aziende importantissime, etc etc. per UN ERRORE “LOGICO”, per aver SPOSATO il punto di vista dell’1% della popolazione (Banche, multinazionali etc etc) credendolo formato tecnicamente, per l’IDEA LIBERISTA: DEREGOLATION BORSISTICA, DEREGOLATION DOGANALE, DEREGOLATION VALUTARIA.

La soluzione logica e semplice è quella di rimettere:

1 – VINCOLI DOGANALI

2 – VINCOLI VALUTARI

Finanziamento con moneta allo scoperto e non avremmo bisogno di Draghi e della BCE. Abbiamo solo bisogno di uno STATO che torni a fare LO STATO!

Ma l’inflazione che si avrebbe?  Ci sono mille modi per contenere l’inflazione, con l’indicizzazione delle retribuzioni e pensioni, con il calmiere all’ingrosso e anti trust e via dicendo….servirebbe solo la svalutazione pari al differenziale dell’inflazione residuo, esempio pratico: se gli USA hanno l’inflazione al 2% e la U.E. ha l’inflazione al 5%, la differenza inflazionistica sarebbe del 3% il che basterebbe svalutare la moneta del 3% e non si avrebbe la competitività valutaria  tra import ed export in questo modo le imprese saranno “competitive” come lo erano prima, senza bisogno di ribassare i salari, di licenziare e così via…

IL CAMBIO FORTE DELL’EURO è solo un SUICIDIO.

Il cambio valutario deve essere VERO in linea con i fondamentali, con l’inflazione il cambio deve potersi adeguare in modo da bilanciare l’import-export allo stesso modo.

Come si pompa domanda interna? Tutto quello che si fa stornando risorse da risparmi tesaurizzati verso i consumi pubblici e privati ESPANDE IL SISTEMA ECONOMICO.

Se non si vuole usare la moneta allo scoperto si potrebbero fare riforme indolori che non costano.

Noi italiani PERDIAMO 90 MILIARDI l’anno solo sugli interessi bancari per i BTP. Se i BTP fossero acquistati dalla CASSA DEPOSITI E PRESTITI, invece di regalare 90 miliardi alle banche private, cioè se la BCE prestasse gli importi necessari allo 0,50% di interesse e le banche statali pagassero anche lo 0,70% di interesse su un prestito di 2.000 MILIARDI, pagherebbe 14 miliardi di interessi contro i 90 MILIARDI che paga ora alle banche private, e avrebbe UN RISPARMIO annuale di 76 MILIARDI DI EURO.

Con questa politica economica si ridurrebbero le ore di lavoro e l’età pensionabile, si guadagnerebbe tutti di più avendo più tempo per spendere di più = rilancio economia = tutti più felici, sereni e contenti.

Ma chi sarebbero questi tutti? IL 99% (IL POPOLO) contro l’1% delle Lobby finanziarie.

SAPERE = VIVERE BENE E SERENI

Emanuela Rocca

fonte: intervista di Elia Menta  a Nando Ioppolo

https://www.facebook.com/photo.php?v=843514898994090&set=vb.100000067630677&type=2&theater

all’interno del link trovere gli approfondimenti. Un grazie a quanti lo condivideranno ovunque, tra gruppi, privati, contatti, amici, parenti etc.

 

 

 

 

23/08/2014 commenti (0)

LA VERA NATURA DELLA MONETA – PER CHI VUOLE CAPIRE LA CRISI PARTE SECONDA

LA VERA NATURA DELLA MONETA - PER CHI VUOLE CAPIRE LA CRISI PARTE SECONDA - Agorà News on Line

LA VERA NATURA DELLA MONETA (parte 4^) by Ludovico Fulci

La moneta non ha solo funzione di mezzo di scambio e di misura del valore dell’oggetto considerato, ma anche di riserva di valore, cioè può essere agevolmente risparmiata senza rischio di deperimento fisico (il rischio di default bancario è un altro problema). Quest’ultima funzione è allo stesso tempo utile e dannosa. Utile perché convoglia risorse finanziarie verso il non utilizzo quando può essere più redditizio il loro uso futuro. Dannosa perchè, all’opposto, potrebbe sottrarre risorse all’economia proprio quando questa ne ha maggiormente bisogno. Per quanto potrà suonare strano, dominus di questo processo, ancora una volta sono le banche. E’ la banca infatti che decide se e quanto credito immettere nell’economia. Il privato, ricco o povero che sia, ha un potere molto più basso di garantire la circolazione monetaria. La banca intanto decide se e a quali condizioni immettere la moneta da essa stessa creata nel circuito economico, attraverso la concessione di mutui e prestiti. Questo processo determinerà il livello di liquidità disponibile per tutti: sono i prestiti quindi che determinano i depositi, giammai l’opposto, come si è normalmente portati a pensare. Il deposito, successivo al prestito diventerà “attivo” della banca, che sarà obbligata a versarlo presso la banca centrale in un conto apposito. La quantità di tali riserve costituirà un limite, seppur solo teorico, alla capacità della banca stessa di poter erogare ulteriori prestiti. I cittadini a loro volta consumeranno o risparmieranno in relazione alla loro propensione al risparmio. Questa a sua volta è inversamente proporzionale al reddito disponibile. Più alto sarà il reddito minore sarà la propensione al consumo e maggiore quella al risparmio. Per quanto possa apparire ancora una volta paradossale, sarà ancora quindi l’elevata propensione al consumo dei poveri, o meglio dei non – ricchi, a costituire il vero volano dell’economia. Se i consumi partono, in linea di massima, riparte la produzione. Questo Henry Ford lo aveva ben compreso quando ritenne indispensabile aumentare i salari per far si che gli operai potessero acquistare le auto che la sua celebre azienda produceva. Oggi il senso dei famosi 80 euro “renziani” sarebbe questo: un’idea in linea di massima corretta se avesse ancora senso in quel mondo degli squilibri chiamato eurozona (di cui cercherò di discutere nella 5^ parte). Quindi la domanda trascina i consumi e questi stimolano la produzione che porterà ad una maggiore occupazione e senso di fiducia generale, in un circuito dove il prezzo da pagare, sarà massimo, un aumento dell’inflazione. Esiste un “ma”, grande come una casa. E se venisse a mancare il “sangue” del circuito economico, cioè il denaro? Tutto si bloccherebbe ovvio. Qualsiasi progetto, pubblico o privato, che punti diretto a benessere e occupazione, nonché ad opera di reale utilità sociale, verrebbe irrimediabilmente bloccato. Ma abbiamo visto che il dominus della creazione monetaria resta pur sempre la banca, centrale o ordinaria che sia. Nel primo caso la banca centrale può influire, con un buon auspicio di successo, sulla determinazione del tasso di riferimento (tasso di sconto), cioè il tasso di interesse a partire dal quale tutte le altre banche adattano i propri alla clientela. Potrebbe essere difficile invece bloccare l’acquisto di tioli del debito pubblico ma potrebbe condizionarne i rendimenti anche attraverso la gestione delle politiche di acquisto e vendite sui mercati dei capitali. Basto per esempio nel 2012 a Draghi, governatore della BCE dire che avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro, per bloccare ogni forma di speculazione sul debito pubblico italiano. Non fu amor di Patria, quanto amor di … moneta. E’ chiaro infatti che l’Italia sarebbe stata a questo punto spinta fuori dall’euro, con il serissimo rischio di crollo della moneta unica nonostante il fastidioso Berlusconi fosse stato già estromesso e con lui la sua minaccia, nemmeno tanto sommessa, di portare l’Italia fuori dall’eurozona. Fatta questa divagazione politica, basta ancora aggiungere che le banche ordinarie possono bloccare il credito semplicemente rifiutandosi di concederlo. Non hanno bisogno di molte spiegazioni, nonostante esista ancora un articolo della nostra Costituzione (che ignora la moneta) che, all’art. 47 sostiene che “La Repubblica…. Disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Ma non è vero, come facile vedere oggi. Nessun intervento può essere disposto dallo Stato laddove ad un cittadino, senza motivo alcuno, venga negato un prestito. E nessuno è mai riuscito a sindacare sugli investimenti bancari in titoli ad alto rischio. L’omissione di vigilanza è la regola non l’eccezione nel settore bancario. che assume quindi il duplice ruolo di arbitro e giocatore. Decide quanta moneta creare e se e verso chi convogliarla. Il tutto nella sua massima discrezione e opacità. Regole non molto diverse valgono a livello di banca centrale, dove ogni decisione di politica monetaria è coperta dal segreto assoluto e la totale irresponsabilità da qualsiasi forma di azione (civile e/o penale) è garantita a favore di chi assume le relative decisioni. Quindi le regole, economiche che assegnano un ruolo per così dire “paritario” alla domanda di moneta rispetto ad altri parametri quali la produzione, la produttività, l’occupazione, i consumi, l’interesse ecc. falliscono davanti a questa evidenza comune. Non mi soffermo sui motivi. Mi interessa di più far capire che se uno può scegliere a suo piacimento se schiacciare o meno l’interruttore della luce, serve poco comprendere le regole delle curve AD/AS o il modelli Is – Lm e l’interazione tra domanda, offerta, interesse, occupazione ecc se a monte del circuito esiste sempre chi al potere di rendere ogni formula un vago astrattismo teorico per gente china sui banchi alle prese con grafici ed equazioni. La vera natura della moneta è quindi anche quella di esercizio di potere, chi la comanda gestisce i destini di intere società. Ha solo l’onere di far si che nessuno lo comprenda: ed è questo il maggior onere ed impegno a carico di controlla il potere di emissione monetaria (come giustamente sostiene Marco Saba).

Le banche centrali
Se esiste un’Istituzione che nella Storia dell’uomo ha usurpato più di tutte l’ingiusta fama e carisma di cui gode, quella e’ certamente la banca centrale. Oggi tali pseudoautorità vengono considerate i totem e le sibille intoccabili della gestione monetaria e della ( altrettanto pseudo) politica monetaria. Totem in quanto il rispetto e l ‘ “adorazione” delle loro decisioni si spingono a tal punto da essere sottratti a qualsiasi forma di valutazione o critica nelle più appropriate sedi istituzionali ( che dovrebbero essere quelle politiche, vista la loro determinante importanza per i destini dei popoli). Sibilla in quanto assolutamente impenetrabili nei loro più autentici significati . Ancora nessuno ad esempio ha compreso il significato dell’innalzamento del tasso di sconto voluto da Trichet nel 2011 a piena crisi in corso ( disse di vedere ” spinte inflazionistiche” ma quali?). Fatto sta che non solo non ne capiremo mai la natura di tali decisioni ma non ci sarà nemmeno la possibilità di risalire ai processi logici o economici che le ispirarono dato che ogni decisione della nostra BCE come anche della banca d’Italia e’ sottratta a qualsiasi forma di controllo ( non è possibile infatti nemmeno esercitare il diritto di accesso ad alcun documento di politica valutaria, persino a quelli archiviati da decenni). Questo per dare gia’ una risposta a chi vede nell’attuale sistema politico istituzionale un modello di democrazia da imitare e se possibile da esportare. Non sarà infatti possibile mai avviare una indagine o un’azione penale allo scopo di verificare o riscontrare possibili indizi di reato a carico di qualcuno del board della banca stessa. Vorrei a mala pena evidenziare come le banche centrali molto difficilmente possano essere collocate nel novero delle istituzioni pubbliche, per quanto esista ancora qualcuno che molto ingenuamente parlava di banca d’Italia come banca degli italiani… Forse la recente modifica di inizio 2014 che ha dato la possibilità alle banche azioniste di Bankitalia di maggiorare la propria quota partecipazione in bankitalia ( portandola cosi ben rivalutata nei propri bilanci ) e di suddividersi un fetta enormemente maggiore di utili, potrebbe aver fatto cambiare opinione a qualcuno. Ma saranno pochi, immagino. La maggior parte continuerà a ritenere ininfluente la partecipazione azionaria delle banche in Bankitalia. Che pero’ percepisce appunto UTILI dalla propria attivita’ e questo dovrebbe gia’ molto far pensare. Bene. Non aggiungo altro sul punto dato che il ruolo di Bankitalia e’ ormai minimale nell’ottica della Politica monetaria dell’eurozona. È importante invece il ruolo del suo governatore ( oggi Ignazio Visco) ma solo in quanto componente del Consiglio Direttivo della BCE, responsabile ( ma sarebbe meglio dire ” irresponsabile”) della politica monetaria della stessa Bce. Al di la della totale mancanza di trasparenza e della segretezza che caratterizza le decisioni del Consiglio abbiamo già un grave problema. Atteso che ogni Stato mantiene una sua economia, una sua politica di bilancio e proprie leggi fiscali come e’ possibile che i rappresentanti di tanti Stati così diversi in tutto (e che,paradosso nei paradossi, comunicano tra loro nella lingua di un paese che non ha nemmeno l’euro…) possano accordarsi su misure di politica monetaria che stanno bene a tutti? Che vanno a vantaggio di tutti? Ad es la decisione sul tasso di riferimento ( il tasso cioè al quale la Bce presta i soldi alle banche) sarà vantaggiosa ed utile per la Germania come per la Grecia o per la Finlandia come per l’olanda? La risposta e’ certamente NO. se guardiamo poi a fondo, peraltro, obiettivo dichiarato della Bce e’ in pratica solo quello del contenimento dell’inflazione ( nella misura prossima al 2%) e unico strumento per farlo e’ quello della fissazione del tasso di riferimento. È evidente che questo obiettivo, stante le diversità sopraccennate di ogni paese dell’euro zona, non potrà essere utilmente conseguito. Vediamo infatti oggi che siamo su livelli di inflazione ben più bassi di tale soglia e prossimi allo zero, se non addirittura con segno meno. Ma allora potrà assicurare in altro modo la quantità di euro in circolazione, stampandone secondo necessità ? La risposta e’ ancora NO. La Bce non stampa un bel nulla, autorizza gli Stati a stampare un certo quantitativo di banconote cartacee ( a seconda del PIL e della popolazione di ciascun Paese). Però fin dagli anni 90′ la Bce su iniziativa del suo primo presidente Duisenberg aveva fissato nel 4,5% l’aumento annuale dell’offerta monetaria. Quando qualcuno gli fece notare che l’offerta in realtà voleva ormai verso il 10% ( correva il lontano 2003) dovette ammettere di AVER PERSO IL CONTROLLO DELL’OFFERTA DI MONETA. ma non vi erano dubbi sulla cosa. La quantità di moneta in circolazione, come abbiamo visto nei post precedenti, non la determina l’azione della banca centrale bensì quella delle banche ordinarie attraverso i prestiti alla clientela, ed alle quali per questo dobbiamo il 97 % ( stima secondo me per difetto) dell’ intera offerta monetaria esistente. Anche perché, possiamo aggiungere, esiste un preciso divieto dei trattati che inibisce la possibilità ( di norma) della Bce di prestare soldi direttamente agli Stati, potendo esercitare questa sua funzione solo nei confronti delle banche ( art. 123 1o comma TFUE). Insomma una istituzione che funziona solo ed esclusivamente a supporto delle banche. Cosa possa avere di pubblico ed istituzionale una simile istituzione ( inserita solo nel 2007 dal trattato di Lisbona nel novero delle istituzioni dell’Unione europea) non è dato sapere. Ricordiamo tutti come con il famoso piano LTRO la BCE ( tra il 2011 e il 2012) abbia creato dal nulla migliaia di miliardi di euro ceduti alle banche a un tasso ridicolo e da queste prestati agli Stati a tassi ben più alti, lucrando quindi enormi interessi e badando bene di non far arrivare un cent alle imprese allo stremo ( per colpa proprio della speculazione bancaria oggi tanto deleteria quanto di dimensioni gigantesche) nella totale ignavia dei governi e nel totale disinteresse della stessa UE. Ora arriva un nuovo LTRO denominato T(argeted) LTRO poiché la nuova pioggia di soldi che dovrebbe arrivare dalla stessa Bce ( che li crea dal nulla ricordiamoci) dovrebbe essere finalizzata al finanziamento alle imprese …ma se ciò non dovesse avvenire la restituzione dei fondi avverrebbe solo a partire dal 2016! Quindi attenzione: ancora un volta nessun obbligo ma solo una “esortazione” ma intanto i soldi andranno a loro ancora una volta e non a cittadini stati o imprese …Buona parte di quei fondi andranno inoltre a coprire i buchi di bilancio costituiti dagli ABS che non sono i sistemi salvavita delle auto   bensì semplicemente immondizia finanziaria d’oltreoceano ( assets backed securities) che il Sole 24 ore chiama ridicolmente ” crediti bancari cartolarizzati” e la cui pericolosità è tale che la stessa Bce ha intenzione di varare un piano di acquisito. Quella è la loro preoccupazione : salvare i loro bilanci con moneta creata dal nulla ma tenere sotto allarme e pressione i governi, imponendo loro di affamare i propri cittadini. Suggerendo addirittura come fa la Bundesbank di mettere le mani sui conti correnti degli stessi ( non certo tedeschi però : parliamo di italiani )Non hanno armi per risolvere nulla ma forse nemmeno le vogliono quale alibi migliori per il non fare quando puoi dire ” ma non posso”? Insomma una bella Europa, libera e liberale che sta consentendo il massacro dei suoi popoli in nome dell’indipendenza e dell’autonomia delle banche centrali. Evviva la democrazia….

 

BY Ludovico Fulci

LA VERA NATURA DELLA MONETA – PER CHI VUOLE CAPIRE LA CRISI

LA VERA NATURA DELLA MONETA - PER CHI VUOLE CAPIRE LA CRISI - Agorà News on Line

LA VERA NATURA DELLA MONETA.
Per comprendere ciò che sta accadendo oggi ed i motivi veri dell’infinita crisi di oggi, bisogna avere chiaro la funzione che ha oggi la moneta e l’autentico motivo del debito pubblico. Serviranno alcuni banali esempi per comprendere. Se Antonella e’ una brava cuoca e Giovanna una brava stiratrice potrebbero concordare di scambiare ogni camicia stirata da Giovanna con dieci grammi di risotto ottimamente cucinato da Antonella. Non ci interessa molto in base a cosa abbiano stabilito questa equivalenza, che potrebbe anche essere diversa, ciò che va compreso e’ che IL VALORE DEL LORO LAVORO STA SOLO E SEMPRE ALL’INTERNO DEL LORO RAPPORTO DI SCAMBIO A PRESCINDERE DALLE CONDIZIONI CHE ENTRAMBE HANNO CONCORDATO. NESSUNO AL DI FUORI DI LORO DUE È AUTORIZZATO AD APPROPRIARSI DEL VALORE COSÌ CREATO ( sotto forma di bene una e di servizio l’altra) . Ma se ad ognuna non interessa il risultato del lavoro dell’altra bensì il lavoro di altre persone la situazione si complica, si, ma solo in apparenza…. Se Antonella volesse cedere il suo risotto a Claudia in cambio di ore di pulizia, dove Claudia e’ professionista, quest’ultima potrebbe a sua volta essere interessata alle camicie stirate da Giovanna piuttosto che al risotto di Antonella … Insomma i rapporti si complicherebbero anche dal fatto che tutti gli scambi avvererebbero non contemporaneamente ma in tempi diversi rendendo di fatto impossibile uno scambio diretto di beni. Ma rimane sempre valido, inutile dirlo, il concetto espresso sopra in maiuscolo… Invece di ” LORO DUE” dovremmo dire “LORO TRE, QUATTRO, CINQUE ECC” ma il principio non muta di una virgola… Il problema e’ che adesso è serve il denaro. Serve cioè un accordo tra tutti i partecipanti agli scambi che ” incorpori” in un simbolo la ricchezza da ciascuno di loro creata. Questo simbolo potrebbe anzi dovrebbe avere valore nullo e controllato da un soggetto imparziale che si renda custode geloso del suo valore perché tale valore non è nel simbolo in se ma nel lavoro di Antonella di Claudia di Giovanna ecc.. De questo custode ” imparziale” diventa la banca nasce il grande pericolo che la banca privata voglia approfittarne. Ed e proprio questo che la banca ha storicamente compiuto, ha combattuto la sua battaglia e l’ha vinta, nonostante vi sia stato nel tempo chi a questa guerra di aggressione ha cercato di opporre una resistenza ferrea ( Lincoln, Jackson, Jefferson, Kennedy, presidenti Usa, Moro, presidente del consiglio in Italia e Giovanni leone capo dello Stato) finendo per soccombere. Come hanno vinto la battaglia? Semplice. Col concetto di debito. Camuffando il normale concetto di debito come oggi lo concepiamo ( se Antonella presta 50 euro a Claudia questa si sentirà responsabile della sua restituzione poiché sa bene che Antonella avrà fatto fatica o sacrifici per ottenerli) estendendo lo stesso concetto ad un momento temporale in cui questa estensione sarebbe invece del tutto irrazionale compiere: al momento della creazione monetaria. A Claudia darebbe molto fastidio sapere che Antonella non ha fatto alcuna fatica a stampare 50 euro, prestandoglieli e pretendendo anche un interesse. Con i 51 euro ottenuti senza fatica che la stampa tipografica degli stessi Antonella potrebbe infatti APPROPRIARSI di tutto ciò che il mondo reale produce… Case, ville, auto di lusso, gioielli, viaggi, nulla è precluso a chi crea denaro dal nulla addebitandolo al prossimo … Questo è ciò che fa il sistema bancario… Crea denaro dal nulla attraverso bit elettronici addebitandolo fin dalla fase della creazione a chi invece quel denaro compete per proprio diritto di proprietà come ” incorporazione nel simbolo” del valore prodotto, lavorando con impegno e sacrificio. Viviamo il paradosso che oggi, da un punto di vista finanziario piu che macroeconomico, e’ meno conveniente produrre che non produrre. Se produci zero hai debito zero. Saldo zero. Se produci per un valore di 50 hai un debito di 51,saldo meno 1…. perché il simbolo che esprime quel valore viene addebitato alla società, al mondo reale che la produce. Ci sono sofisticati meccanismi per occultare con adeguata manipolazione, questi meccanismi ma il loro effetto deleterio e’ sempre più evidente nella società. Ne discuterò piu a fondo se questo post interessa, se so, amen … Già comprendere questo vuol dire parecchio ….

Quindi è la banca e non gli Stati, nel nome del popolo che dovrebbero democraticamente rappresentare, che si appropriano del valore monetario fin dal momento dell’emissione. Ciò è una truffa ed una estorsione al tempo stesso, perché la ricchezza reale e’ prodotta dal lavoro della gente e certo non da quello della banca. Vista la semplicità banale della truffa – estorsione che subiamo quotidianamente, e’ stato necessario creare numerose ” armi di distrazione di massa”, ad ogni livello, per impedire alla gente, anche di profilo intellettuale medio alto, di comprenderne i facili meccanismi. Inutile fare esempi ne abbiamo fin troppi davanti ed usciremmo fuori tema. La moneta nasce quindi come debito inestinguibile, perché se per avere 50 l’umanità deve 52 (ad esempio) ha più debito che moneta, come dovette ammettere davanti ai giudici un governatore della FED, la potente banca centrale americana, tale Mariner Eccles fin dal lontano 1941 ( ” vede sig. Giudice”, disse, ” nel nostro sistema se non ci fosse debito non ci sarebbe moneta” ). È quindi del tutto evidente la precarietà in cui è immerso tutto il nostro sistema economico sociale. È altrettanto evidente che la banca non potrebbe mai pretendere la restituzione integrale dell’intero debito, perché essendo impossibile da ripagare, svelerebbe il segreto che garantisce un simile grande potere a questi signori. Viene quindi gestito tutto attraverso la determinazione del tasso di interesse e la sua manipolazione ai fini di controllo sociale. Ma vi è molto di più. A differenza di quel che si può credere non sono le banche centrali a creare la maggior parte del denaro in circolazione ma quelle ordinarie… Nella strabiliante misura del 97% dell’intera offerta monetaria. Questa cosa, ben risaputa da chi approfondisce la materia magari studiando le opere di Werner & c. ( come New Paradigm in Macroeconomics ) e’ venuta di recente alla ribalta grazie addirittura al Financial Times ( ed al giornalista economico Martin Wolf) con un articolo dal significato fin troppo chiaro ” strip the private banks of their power To creare Money” cioè ” va tolto alle banche private il potere di creare denaro” che riprende analogo intervento riportato sul ” quarter Bulletin” addirittura del banca d’Inghilterra … La potentissima banca centrale inglese o meglio i poteri che ne determinano le decisioni , deve evidentemente essersi resa conto che il mondo sta prendendo una brutta direzione e questo potente richiamo all’ordine credo sia dovuto alla consapevolezza che prima si ritorna ad una funzione più ” sociale” della creazione monetaria, meglio e’, atteso il rischio che il meccanismo venga svelato sta ormai diventando elevato… Quindi le banche ordinarie creano moneta attraverso l’erogazione di mutui e prestiti vari al pubblico, consentendo quindi lo sviluppo delle connesse attività economiche. Chiudendo i rubinetti del credito sono ovviamente in grado di entrare in possesso delle societa’ da esse stesse finanziate. È noto infatti che ogni prestito concesso, con denaro creato dal nulla, presuppone precise garanzie da parte del ” beneficiario” delle somme erogate. Lo stesso ex governatore di Bankitalia Mario Draghi in un suo ” celebre” discorso agli azionisti ( privati) della banca stessa, preciso’, nel 2006, acclamato dai politici presenti che doveva essere tolto ogni vincolo alle banche a partecipare al l’azionariato delle ” imprese NON finanziarie ” …. ” superando i vincoli ora stringenti ” ma snaturando così il ruolo tradizionale della banca. Nessuno ovviamente ne fece cenno, ma era una svolta epocale … Che non avrebbe tardato a far sentire i suoi effetti : iniziava l’offensiva del mondo finanziario contro l’economia reale.

Abbiamo visto che il debito collegato con l’emanazione monetaria e’ di per se impagabile, poiché superiore alla quantità stessa di moneta esistente… Salvo voler aderire alle idee di certi signori che suggeriscono quale panacea di tutti i mali, la privatizzazione del patrimonio pubblico, come suggerito nell’articolo, che posto qui sotto, in evidente combutta col nemico … insomma a chi ci fornisce i suoi bit elettronici digitati al pc NOI DOVREMMO FORNIRE IL MEGLIO CHE LA NOSTRA TERRA CI OFFRE IN TERMINI DI BELLEZZE NATURALI, MONUMENTI, PALAZZI ECC. Per chi avesse perplessità aggiungo che non esiste più al giorno d’oggi alcuna forma di convertibilità moneta – oro… Mentre una volta quindi la moneta era definibile come una sorta di derivato dell’oro adesso può essere definito un derivato del debito. Non sfuggirà però la differenza. Derivato dell’oro vuol dire che chi emette deve essere pronto a convertire con oro proprio la banconota che gli viene presentata all’incasso…. Derivato del debito vuol dire esattamente l’opposto. Lui emette e l’onere di questa emissione viene invece accollata su chi riceve. Questo vuol dire che quando abbiamo lavorato un mese per il nostro stipendio abbiamo anche contratto un debito pari all’importo dello stipendio che riceviamo. Un attivo ( lo stipendio) contro due “passivi” (il lavoro e il debito). Il concetto di debito certo e’ offuscato non lo vediamo perché ne siamo scollegati. Non siamo debitori come Mario, Giovanni, Lucia ecc ma come cittadini e contribuenti dello Stato. La passività si perde e si confonde nelle pieghe dei bilanci pubblici… Ce ne ricordiamo ma solo vagamente quando qualcuno ci ripete che ” abbiamo un debito di 30.000 euro fin dalla nascita” ma non approfondiamo molto la cosa la diamo per scontata. ” Ci sono opere pubbliche in giro, nel bene o nel male, e qualcuno deve pur averle pagate quindi si sarà indebitato e… Boh” nessuno ci spiega e chi ci spiega tende per ignoranza o malafede a fare l’errore che fanno tutti: assimilare lo Stato al buon padre di famiglia. Che se spende più di quanto incassa si indebita. Nessuno spiega che se questo padre di famiglia fosse un banchiere e potesse egli creare denaro dal nulla, al massimo potrebbero essere indebitati i suoi figli o la moglie ma non certo lui. Lui stamperebbe e addebiterebbe al prossimo. Almeno in sostanza. Nella forma quel che avviene e’ diverso. Chi stampa considera l’emissione monetaria un proprio debito! Questo “errore ” inutile dirlo, avviene in male fede e serve all’evidente scopo di creare un clamoroso ” nero” ufficiale nella contabilità bancaria. Se io “presto” 1000 euro creandoli dal nulla ma sono creditore di 1050 ( capitale più interesse), potrò evidenziare come utile solo 50 ma questo a condizione che i mille del prestito mi venga autorizzato a contabilizzarli come una mia passività. Se si svelasse la verità non tanto contabile quanto sostanziale del fatto economico in se, il mio utile dovrebbe essere almeno di 1049 sottraendo magari giusto un euro per le spese connesse con la creazione monetaria dei 1000 euro ( ad esempio, la tastiera del pc si potrebbe consumare ….. ). In realtà norme che gli stessi banchieri si sono dati autorizzano proprio questo assurdo logico. Considerare la moneta emessa come propria passivita’. Questo enorme nero che viene così a crearsi, sfuggendo ad ogni forma di imposizione fiscale, viene perlo più dirottato in comodi paradisi fiscali e viene in buona misura utilizzato come mezzo di corruzione generalizzata allo scopo di estendere e consolidare il potere bancario sul pianeta, manovrando come burattini capi di stato, di governo, capi delle forze armate. le aree di destinazione sono quindi istituti nell’ombra dell’informazione, poco o per nulla conosciute al pubblico, tecnicamente denominate ” camere di compensazione” : Clearstream, Euroclear, Swift… Come ha svelato l’indagine del giornalista francese Denis Robert, alla cui opera mi rimetto e sulla cui attività di ricerca non sarebbe male approfondire… Tanto per rendere il giusto onore ad un uomo dall’incredibile coraggio …
In questa “nostra” Europa la situazione e’ di fatto molto peggiorata. Alla schiavitù della moneta ” drogata” dal debito si è sostituita la regola del centellinamento della droga. Non solo la moneta e’ una droga che prima o poi presenterà il suo conto (e questo va be’ e’ così da secoli) ma la “droga” stessa, per mezzo delle regole stesse che l’Europa ci impone ma senza spiegare la ratio, ci viene adesso negata. Cosa vuol dire questo? Vuol dire accelerare il nostro percorso verso il baratro, un vero salto in un buco nero come quello presente al centro della galassia, che, grazie al l’immensa forza di gravità, tutto assorbe in se e nulla fa fuggire, nemmeno la luce. Dopo cosa ci sarà ?

 

 

….. to be contined

by Ludovico Fulci

19/08/2014 commenti (0)

PERCHE’ CI SERVE LA NUOVA LIRA : IDEE VECCHIE PER UN FUTURO MIGLIORE

PERCHE’ CI SERVE LA NUOVA LIRA : IDEE VECCHIE PER UN FUTURO MIGLIORE - Agorà News on Line

Non esiste oggi dibattito più attuale del problema che possiamo in sintesi definire: euro si – euro no. La cosa molto particolare che ho notato è che pochi assumono una posizione neutra, cioè, viste le conoscenza base di economia degli italiani, sarebbe logico aspettarsi un forte astensionismo degli italiani. Molti cercano di farsi un’idea ma piuttosto che leggere qualche manuale di economia (o meglio ancora di storia dell’economia) ci si affida speranzosi ai mass media nazionali, sperando nella dritta giusta. Un po’ come quando chiediamo all’oste se il suo vino è buono… quindi alla fine che vi sia oggi una divisione 50 – 50 (orientativamente) tra chi è pro e chi contro la moneta unica lo giudico un risultato eccezionale conseguito da quest’ultimi, vista l’abbondante disinformazione di massa che regna sull’argomento “euro” e ancora prima, in modo ancor più rigoroso, sul concetto di sovranità monetaria.

Per comprendere se e come ci possa essere ancora utile uno strumento monetario denominato “euro” è necessario comprendere cosa sia oggi in concreto la moneta. La moneta oggi è semplicemente, nella stragrande maggioranza dei casi, un impulso elettronico. Si calcola che il 97% della moneta esistente (esclusi i derivati, la cui funzione di moneta peraltro è alquanto acclarata, ma sui quali per ragioni di spazio non mi soffermo …) esiste in questa dimensione, quella dei circuiti dei nostri pc. Questa viene creata dal nulla essenzialmente dalle banche ordinarie nel momento in cui esse erogano prestiti. Ciò significa banalmente che quella stessa moneta, prima del prestito non esisteva.1 Esiste poi un’altra tipologia di moneta elettronica creata dalle banche centrali (tra cui anche la BCE) attraverso le cosiddette operazioni di rifinanziamento, denominata HPM (High Power Money: moneta ad alto potenziale) ed è quella che circola nel mercato interbancario, divenendo poi di fatto oggetto di prestiti tra banche. I famosi pezzi di carta colorata che tutti maneggiamo sono all’incirca il 3% del circolante: vengono stampate dalle Banche centrali nei quantitativi massimi ammessi dalla BCE2, nell’eurozona. Le banche centrali a loro volta stampano banconote nei quantitativi mediamente necessari alle varie banche (per inserimento al bancomat, prelievi in contante ecc). L’importo delle banconote

cedute viene portato in detrazione dal c/c che ogni banca ordinaria detiene presso la stessa Banca centrale (per noi: Bankitalia).

Ho voluto subito affermare questo perché, da più parti, uno dei maggiori timori sul ritorno alla lira, è quello, diffusissimo del “si va bè, ma il giorno prima tutti i capitali lasciano l’Italia e noi come facciamo? Non ci sarà più un cent in circolazione”. A parte il fatto che i grandi capitali l’Italia da quel dì che l’hanno lasciata (ma per un “problemino” ben diverso che si chiama evasione fiscale e rischio di imposta patrimoniale) dobbiamo fare uno sforzo di comprensione più che “economico” direi quasi “filosofico” per comprendere che uno Stato può essere privato di tutto ai nostri giorni: persino acqua, aria, energia tutto quel che volete insomma ma mai e poi mai potrebbe essere privato di denaro. Quella è l’unica cosa che potrebbe esistere all’infinito. Potrebbe esserci un problema di gestione ma mai di quantità. Eppure oggi la crisi deriva proprio da questo: da mancanza di denaro. Mentre una volta erano cause reali a determinare le grandi crisi o calamità o carestie (inondazioni, invasioni di cavallette, siccità, attacchi di nemici ecc) oggi viviamo i risultati di una crisi che non dovrebbe esistere. Visti con gli occhi intelligenti di un marziano, dall’alto del suo disco volante, questa umanità gli deve sembrare un orda impazzita (sarà per questo che non si presentano a noi … penseranno “ma con chi diavolo parlo? Questi sono tutti o pazzi o rinco…”). Questo excursus… galattico, solo per dire che laddove i capitali fuggissero il giorno prima ci sarebbero mille modi sia per trattenerli (imposizione fiscale ai capitali in uscita superiore al tasso di svalutazione calcolato ad es.) sia per sostituirli qualora non si riuscisse a fermare la

loro fuoriuscita. Ad esempio con un piano di investimenti pubblici per opere realmente utili al Paese (tipo un piano di recupero del territorio ) lo Stato potrebbe creare esso quei bit elettronici per la realizzazione delle opere pubbliche che la politica determinasse quali necessarie e utili per il Paese (accreditando i fondi al Ministero delle infrastrutture attraverso la propria Autorità monetaria). Certo questo presuppone il recupero della sovranità monetaria: cioè lo Stato invece di indebitarsi con una entità sovranazionale per ottenere bit elettronici (che vengono tradotti in debito per il cittadino, cioè in sottrazione continua del suo potere di acquisto reale) potrebbe produrre da se tutta la moneta necessaria, senza indebitarsi con nessuno (o al massimo indebitandosi con i suoi cittadini, ma anche questo sarebbe auspicabile venisse evitato).

 

L’uscita dall’euro e il ritorno alla lira provocherà di certo una svalutazione della lira stessa rispetto a monete più forti, ad es. rispetto proprio all’euro. Anche su questo ci sta molto da spiegare perché esistono mostruosi fraintendimenti. Viene spesso detto (purtroppo anche da specialisti del settore e questo lascia molto da pensare) che la lira svalutata vorrebbe dire essere più poveri del 20, del 30 per cento rispetto a prima (ho sentito con le mie orecchie politici del PD che parlavano di stipendi e ricchezze degli italiani dimezzati in un batter d’occhio, una scemenza incommensurabile). NO! La svalutazione è in rapporto al cambio con le valute straniere non ha nessuna rilevanza nei rapporti interni. Supponiamo ad esempio che l’Italia decida di uscire dall’euro e tornare alla lira. Viene fissato dallo Stato italiano, per motivi di comodità contabile, il cambio uno a uno (un euro per una nuova – lira): tutti i rapporti debito e credito vengono riconvertiti in nuove lire. Se guadagnavi mille euro guadagnerai mille lire, se avevi un mutuo pari a settecento euro ti diventerà di mille lire, se il caffè sotto casa lo pagavi un euro ora lo pagherai una lira. Chi lo dice? Lo dice la legge, esattamente l’art. 1277 del codice civile.

Debito di somma di danaro.

I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale.

Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima.

Il “ragguaglio” ovviamente altro non è che il cambio che lo Stato fissa al momento dell’uscita dalla precedente valuta (ad es. nel 2002 fu fissato un euro per 1936,27 lire: quella si che fu una gran fregatura e tutti ancora lo ricordiamo ma adesso molti lo hanno dimenticato…). Il secondo comma ti dice che se dovevi mille euro adesso che l’euro non ci sta più (in Italia ovviamente, se sopravvive all’estero, e sottolineo “se”, poco ci frega…) dovrai dare mille nuove lire se il “change over” (il cambio nel transito tra l’una e l’altra valuta) viene fissato dallo Stato uno a uno, due mila lire se viene fissato due a uno, tre mila lire se viene fissato tre a uno ecc. ecc.

Certo esiste il fattore svalutazione, che come ormai appare chiaro ai più, renderà meno costose le merci italiane per chi le compra ma renderà più costose le merci estere per noi italiani. Intanto va detto intanto che svalutazione non vuol dire inflazione in egual misura. L’economista Bagnai ha fatto un calcolo storico ed ha

concluso che, mediamente, l’inflazione si riversa all’interno del Paese considerato nella misura di circa un terzo della svalutazione (detto per inciso, capirai: adesso il problema è la deflazione non la svalutazione …). Questo vuol dire che, sempre mediamente, se la avremo una svalutazione del 24% l’Italia potrebbe subire un aumento dell’inflazione dell’8%, diluita però in vari anni, attenzione non certo il giorno dopo e tutta insieme!! Un dato drammatico? Non direi. E principalmente per due motivi. Primo perché ci sarebbe una notevole reazione economica: aumenterebbero sia l’export che la domanda di beni nazionali, attivando un meccanismo di rinascita produttiva come mai vista nel nostro Paese. Non dico che le imprese andrebbero a cercare i lavoratori “porta a porta” per offrire lavoro, ma se esplode la richiesta di beni sui mercati esteri e nazionali, dato che, da che mondo è mondo, i beni non si producono… da soli, i lavoratori sono indispensabili, qualificati e non. “eh ma ce sta la Cina!” ci avvisano i più informati dell’ultima ora. Anzi della penultima, visto che gli è sfuggito il dettaglio non da poco che ormai la Cina più che alla domanda estera punta ormai al sostegno della propria domanda interna.3

Lo Stato potrebbe inoltre pur sempre intervenire con proprie manovre volte al controllo della gestione dei flussi finanziari, anche per mezzo dello strumento fiscale, per ridurre la quantità di moneta in circolazione o, all’opposto (laddove servisse) avviando piani di investimento, in opere pubbliche, più intensi rispetto a quanto programmato.

Per frenare la deflazione salariale, uno Stato libero dai vincoli del WTO (trattato sul libero commercio) potrebbe imporre dazi elevati ai prodotto di quei Paesi in cui i diritti dei lavoratori (a iniziare dai salari, ma non solo) sono scarsamente o per nulla riconosciuti. Non è un’eresia: lo fanno normalmente gli USA con i dazi sui pannelli solari cinesi (anche la Cina fa ormai parte da anni del WTO) o con contributi a pioggia ai loro coltivatori di cotone per consentire prezzi competitivi rispetto agli omologhi produttori terzomondisti.4

Vorrei porre l’attenzione sull’aspetto “turismo” poiché fondamentale per l’economia nazionale. Pare ovvio che saremmo sommersi di turisti provenienti dai Paesi con la valuta più forte che troverebbero molto conveniente fare le vacanze in italia. Certo per noi potrebbe essere più caro fare le vacanze in Germania o comprare casa dalle

parti di Monaco, ma vi sembra un dramma? Ce ne andremo in Marocco, Tunisia, o anche in Grecia e Spagna (che, non essendo fessi, si affretterebbero a lasciare anche loro l’euro…) o meglio ancora, in attesa di tempi migliori che non tarderebbero ad arrivare, in Italia stessa. Compreremo Bravo piuttosto che Golf5 (sono tutte e due ottime auto, questo detto da chi le ha avute entrambi …), eh va be’ in definitiva rinunceremo a qualche marchio tedesco o inglese (salvo non voler sborsare soldi in più, ma alla fine tranquilli pur di vendere a casa nostra i vicini teutonici dopo un po’ calerebbero anche loro i prezzi)6 ma piuttosto che disoccupazione di massa7 meglio comprare italiano o no?

L’import costerebbe di più ovvio e abbiamo detto che difficilmente ci sarà al corsa all’acquisto di casa in Germania. Ma in definitiva il vero problema italico era e resta il prezzo del petrolio, che però attenzione paghiamo in dollari non in euro e toccherà vedere quale sarebbe la politica americana in caso di uscita di vari paesi mediterranei dall’euro. Ma questo non è il punto cruciale. Molto più importante ricordare che il prezzo del petrolio è costituito da tasse per circa il 60% del prezzo finale. Prendiamo il prezzo del gasolio per auto (febbraio 2013 – importo per mille

litri)

Prezzo al consumo : e. 1 705,01.

Accisa: e. 617,40.

IVA: e. 295,91.

Totale imposte: e. 923,31.

Prezzo netto: e.791,70.

Su 1 705 euro di prezzo al consumo, lo Stato avrebbe un margine di azione di ben 923 euro per diminuire il costo alla pompa per il consumatore finale compensando così l’ aumento dovuto alla svalutazione. E la differenza? Fuori dai paletti europei (3% – 60% et similia…) non esiste limite all’indebitamento dello Stato (chiedete ai giapponesi per esempio e vedete come con un debito del 240% del pil nessuno si permette di speculare sul loro debito o scommettere su un loro default). E poi, se vogliamo dirla tutta, il default deve spaventare il creditore non il debitore: pur di

evitare il default i nostri creditori faranno di tutto invece per difendere i loro investimenti. E continueranno ad investire in Italia perché con la lira il Paese verrà visto fuori dalla palude dai mercati (che per quanto reputo usurai non sono però fessi da non capire dove sta il rischio default) … l’Argentina subito dopo il default (parziale) trovò immediatamente altre persone pronte a investire sul Paese; l’Ungheria ha pagato con anni di anticipo il proprio debito nei confronti del FMI mettendo la propria banca centrale al servizio del Paese; l’Irlanda ha diluito di sua sponte il proprio debito (contratto a seguito dei salvataggi del proprio sistema bancario o meglio delle banche tedesche e francesi che avevano investito in Irlanda, a voler essere precisi…) di decenni8: nessuno ha fiatato e manco Draghi ha sputato fuoco dalle narici … e per forza: l’alternativa era prendere euro zero… il mondo della finanza è questo: chi mostra i muscoli la spunta sempre, che siano gli Stati (evento raro) o che siano le banche a mezzo loro fidati politici (evento standard).

E le imprese italiane che hanno i loro debiti in euro con soggetti ad esempio tedeschi? Certo questo è un problema e non mi pare di aver detto che l’euroexit sia un passeggiata al parco. Ritengo necessario un sostegno statale in questo caso ma anche qui vale la regola che uno Stato libero dai vincoli assurdi della UE non ha limiti di spesa specie se deve proteggere la propria economia ed il futuro delle proprie generazioni. Gli Usa abbiamo visto che lo fanno con i propri produttori di cotone: perché non potremmo farlo noi con le nostre imprese? Però vorrei sottolineare come la ripresa economica nazionale renderebbe in breve tempo molto ma molto più solvibili le nostre imprese per cui lo Stato potrebbe anche col tempo pretendere la restituzione di tutto o in parte l’erogato (oppure imporne alle aziende la sua destinazione a miglioramenti contrattuali). Esiste peraltro anche l’ipotesi di una scappatoia legale che deriva dal combinato disposto degli art. 1278 e 1281 del codice civile, sulla quale non mi soffermo in questa sede poiché un tantino complicata.9

Chi, dall’estero, ha investito in titoli italiani? Ci rimetterà qualcosa certo ma quello è il problema del moderno capitalismo. Anch’io ho investito nelle azioni Enel e ci ho rimesso ma non mi sono presentato presso la sede legale della società con la lupara a tracolla… la regola che chi investe ci può rimettere deve essere valida anche per i titoli di Stato (buon motivo in più per eliminarli per sempre dalla società civile e stampare moneta anziché l’equivalente in debito, facendo arricchire le banche private). Di recente Inghilterra e Polonia hanno svalutato le rispettive valute e chi vi ha investito ci ha ovviamente rimesso qualcosa ma non si hanno notizie di nuove guerre mondiali. Piuttosto è più serio il problema, per cosi dire, opposto: l’impossibilità di svalutare ha reso incredibilmente attraenti, per gli investitori tedeschi, investire nella periferia, visti i tassi di interesse più alti che venivano offerti, con ciò però creando le premesse per pericolose bolle e/o indebitamenti generalizzati… dire poi che i greci hanno “vissuto al di sopra delle loro possibilità” e quindi vanno puniti è come mettere una bella torta sotto il naso all’orso Yoghi e poi pretendere che resti buono buono a giocare a tresette con Bubu… e magari quando poi a Yoghi viene il mal di pancia andargli pure a ipotecare la grotta dove abita… entrambi avrebbero vissuto benissimo con i modesti cestini sottratti ai turisti (ergo: con la dracma); stesso discorso, con gli opportuni adattamenti, vale per i ciprioti o per gli irlandesi.

Insomma l’euro è un danno poichè più che una moneta è un sistema di cambi fissi: non consentendo di svalutare il cambio (come le normali leggi dell’economia vorrebbero tra Paesi con differenti tassi di inflazione) non rimane che precarizzare il lavoro, con politiche di decisa deflazione salariale. Nel tentativo disperato di far si che i cittadini non acquistino più dall’estero bensì comprino beni italiani, si cerca quindi di risparmiare sul costo finale del prodotto pagando meno il lavoratore10: di più l’euro non consente. Ma che fine faranno le entrate fiscali con un debito da fronteggiare pari ormai ad oltre il 133% del PIL? In un sistema che si demonetizza per eccesso di importazioni servono capitali, che però, ricordiamolo, sono debito,

non avendo lo Stato sovranità monetaria, gentilemte regalata a privati; quindi avremo debito estero se i capitali ce li porta Ethiad, pubblico laddove li prende lo Stato dagli “specialisti sui titoli del debito pubblico” (ma pure il ricorso al mercato finanziario verrà reso sempre più difficile dalla regola folle del pareggio di bilancio che ha voluto inserito in Costituzione un volenteroso assistente di anziani che ora vorrebbe nascondere la mano a sasso lanciato…). Il boom dell’export anche in quello ci aiuterebbe: ad ottenere un afflusso di valuta pregiata con le quali sostenere la nostra economia. E’ un’esperienza vissuta nel 1992 quando lasciammo lo SME (sistema di cambi semi fissi): a fronte di una svalutazione pari a circa il 20% in tre anni l’inflazione nazionale passò dal 5 al 4,5 % (si esatto, diminuì invece di aumentare..) e Monti dalle colonne de La Repubblica11 dovette ammettere che si era sbagliato e che la svalutazione ci aveva fatto bene. Ci credo: l’export italiano volò con immagino quante preoccupazioni per francesi e tedeschi. Altro che tassa per l’Europa… Ci avrebbero fatti entrare in ogni caso (come poi hanno fatto con la Grecia facendo finta di non sapere che non aveva manco mezzo dei requisiti previsti da Maastricht) e poco gliene fregò infatti del fatto che la tassa fu una tantum e venne anche in parte restituita: avremmo avuto ben altre lacrime e sangue da versare da lì a poco… correva il 1997…

Un sistema nel quale si può entrare ma non si può uscire è una prigione. Non solo noi ci siamo dentro ma ci hanno messo anche ai lavori forzati, mentre i veri autori del reato sono a godersi le vacanze beati nei loro soleggiati paradisi fiscali. Non possiamo non ammetterlo: anche quello sarebbe per noi un bellissimo change over…

Posted by Ludovico Fulci

(1 La banca deve solo rispettare, a fine giornata, secondo dei requisiti previsti dagli accordi di Basilea 2 e 3, dei vincoli di riserva teorici (es se crea 1000 dal nulla deve avere un tot, es. 20 come “riserva” teorica, laddove il tasso di riserva sia fissato al 2%) ma ciò non crea problemi: se non reperisce fondi sull’interbancario la banca riceverà sempre supporto finanziario dalla propria banca centrale. 2 Attraverso parametri tecnici fissati in decisioni BCE che tengono conto per ciascun Paese di popolazione e pil. 3 Il Sole 24 ore del 01.05.2014. 4 Sui massicci dazi imposti sull’importazione di pannelli solari dalla Cina vedesi “il fatto quotidiano”, 03 giugno 2012, che ci avvisa che gli usa intendevano fissarli in una misura compresa tra il 31 ed il 250%, allo scopo dichiarato di proteggere la produzione americana. Ricordo anche la controversia in sede OMC, nr. DS 267 del 3 marzo 2005 che ha, vanamente, dichiarato illegali i sussidi statunitensi ai propri produttori di cotone. 5 E questo lo farebbero anche i tedeschi …. 6 Alcuni ricambi VW, va notato, vengono prodotti in Italia e in caso di euroexit del Belpaese per i tedeschi sarebbero ovviamente più a buon mercato.. 7 Quella giovanile risulta al 42,7% a maggio 2014 (fonte: “La stampa – 02/05/2014”: Disoccupazione giovanile al 42,7%. Peggio dell’Italia solo Spagna e Cipro 8 Pensate che il grosso delle rate scadrà nel 2038 e nel 2053 … 9 Art. 1278. Debito di somma di monete non aventi corso legale. Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento. Art. 1281. Leggi speciali. Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i principi derivanti da leggi speciali. Quindi: l’art. 1278 ipotizza un debito contratto in una moneta esistente all’estero (cioè l’euro, qualora sopravvivesse in alcuni Stati), e questo è chiaramente tipico di debito contratto tra soggetti residenti e non residenti. Allora il debitore può, a sua scelta: – Pagare nella moneta straniera (al che poco da fare, resterebbe il danno – – Pagare nella moneta avente corso legale nello Stato con cambio fissato al giorno della scadenza, salvo però quanto disposto dall’art. 1281 (che potrebbe fare evitare al debitore un danno derivante dalla svalutazione della nuova lira, introducendo una legge speciale che preveda il pagamento alla data del passaggio di valuta tra € e n£). il punto è proprio questo : la previsione che per pagamenti da farsi fuori dal territorio dello Stato (ed è questo sicuramente il caso dei debiti contratti in valuta estera di cui all’art.1278) possono intervenire leggi speciali che quindi derogherebbero il codice civile proprio nell’art.1278 appena citato, consentendo il pagamento con cambio fissato alla data del changeover e non della scadenza, consentendo, come appena visto, di bypassare il problema della svalutazione (sfavorevole al debitore). 10 Potrebbe essere un buon motivo per agevolare l’immigrazione, come in effetti sta accadendo. Pensate che un magrebino non si accontenti di guadagnare 300 euro al mese invece che 1200, come quell’”ingordo” operaio italiano? Resta da capire che fine farà quest’ultimo…11 La Repubblica del 13 settembre 1993: “la svalutazione ci ha fatto bene” di Elena Polidori.)

 

02/05/2014 commenti (0)

DEBITO SENZA FONDO – LA FINZIONE DEL FISCAL COMPACT

DEBITO SENZA FONDO  - LA FINZIONE DEL FISCAL COMPACT - Agorà News on Line

Debito senza fondo    La finzione del fiscal compact

 

Possiamo noi credere cittadini maturi, consumatori, elettori, italiani, che l’adesione al fiscal compact, ovvero, in soldoni, la sottrazione di 50 miliardi annui dalla nostra economia di bilancio, contribuirà a dimezzare il nostro debito pubblico che sotto il Governo Letta si è ulteriormente dilatato passando da 2041 miliardi a 2107 con una crescita seccamente esponenziale? E’ una domanda evidentemente retorica che richiede un secco no. L’adesione al diktat europeo è un esercizio di pura finzione, un wishful thinking, un atto di buona volontà che non inciderà sullo scivolamento della nostra economia in un baratro ancora più profondo. Perché il sistema se non investe (sul lavoro, sui consumi) per chi mostra di credere alla crescita e si affida al Pil (non è il nostro caso) si avvita su se stesso come mostrano aggiornate teorie economiche che hanno rivisto i dogmi di Keynes, un economista che oggi, per il quadro politico attuale, potrebbe passare come un pericoloso sovversivo. L’utopia del dimezzamento è legato a un calcolo da scuola elementare. Venti anni per cinquanta miliardi di sottrazione varrebbero mille miliardi. Se non che gli interessi sul debito pubblico, una sorta di mutuo con una banca non troppo clemente, sono la palla al piede che trascina sul fondo. Ironicamente si può sottolineare che questa cifra è diminuita: da 86 miliardi del 2012 a 81 del 2013. Ma come potete notare è troppo incidente rispetto alle concessioni fatte alle Banca Europea. L’ottimismo di Letta e di Saccomanni non è un inno d’incoraggiamento per la sopravvivenza dell’Italia ma semmai un esercizio auto-referenziale di sopravvivenza per un governo insidiato dall’interno (la faida Renzi). Dunque piccolissimo cabotaggio come gli osservatori europei (Almunia, a esempio) notano. Manca il coraggio per le grandi riforme e si sta a discutere se il rilancio avverrà all’insegna dello 0.7% probabile o dell’1,2% auspicato. Non sono queste minuscole cifre decimali che rimettono in piedi l’economia e il mondo del lavoro. Le “riformine” sono mancette clientelari, fumo negli occhi elettoralistico per resistere come meglio riesce. Figurarsi, la Cina si sentiva messa in crisi dalla crescita del Pil del 9,3 del 2011 mentre l’Italia si barcamena con le sue misere statistiche e le sue enorme contraddizioni. Un paese dove la Armellini junior può nascondere impunemente per anni il possesso di 1142 appartamenti con un danno per lo Stato calcolato in 2 miliardi, dove al clan mafioso Zaza vengono sequestrati 400 milioni di beni sull’unghia, dove i concessionari dell’azzardo non vogliono transare per una multa inizialmente calcolata in 98 miliardi. Una nazione che campa sul sommerso. La corruzione si mangia il 4% del Pil mentre il combinato disposto di mafie-evasione fiscale-lavoro nero e quant’altro incide sul 18% del Prodotto Interno Nazionale. E’ un’incidenza record per l’Europa e si fa poco per rimuoverla mentre la chiave del problema è tutta là. Ma sentite mai un politico della coalizione delle “larghe intese” rilanciare su questi temi con una proposta davvero originale?

by Daniele Poto

08/02/2014 commenti (0)

MPS – IL SUO CROLLO CI SALVEREBBE- MA IL GOVERNO FA ORECCHI DA MERCANTE

MPS - IL SUO CROLLO CI SALVEREBBE- MA IL GOVERNO FA ORECCHI DA MERCANTE - Agorà News on Line

Ma che bello scoprire le schifezze che fa questo Governo.  Ci fanno credere lucciole per lanterne e tanti abboccano pure, ma per fortuna c’è ancora qualcuno che va oltre LE PAROLE ascoltate, che si informa, che indaga, che vuole capire dove sta la VERITA’ e il perchè CONTINUANO A PRENDERCI PER I FONDELLI!

Vi domanderete di cosa parlo vero? Ve lo spiego in maniera semplice, in modo che tutti possiate capire IN CHE MANI SIAMO FINITI PER COLPA DI CHI ANCORA CREDE IN LORO…. (e parlo dei politici che sono al GOVERNO, quelli che DOVREBBERO FARE I NOSTRI INTERESSI, GLI INTERESSI DEL POPOLO!)

MPS ha ricevuto da Monti 4 milioni di €, ma non era un regalo, erano soldi prestati dallo STATO (cioè noi) per non farla fallire. Questi soldi, praticamente IL MPS non è in grado di restituirli, per cui, per legge DIVENTEREBBE UNA BANCA DI STATO e stando al trattato di Mastrich, diventando proprietà dello STATO, lo STATO può finanziarsi direttamente dalla BCE a tasso quasi  0 di interesse e questo significherebbe non pagare milioni di interessi e far si che il debito pubblico (spada di damocle sulla nostra testa) diminuisca velocemente. Ma… dove sta il problema? Il problema sta che se ciò accadesse, dato che SONO LE BANCHE STESSE A GUADAGNARE SUL DEBITO PUBBLICO ITALIANO, ci rimetterebbero MILIONI di Euro e farebbero tutte la stessa fine del MPS, cioè diventerebbero tutte di proprietà dello STATO…

Ora io mi pongo solo una semplice domanda… SAPENDO QUESTO, SAPENDO CHE IL CROLLO DELLE BANCHE ITALIANE SALVEREBBE L’ITALIA, facendo di nuovo girare contante, economia, benessere per il popolo, PERCHE’, invece, Monti, Letta e tutti gli altri, continuano a tassarci perchè ciò non accada?

Iniziate a meditare su questo, perchè CI STANNO PRENDENDO IN GIRO ALLA GRANDE e tanti di voi ANCORA LI VOTANO…

Emanuela Rocca

per approfondire andate sulle fonti:

http://www.repubblica.it/economia/2014/01/15/news/profumo_se_salta_l_operazione_non_rischia_solo_il_monte_ma_tutto_il_sistema_bancario-75970129/

http://www.oggitreviso.it/mps-ovvero-crollo-delle-banche-78793

 

28/01/2014 commenti (0)

SCHIAVI DELL’EURO E SCHIAVI DI QUESTO GOVERNO-

SCHIAVI DELL'EURO E  SCHIAVI DI QUESTO GOVERNO- - Agorà News on Line

SCHIAVI DELL’EURO E SCHIAVI  DI QUESTO GOVERNO CHE HA PAURA DEL POPULISMO E DEGLI ANTI-EUROPEISTI

Cosa avrebbe dovuto rappresentare la U.E.? Sarebbe dovuta diventare una nuova forza economica per il bene di tutti i popoli che la compongono. Era stata costituita non solo per dare valore ai mercati (NON FINANZIARI) Europei, ma nata per incentivare crescita economica e lavoro: cioè benessere per tutti i popoli europei. 

Invece, alla “luce” di quanto stiamo vivendo, da quando è entrato l’Euro, notiamo solo disastri economici stratosferici. Debito pubblico che sale ogni secondo vertiginosamente, grandi svendite, Imprese importanti trasferite all’estero, fallimenti, cessate attività commerciali, industriali e artigianali con conseguenti licenziamenti e cassa integrati, per non parlare dei suicidi.

Ora tutto questo scenario, a dir poco catastrofico,non porta i GOVERNI degli Stati dell’Unione Europea a “pensare” che c’è qualcosa che non va? Che ci sia qualcosa di sbagliato?

Basterebbe pensare solo a una cosa: Si è SCHIAVI del RATING. Aumentano le tasse per aumentare il RATING, la conseguenza dell’aumento del RATING è l’abbassamento del P.I.L. (PRODOTTO INTERNO LORDO) con la conseguenza di:

1- MINOR GETTITO FISCALE

2- PEGGIORAMENTO DEI CONTI PUBBLICI

3- MINORI INVESTIMENTI

4-POPOLO LAVORATORE PIU’ POVERO E SENZA FUTURO

Poi quando cala il gettito fiscale il RATING è di nuovo minacciato, per cui si aumentano di nuovo le tasse, si riducono le spese per il sociale, e la storia ricomincia con il minor gettito fiscale, minori acquisti perchè i soldi da spendere sono sempre meno, e via dicendo… PRATICAMENTE UN CANE CHE TENTA DI MORDERSI LA CODA SENZA MAI RIUSCIRCI!

Ora stanno tagliando SALARI e PENSIONI  e questo altro disastro non porterà solo a una nuova catastrofe sociale senza eguali nella nostra storia, ma questi “ulteriorio sacrifici” richiesti solo al POPOLO non risolveranno alcun problema, anzi, lo aggraverà ancora di più.

Ma come si fa a pensare di sanare un DISASTRO ANNUNCIATO agendo in questo modo e non solo? Perseverare sugli stessi errori ha per il governo Italiano un solo scopo: DIFENDERE L’EURO e questo tipo di EUROPA.

Io so che un GOVERNO che si rispetti è un GOVERNO che pensa a ciò che sia migliore per il PROPRIO POPOLO e non cosa sia migliore per i MERCATI FINANZIARI, PER LE BANCHE E PER LA U.E. e questo tipo di GOVERNO è ANTI COSTITUZIONALE. TUTTO QUELLO CHE FA E CHE HA FATTO VA CONTRO LA NOSTRA COSTITUZIONE.

Aprite gli occhi per favore, informatevi non solo dai Mass Media che tacciono le verità e vi imbrogliano continuamente con balle che non stanno ne’ in cielo ne’ in terra, ma leggete, ci sono libri, c’è il web, ci sono articoli che parlano di questo problema e fino a quando il popolo tutto non sarà messo al corrente delle verità, andremo incontro a una peggiore schiavitù e diremo addio per sempre alle nostre sovranità e libertà.

Emanuela Rocca

ECONOMIA POLITICA – UN VIDEO CHE SPIEGA IL DEBITO PUBBLICO E IL SIGNORAGGIO

ECONOMIA POLITICA - UN VIDEO CHE SPIEGA IL DEBITO PUBBLICO E IL SIGNORAGGIO - Agorà News on Line

Il Prof. Padovani, ospite nello studio di “Tempo Reale” spiega molto dettagliatamente il concetto di SIGNORAGGIO BANCARIO e la TRUFFA del debito pubblico e del sistema monetario: la TRUFFA del secolo, che rende il mondo ostaggio del debito. Il prof. Padovani dichiara: “viviamo all’interno di un enorme imbroglio che supera l’immaginazione, è un debito inestinguibile”.

DA GUARDARE E DIVULGARE AL MASSIMO!!!

Il prof. Padovani spiega tutti i concetti definiti dall’avv. Marra!

Redazione Signoraggio.it

 

http://www.signoraggio.it/incredibile-il-signoraggio-bancario-spiegato-per-bene-in-tv/

22/12/2013 commenti (0)

LA CRISI DELL’EUROZONA E’ UN PROBLEMA DI DEBITO PUBBLICO O PRIVATO?

LA CRISI DELL'EUROZONA E' UN PROBLEMA DI DEBITO PUBBLICO O PRIVATO? - Agorà News on Line

VALUTAZIONI” INATTUALI”  SUL CICLO DI FRENKEL

Ripendo il celebre titolo di un opera del grande filosofo tedesco Friedrich Nietsche (“Considerazioni inattuali”) solo per fornire un visione fortemente alternativa alla prassi economica comune (visione alternativa tipica del grande filosofo esistenzialista) del poco noto ciclo di Frenkel. Cosa esattamente sia, in parole povere, ce lo spiegano in molti, ad iniziare dal sottostante articolo di Vito Lops del Sole 24 Ore e che riprende il ragionamento del noto economista “antieuro” Alberto Bagnai nel suo libro “il tramonto dell’euro”, il quale attribuisce a tale sequenza le cause della crisi nell’eurozona. Anch’egli però ripudia l’originalità dello studio, risalente a quanto pare al meno noto economista argentino Roberto Frenkel che lo analizzò in relazione alla nota vicenda del temporaneo aggancio del Pesos, valuta argentina, al dollaro americano… insomma il solito problema dei cambi fissi che affligge anche l’euro zona, per farla breve… Secondo me qualche conto non torna (o forse, per essere ancora più chiari, bisogna, come sempre, avere il coraggio di dirla tutta). Intanto però vediamo il “ciclo” che ci starebbe portando fuori strada… (nota per il lettore: la parte con carattere diverso [Arial Rounded] sono ovviamente note del sottoscritto).

La crisi dell’Eurozona è un problema di debito pubblico o privato? Per chi segue il ciclo di Frenkel non ci sono più dubbi

di Vito Lops

Nel 2013 il Pil dell’Italia (e non solo) è visto ancora in decrescita. Allo stesso tempo a giugno il tasso di disoccupazione è balzato al 12,2%, il livello più elevato dal 1977. Fa da contraltare il buon recente dato sulla produzione manifatturiera, sintetizzata dall’indice Pmi che è cresciuto a quota 49,1. Il dato, pur in aumento, resta sotto quota 50, che è considerata la soglia minima di espansione di un Paese. Insomma, non si può dire, dopo oltre cinque anni, di essersi messi alle spalle la crisi. Se poi si guarda al tasso di disoccupazione di Spagna (+28%) e Grecia (+27%) con quelli giovanili che superano il 50% il quadro né nel breve né nel medio-lungo sembra incoraggiante.

In questo contesto poco confortante c’è chi comincia a mettere in dubbio le politiche sinora adottate dalle autorità per uscire dalla crisi, volte all’applicazione di misure di austerità, chiedendosi: la crisi dell’Eurozona è un problema di debito pubblico o di debito privato? Stando alle misure fiscali che vengono chieste ai Paesi, e non importa se questi siano o meno in recessione, pare che i vertici europei credano più alla prima che alla seconda ipotesi.

Ma le contraddizioni restano, e sono profonde dato che i numeri dimostrano che i 17 Paesi che utilizzano l’euro negli ultimi sei anni di crisi sembrano entrati in una sorta di loop. Tra gli stessi vertici c’è chi come Vítor Constâncio, vice-presidente della Banca centrale europea, ha recentemente dichiarato nel corso di un convegno ad Atene: «Penso che, per avere una storia più accurata riguardo le cause della crisi, dobbiamo guardare non solo alle politiche fiscali: gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei Paesi debitori e creditori. Al contrario dei livelli del debito pubblico, il livello del debito privato è aumentato nei primi sette anni dell’euro del 27%. L’aumento è stato particolarmente pronunciato in Grecia (217%), Irlanda (101%), Spagna (75,2%), e Portogallo (49%), tutti paesi che sono stati sottoposti a grandissimo stress durante la recente crisi. La crescita repentina del debito pubblico, d’altra parte, è iniziata solo dopo la crisi finanziaria. Nel corso di quattro anni, i livelli del debito pubblico sono aumentati di cinque volte in Irlanda e di tre in Spagna».

Si tratta di una dichiarazione molto forte. In cui il vice-presidente della Bce ribalta le cause della crisi che hanno finora guidato gran parte delle scelte istituzionali volte a risolverla. Il debito pubblico dei Paesi della periferia – preso sotto attacco fino allo scorso luglio dai mercati finanziari e in ogni caso che oggi paga rendimenti decisamente più alti rispetto a quelli dell’Europa del Nord – non sarebbe stato la causa della crisi dell’Eurozona. «Infatti, in certi Paesi il debito pubblico è decresciuto, e in qualcuno è diminuito sostanzialmente. Per esempio, tra il 1999 e il 2007, il debito pubblico spagnolo è passato dal 62,4% del Pil al 36,3% del Pil. In Irlanda, nello stesso periodo, è diminuito dal 47% al 25% del Pil. Per quanto a livelli relativamente alti, il debito pubblico è diminuito anche in Italia (dal 113% al 103,3% del Pil) ed è aumentato solo di poco in Grecia. Comunque, negli ultimi due casi, il livello era già in effetti molto superiore al 60% fissato dal Patto di stabilità e crescita.

Viceversa l’aumento del debito pubblico sarebbe una conseguenza dell’esplosione di una bolla del debito privato, gonfiata dai crediti che le banche del Nord Europa hanno fatto alle banche del Sud e, di conseguenza, a famiglie e imprese della “periferia”, forti di un grande surplus favorito anche dagli squilibri commerciali tra i Paesi dell’area euro, a sua volta accentuati da differenti dinamiche di inflazione.

Continua Constâncio: «Da dove venivano i finanziamenti che hanno fatto esplodere il debito privato? Un aspetto particolare del processo di integrazione finanziaria europea dopo l’introduzione dell’euro è stato un deciso incremento nelle attività bancarie tra paesi. L’esposizione delle banche dei Paesi del centro verso i paesi della periferia è più che quintuplicata tra l’introduzione dell’euro e l’inizio della crisi finanziaria».

A conti fatti, quindi, Constâncio sembra dar indirettamente ragione all’economista argentino Roberto Frenkel che ha analizzato quanto accaduto in Argentina fino al 2001, quando in preda a una forte crisi fu costretta a sganciarsi dall’unione valutaria con il dollaro. Questo economista – la cui teoria è stata portata in Italia dal lavoro dell’economista Alberto Bagnai – spiega in sette passi quello che accade ai Paesi più deboli quando àncorano la loro valuta a una valuta più forte, in concomitanza di uno scenario di liberalizzazione del mercato dei capitali e di mancanza di compensazione degli squilibri. Pertanto, la grande domanda del momento, che divide europeisti ed euroscettici è: nell’area euro sta accadendo la stessa cosa?

Vediamo quali sono le sette fasi del ciclo di Frenkel

1^ fase: liberalizzazione del mercato dei capitali

All’interno di un’area valutaria vengono introdotte norme che liberalizzano la circolazione dei capitali. In questo modo non ci sono più vincoli protezionistici al trasferimento finanziario tra i singoli Paesi. Quale è il quadro in Europa? Una direttiva europea del 1988 ha enunciato il principio della libera circolazione dei capitali fatte alcune eccezioni (fatte salve alcune prerogative degli Stati membri in materia tributaria, fiscale). Dal 1999 con l’introduzione dell’euro queste restrizioni (clausole di salvaguardia) sono state abolite.

La liberalizzazione dei capitali risale all’inizio degli anni 70’ ed è un processo mondiale sviluppatosi come corollario della dottrina neo liberista di Milton Fredman per cui ogni vincolo all’iniziativa privata doveva essere rimosso, atteso che i mercati liberi sarebbero perfetti…

2^ fase: inizia l’afflusso di capitali esteri verso i Paesi periferici

Una volta che i capitali sono liberalizzati inizia un afflusso di capitali dai Paesi del “centro” verso quelli della “periferia”. I Paesi del “centro” (quelli più forti che hanno svalutato il cambio entrando nell’unione valutaria) trovano vantaggioso questo processo perché i tassi nella “periferia” (quelli dalle economie più fragili che hanno “rivalutato” il cambio entrando nell’area valutaria comune) sono un po’ più alti e, in ogni caso, si tratta di prestiti privi di rischio cambio (perché il cambio dell’area valutaria è rigido).

Giustissimo: la liberalizzazione dei movimenti dei capitali proprio a questo serviva: a far si che agli Stati fosse sottratto ogni controllo in merito anche riguardo alle conseguenze dannose per essi e conseguntemente, per i cittadini. Il concetto di democrazia già traballa pericolosamente…

3^ fase: aumenta il Pil e diminuisce il debito nei Paesi della “periferia”

L’afflusso di prestiti alimenta la domanda di famiglie e imprese della “periferia” generando una crescita dei consumi e degli investimenti e, di conseguenza, del Prodotto interno lordo. Allo stesso tempo migliorano i conti pubblici in quanto aumenta anche il gettito fiscale collegato all’espansione economica.

Qui avverto aria di inesattezza: atteso che il surplus tedesco non è, come logico, finito direttamente nelle tasche dei cittadini ma nelle banche italiane, vorrei precisare che non è certo l’afflusso di capitali nelle banche che fa aumentare la domanda di beni: la capacità di erogazione del credito da parte della banca è una variabile al 90% del tutto indipendente rispetto al capitale o meglio assets posseduto/i. Se sosteniamo diversamente vuol dire che non abbiamo ben compreso il fenomeno della creazione monetaria da parte del sistema bancario. Una banca che possiede 10 può creare 100 o più (dipende dal coefficiente di riserva obbligatorio imposto dalla banca centrale) quindi non ha certo bisogno di avere 1000 sui conti dei propri correntisti per prestare 900! Quindi il “prestare” (notare il virgolettato trattandosi di “prestito” anomalo) dipende solo dalla volontà politica della governance  bancaria di aumentare la liquidità del sistema; e questa a sua volta dipende da una valutazione strategica, anch’essa del tutto indipendente dalla volontà di Stati e governi, poichè libera, arbitraria e incontrastabile scelta del potere finanziario. Se si vuole creare una bolla la liquidità aumenterà diversamente, se si vuole farla esplodere o se si vuole creare una crisi ad arte, questa verrà ritirata dalla circolazione. Ma, ripeto, è una scelta strategica non certo condizionata dalla liquidità o dai crediti detenuti in cassa (che alla banca, non serve granchè, se non in minima percentuale).

4^ fase: cresce l’inflazione nella “periferia”

L’aumento di consumi e investimenti favorisce sì una crescita del Pil ma anche dell’inflazione. L’economia della periferia è in espansione e quindi sale anche il livello dei prezzi. Ma l’espansione resta legata all’afflusso di capitali stranieri facilmente riscontrabile dall’aumento del debito privato che cresce molto più velocemente rispetto al debito pubblico che, come visto nella terza fase, tende a decrescere.

Espansione legata all’afflusso di capitali stranieri? Più verosimile ritenere che tale espansione sia legata alla precisa volontà di concedere prestiti da parte delle banche attraverso un sistema che incentivi l’uso di carte di credito e debito a interessi usurai in particolare e per via del crescente indebitamento collettivo, in via generale. Chi non ricorda i mutui a tassi variabili bassissimi offerti dalle banche a metà dello scorso decennio? Davvero pensiamo che i tassi bassi erano offerti perché le banche erano piene di liquidità di provenienza straniera? Ma l’elevata espansione monetaria non porta di per se alti tassi di interesse? Cipro era strapiena di capitali stranieri ma nessuna esplosione del debito privato mi pare… piuttosto vi era il problema piuttosto serio di remunerare con tassi alti una enorme quantità di denaro proveniente da banche tedesche e francesi. Cosa alle quali le “brave” banche cipriote rimediarono investendo in bond greci, che assicuravano fino al 50% di interessi e questo fino al logico quanto inevitabile semi – default greco. Il debito pubblico, egregio Bagnai, non decresce (tendenzialmente aumenta sempre) dato che ciò che diminuisce, al limite, è solo il rapporto debito /pil è questo soltanto perché aumenta il PIL, in modo da sostenere la crescita del debito. Ad es. debito 100 – pil 100. Il debito è il 100% del pil. Ma che succede se aumenta il debito di 10 e il pil di 20? Il debito sarà inferiore al 100% del pil (110/120 x 100). Chiaro e intuitivo. Quindi è il rapporto debito/PIL che diminuisce ed è logico: questo accade sempre nei momenti in cui il debito contratto dai privati espande sia l’economia che (di conseguenza) le entrate fiscali.  Quindi il problema “debito pubblico” esiste e si perpetua eternamene condannandoci ad una insensata quanto insostenibile crescita perenne.

5^ fase: uno shock (interno o esterno) fa scoppiare la bolla del debito privato.

A questo punto accade un evento traumatico che spinge i creditori del centro a chiudere i rubinetti verso la “periferia” ( cd “sudden stop”, ndr). Gli euroscettici che sposano la teoria del ciclo di Frenkel attribuiscono, per quanto riguarda l’euro, questo evento alla crisi dei derivati subprime culminato con il fallimento di Lehman Brothers nel settembre del 2008.

Ecco qui: Bagnai avrebbe potuto dire molto e invece dice molto poco, riducendo tutto il problema dei mutui subprime al fallimento Lehman (che fu un effetto della crisi giammai la causa prima). Ma avrebbe dovuto portare una contestazione forte al cuore del sistema bancario, che egli si risparmia con piacere ma senza un briciolo di imbarazzo. Anzi definisce gli attacchi contro di esso come critiche infondate contro il “banchiere brutto e cattivo” banalizzando il problema e irridendo i suoi contestatori.

6^ fase : si innesta un circolo vizioso  recessivo che fa peggiorare il debito pubblico.

Normale: tutto è crollato. Ma non è il debito pubblico che peggiora (quello è scontato) peggiora il rapporto debito/pil. Ma sostenere che in tutto questo “il debito pubblico non c’entra nulla”  (perché all’inizio della crisi, nel 2008, stava scendendo proprio nei PIIGS) è semplicemente fare disinformazione e questo per una serie rilevante di motivi:

–         la crisi non inizia nel 2008 ma ben prima come egli stesso fa notare quando, nel suo “Il tramonto dell’euro”, rievoca come un  mondo ben più affidabile quello del sopravvento della “repressione” finanziaria rispetto a quello della liberalizzazione dei capitali (e “pre – divorzio” Bankitalia – Tesoro); parliamo quindi di una fase deliberatamente “preparatoria” alla presente situazione di crisi che dura almeno tre decenni.

–         Il debito pubblico in sé è una truffa ai danni dell’umanità: una volta chi emetteva moneta copriva con l’oro che possedeva (o che avrebbe dovuto possedere: in ogni caso si assumeva rischi e responsabilità); oggi chi emette lo fa dal nulla a costo zero e come debito inscritto in contabilità al valore nominale per il ricevente. Insomma chi “copre” è solo il debitore con i propri beni (leggasi ipoteca sulla casa). Fermo restando che poi il debito della società viene contabilmente registrato come debito anche dell’emittente (ad esempio vedere la voce “banconote in circolazione” nei bilanci delle banche centrali, per capire se viene collocata tra le passività o tra le attività…); e questo si verifica con modalità analoghe sia da parte delle banche ordinarie che delle banche centrali. Che una simile truffa non sia un problema, prima ancora giuridico che economico, e dato che dobbiamo pagarci interessi da favola ai suoi ideatori, lo trovo arduo da dimostrare.

–         Il detentore del debito pubblico dispone di un potere tale da strumentalizzare ogni istituto sociale in senso lato (compresa l’università dove insegna Bagnai) in modo da piegare ai propri voleri ogni decisione politica (la prassi del “cattura il regolatore” ad esempio è spiegata molto bene dal premio Nobel Joseph Stigliz in varie sue opere, ultima delle quali “il prezzo della disuguaglianza”). Lo stesso Bagnai sostiene che il debito privato si è trasformato in debito pubblico: verissimo, nessuno lo nega, ma questo è per l’ appunto potuto avvenire proprio perchè il potere finanziario che lo gestisce lo ha consentito! Anzi lo ha imposto, obbligando i governi a ricapitalizzare quelle stesse banche (too big to fail) che avevano ideato e determinato il disastro che tutti oggi contempliamo. Anche su questo Bagnai preferisce glissare in modo pressocchè totale. Ritengo quindi che la crisi sia imputabile ad sorta di “tempesta perfetta”: un eccesso di debito privato all’interno di un sistema pubblico che andava collassando per aver salvato una notevole quantità di banche con i soldi dei contribuenti. Ma è stata una mossa non colposa ma dolosa. Le enormi potenzialità delle banche centrali nel creare moneta poteva e doveva essere attivata ben prima dei famosi quantitative easing (ed LTRO) di Bernake/Draghi evitando il collasso delle finanze nazionali (vds ad esempio il piano Tarp americano). Perchè se la Fed ha creato dal nulla, dal 2008 al 2011, ben 16.000 miliardi di dollari acquistando titoli tossici dalle banche di tutto il mondo, si è ritenuto di dover sottrarre liquidità anche alle casse governative? Perché non un cent dei soldi creati è finito a favore dei governi e, tramite questi, a coloro ai quali le truffe bancarie sotto forma di ABS, CDO, CDS, ecc. avevano sottratto tutto? Non è un problema di debito pubblico, questo, Bagnai? Il fatto che per le banche i soldi arrivino a pioggia e per i cittadini degli Stati, da queste dissanguati, nemmeno le gocce, esimio prof, per Lei non è altro che un oscuro complotto contro “chissacchi”? vederci semplice negligenza in tutto questo è davvero sommamente ingenuo. È il sistema che crea, regola e gestisce il debito pubblico al punto da condizionare l’esistenza della società intera, compresa la scelta di averci imposto l’euro : nonostante le “prodiane” affermazioni del tenore “con l’euro lavoreremo tutti un giorno in meno” non esisteva alcun disegno di svolta verso il benessere nel progetto verso la moneta unica, il cui vero scopo era caso mai ben altro: a voler fare facili battute, aveva davvero molto a che fare con la diminuzione del lavoro (forse intendeva che… con l’euro non lavoreremo affatto)

–          Se uno Stato possiede la sua vera sovranità monetaria risolve tutto: anche i problemi di eccesso di debito privato o ad esempio i problemi della concorrenza dei prodotti stranieri a basso costo (potendo usare senza condizionamenti la leva fiscale). Ma prima deve detenere saldo nelle sue leggi costituzionali, per l’ appunto, il controllo della propria moneta e dei flussi che esso stesso crea, attraverso la propria autorità monetaria e proprie (poche) banche di Stato. Che garantiscano liquidità nell’interesse della società e del settore pubblico e mai dei privati emettitori di debito (altrui) e credito (per loro). Nessuno sostiene che il debito sia un male o un bene in assoluto ed in questo concordo con Bagnai: pochi potrebbero comprarsi la propria auto senza indebitarsi (per la casa adibita ad abitazione principale farei ben altre considerazioni che qui ometto). Ma il problema è dal lato del credito, spesso dolosamente sotto – analizzato. Se chi mi presta sta truffando, allora il problema principale ed urgente non è tanto che io riceva il prestito cui aspiro, bensì è quello di fermare la mano dell’usuraio. Per un problema etico e giuridico in primo luogo ma anche e soprattutto per l’immenso potere che deriva dall’esercizio incontrollato di tale supremazia contro il resto dell’umanità. Proprio il non porci questa domanda ci sta oggi costringendo alla mera sopravvivenza, senza prospettiva di un dignitoso futuro.

A questo punto, venendo a mancare la liquidità straniera, si innesta un circolo vizioso per cui i Paesi della periferia entrano in recessione. Il debito pubblico aumenta e allo stesso tempo calano consumi e investimenti che fanno calare il pil. Di conseguenza il rapporto debito pubblico/pil peggiora e continua a peggiorare perché i Paesi della periferia sono costretti ad attuare misure di restrizione…

Va beh qui si termina nel folle ragionamento dell’austerity di Monti & C. sul quale mi sembra addirittura offensivo dell’intelligenza del lettore spendere anche una sola parola di commento….

Written by Ludovico Fulci, 17 dicembre 2013.

17/12/2013 commenti (0)

QUANDO IL GIORNALISMO FA FALSO TERRORISMO

QUANDO IL GIORNALISMO FA FALSO TERRORISMO - Agorà News on Line

Dopo la trasmissione “La Gabbia” su La sette, di mercoledì 4, giorno 6 su Virus (Rai due) si torna a parlare di uscita dall’euro, evidenziando come, nei sondaggi, la maggioranza degli italiani sia ormai cosciente del dramma che questa moneta sta rappresentando per il nostro Paese per gli evidenti squilibri che sta provocando nei bilanci dei Paesi più deboli (tra i quali anche il nostro; alla fine comunque l’unico ad avvantaggiarsene è stato fino adesso la Germania, anche se nulla è eterno…). Ecco che dagli Usa a un certo punto si collega il giornalista economico Federico Rampini (inviato di Repubblica, un nome, una garanzia: di disinformazione), il quale, trattando dell’argomento, inizia a sottolineare le differenze tra la Federal Reserve americana e la nostrana BCE. Tutto sommato dice cose condivisibili: non sono banche centrali la cui azione sui mercati dei capitali e sull’economia reale, sia minimamente paragonabile, detto in estrema sintesi. Quindi bocciata la BCE promossa la FED. E allora? Che si fa? Si cambia valuta e si  torna a quelle nazionali? No! Apriti cielo ecco il “buon” Rampini ci propina il più becero degli argomenti, roba da vertici del terrorismo informativo e del luogocomunismo  più insulso (come direbbe Bagnai): la rata del mutuo!!! Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più ? (come direbbe Battisti). Ci risiamo … e allora riscaldiamo ancora la minestra…

Rampini sostiene che chi ha contratto un mutuo con la propria banca (in Italia, ovvio) vedrebbe il proprio debito in euro aumentare per effetto della svalutazione della nuova lira rispetto al preesistente euro (comunque, sottinteso, sopravvissuto nei Paesi dell’eurozona). Insomma se prima dovevo 1000 euro, dovrò ancora 1000 euro ma siccome adesso la nuova lira è svalutata ad es. del 20%, questo mi farebbe salire la rata a 1200 euro invece che a mille. Alla fine un vero dramma dei bilanci familiari, motivo per cui, alla fine, manco a provarci people!, restiamo nell’euro per quanto non sia il massimo  ed evitiamo quei guai peggiori che ci attendono… all’uscita.

Rampini sarebbe bene torni dagli Usa a rinfrescarsi un po’ di diritto nazionale (anzi no, lo faccia da laggiù.

…) perché pare che ignori il principio base della cd lex monetae, quegli articoli del codice civile che ci spiegano cosa accade se cambiamo valuta…

La lex monetae ha 4 regole fondamentali :

la prima è semplicissima: i debiti si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale, alias se ho contratto un debito in euro non posso ripagarlo, ad es in dollari (1277 1°comma), ma solo in euro ed alla somma stabilita;

la seconda ci dice che: se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata alla prima, alias se non esiste più la moneta con la quale ho contratto il mio debito (es.: l’euro sparisce per tutti, magari…) io devo pagare nella moneta che esiste in circolazione nel Paese (“avente corso legale”) nel giorno in cui scade il debito (1277 2° comma), secondo il cambio fissato. Non pare questa l’ipotesi ci potrebbe in questa sede riguardare, dato che sembra proprio che l’euro sopravviverebbe in altri Stati e qui proprio di questo si discute (della conversione del debito da euro a nuove lire)

La terza (art. 1278) prevede che: se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento alias si ipotizza un debito contratto in una moneta esistente all’estero (e quello sarebbe l’euro laddove mantenesse corso legale in qualche altro Stato), e questo è chiaramente tipico di debito contratto tra soggetti residenti e non residenti. Allora il debitore può a sua scelta:

–          Pagare nella moneta straniera;

–          Pagare nella moneta avente corso legale nello Stato con cambio fissato al giorno della scadenza,salvo però quanto disposto dall’art. 1281 che prevede il possibile intervento di leggi speciali nella specifica materia, vedesi subito dopo

La quarta (art. 1281) prevede letteralmente: “le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i principi derivanti da leggi speciali. Sono salve disposizioni particolari per i pagamenti da effettuarsi fuori dal territorio dello Stato”   è appunto la previsione che per pagamenti da farsi fuori dal territorio dello Stato (ed è questo sicuramente il caso dei debiti contratti in valuta estera di cui all’art.1278, debiti che altrimenti avrebbero poco significato) possono intervenire leggi speciali che quindi derogherebbero il cod. civ. consentendo il pagamento con cambio fissato alla data del changeover e non della scadenza, consentendo, come appena visto, di bypassare il problema della svalutazione (sfavorevole al debitore).

Vedete (occhio soprattutto alle sottolineature)? Ricapitoliamo. L’art. 1277 già ci conforta: non esistendo più in Italia la moneta con la quale ho contratto il mio debito (in euro) si deve pagare nella moneta attuale (la nuova lira) al cambio fissato ed alla data di scadenza; insomma tutto si trasforma da euro a nuove lire: più semplice di così non si può. Il mio debito di mille euro adesso è un debito di mille lire. Non si capisce perchè la nostra (italiana) banca creditrice, che è anch’essa obbligata a convertire tutti i suoi debiti da euro a lire, per i crediti, viceversa, possa pretendere di essere pagata ancora in euro, cioè una moneta ormai per noi straniera! E’ questa, secondo me, è la norma da applicarsi nei rapporti interni al nostro Paese. Ma qualcuno potrebbe obiettare che debba applicarsi invece l’art. 1278, perchè l’euro esisterebbe ancora, seppure solo all’estero. A costoro potrebbe subito obiettarsi che è impossibile che il legislatore del codice civile, risalente al 1942, abbia pensato che la “moneta esistente all’estero” fosse da intendere quella che esisteva prima anche in Italia! Essendo peraltro l’euro un progetto che stonava alquanto con il tuono dei cannoni, ancora operativi nel periodo in questione… all’epoca il legislatore non poteva che intendere un debito contratto, ad esempio, in dollari, da un italiano nei confronti di uno statunitense. Quindi una banale analisi storica già escluderebbe l’applicabilità del 1278… ma si ragazzi, il Natale si avvicina e siamo buoni … e allora esaminiamo anche questo caso, relativamente al quale, come appena visto, possiamo benissimo affermare che il danno sarebbe evitabilissimo, atteso che le ipotesi in ballo sono ben tre:

  1. Si paga in moneta straniera, cioè euro (con un chiaro danno per il mutuatario, che dovrebbe procurarsi euro, rimettendoci);
  2. Si paga in moneta nuova (cioè lire) con cambio fissato alla scadenza del debito: bella fregatura anche qui, dato che l’inevitabile svalutazione aumenterebbe il debito, seppure in lire, dello sventurato mutuatario;
  3. Lo Stato introduce una legge speciale prevista dall’art. 1281 stabilendo che il pagamento possa avvenire con cambio fissato non alla scadenza (come visto al punto precedente) ma alla data del changeover tra le due valute. Ciò permetterebbe di cristallizzare il debito in 1000 lire per ogni 1000 euro, laddove il cambio sia fissato 1 a 1. Debitore così salvo ma anche la banca direi, perché diversamente i muti in sofferenza non si conterebbero, con palese rischio di catastrofe finanziaria anche per la stessa banca.

Dimostrato, spero una volta per tutte, che la pseudostoriella “dea rata der mutuo che ce va alle stelle” è molto più falsa del prossimo avvicinamento, sempre dalle stelle, della slitta con i regali di Babbo Natale. Sperando che a Rampini regali un po’ di buonsenso e di saggezza in più…

Written by Ludovico Fulci, 07 dicembre 2013

07/12/2013 commenti (0)

L’EUROEXIT – COME E QUANDO USCIRE DA UNA TRAPPOLA PER POPOLI

L’EUROEXIT -  COME E QUANDO USCIRE DA UNA TRAPPOLA PER POPOLI - Agorà News on Line

L’EUROEXIT

COME E QUANDO USCIRE DA UNA TRAPPOLA PER POPOLI

Premessa.

Abbiamo visto e letto un po’ diffusamente come la necessità di uscita dall’euro sia ormai l’unica vera scappatoia per la salvezza economia del nostro Paese. Non mi voglio nemmeno soffermare troppo sul punto: laddove accompagnata da un pieno recupero della sovranità monetaria nazionale, finalmente estorta all’istinto predatorio dei “mercati”, spianerebbe la strada al benessere generale ed alla pacificazione generale. Qualcuno nelle aree persino più radical chic del centro sinistra inizia a rendersene conto (ad es. Fassina). Qualcun altro[1] inizia a criticare la legittimità giuridica dei Trattati stessi. Esiste ed insiste un nucleo duro di informazione “deviata” nel nostro Paese che continua a sostenere l’insostenibile, cioè che senza euro sarebbe la nostra fine, paventando scenari disastrosi in caso di uscita. Sembra quasi che l’euro sia l’unica moneta al mondo e se ne uscissimo noi saremmo quindi una inaccettabile eccezione planetaria. La realtà invece è che è esattamente l’opposto: una unione monetaria tra Stati muniti di poteri separati  e legislazioni, nonché lingua e culture differenti, non esiste in altro posto al mondo che nell’Eurozona e non potrà sopravvivere all’implacabile giudizio della Storia[2]. Il problema è che il prezzo lo pagheranno come al solito i ceti medio bassi mentre flussi di ricchezza continueranno a fluire dal basso verso l’alto della piramide sociale.  Il ritorno alla (nuova ) lira dovrà avvenire all’interno di un percorso articolato ma molto rapido (quanto meno non lentissimo), valutando l’adozione di alcuni accorgimenti che vado di seguito a sintetizzare.

La pre – uscita.

La fase dell’uscita vera e propria deve essere preceduta da contrattazioni ben precise e determinate in ambito UE nel contesto delle quali dovranno essere illustrate alla Commissione e alla BCE le condizioni economiche ormai insostenibili per l’Italia e la conseguente necessità di un parziale recupero di sovranità monetaria quale unica possibilità per l’osservanza dei vincoli imposti dai Trattati[3]: temo che al 99% la risposta sarà picche. “se avete difficoltà avvaletevi del MES” questo ci direbbero ed al che la sovranità statale sarà definitivamente compromessa ed archiviata e con essa il potere della politica. Sfruttando questa “sponda”, il nostro governo avrebbe la possibilità di agire e ciò dovrebbe a questo punto avvenire rapidamente, accelerando le procedure di uscita. Blocco dei conti correnti nel weekend (anche per qualche giorno a seguire, laddove servisse, non sarebbe una tragedia), applicazione della lex monetae[4] e inserimento delle nuove lire[5]  nei bancomat in sostituzione dell’euro. Si potrebbe anche valutare più che il blocco  in uscita o al rientro di eventuali capitali fatti fuoriuscire dall’Italia nei giorni precedenti alla (sicura) svalutazione della subentrante nuova lira, l’applicazione di una imposta sostanziosa sui movimenti di capitali nominati in euro verso l’estero, con aliquota tale da renderne svantaggioso lo spostamento. Comunque al problema attribuisco valenza limitata. Laddove la nuova lira venisse emessa come moneta sovrana, priva di debito all’emissione, lo Stato potrebbe gestire la creazione (come la distruzione) di ogni flusso finanziario: una rapida serie di massicci investimenti pubblici supplirebbe ad ogni carenza monetaria anche grave. L’operazione dovrebbe essere accompagnata da un’ adeguata campagna stampa volta a rassicurare sul fatto che l’azione italiana è volta a garantire la solvibilità dello Stato a garanzia del pagamento dei propri debiti, evitando il default con i possibili haircut in stile Grecia che ne deriverebbero. Un punto che interessa molto gli italiani è invece quello dei mutui contratti in euro: fermo restando che il cambio verrebbe ovviamente fissato in rapporto uno a uno (per evidenti esigenze di semplificazione e trasparenza), i mutui verrebbero ovviamente nominati in nuove lire: chi aveva un debito di 1000 euro al mese pagherà 1000 nuove – lire al mese (art. 1278 cod. civ.). Non esiste alcun rischio, come qualcuno paventa, che i conti correnti vengono nominati in nuove lire ma il debito resterebbe in euro. Nessun onere in più quindi. Il confronto con i famosi vecchi mutui in ECU è fuorviante perché l’ECU all’epoca era un valuta di conto non nazionale nei confronti della quale la lex monetae (vds annesso 1) non era ovviamente applicabile.

La svalutazione

Che la nuova lira sarà svalutata rispetto al (residuo) euro circolante nella rimanente eurozona, pochi dubbi. La differenza di inflazione tra noi e la Germania (paese di riferimento nell’eurozona) maturata dall’aggancio della nostra valuta al marco prima (nel 1996) e all’euro dopo (nel 2002), impone di prevedere una svalutazione della nuova lira pari alla somma dei vari “delta” di inflazione maturati negli anni dal 1996 all’anno di uscita. Tale sommatoria si attesterebbe, a dati attuali, attorno al 15% circa. Un dato serio ma non catastrofico. Ma attenzione questa svalutazione avrebbe rilievo nei rapporti con l’estero, laddove nei rapporti interni rileverebbe, come vero costo, la sola inflazione, la quale, esperienze storiche ci dimostrano, si riversa, di norma, nel limite di un terzo all’interno del Paese di riferimento. Nel caso italiano quindi potremmo avere un aumento dell’inflazione (spalmato comunque in un arco temporale di alcuni anni) pari a circa il 5%, sperimentando quindi un’inflazione complessiva intorno al 7 – 8%.  Ma  non sarà sfuggita la sottolineatura… “di norma”; questo per significare che in Italia il dato storico più recente racconta una storia diversa. Quando uscimmo dallo SME (un sistema di cambi quasi fissi), nel 1992, subimmo si un’inflazione, ma … negativa. Passammo infatti dal 5% del 1992 al 4,5% del 1993; molti osservatori attribuiscono la circostanza, secondo me correttamente, al boom dell’export conseguente alla libera fluttuazione del cambio, e che compensò di gran lunga, fino a superarli, gli effetti negativi della svalutazione in termini di inflazione conseguente[6]. Questa considerazione ci porta al paragrafo seguente.

 

Import / export

La svalutazione porterà come conseguenza primaria un aumento generalizzato delle costo delle importazioni e un aumento massiccio dei ricavi da export italiano, legato appunto ai vantaggi per gli investitori stranieri ad acquistare nel nostro Paese. Per noi sarebbe più caro l’approvvigionamento delle materie prime, in quanto generalmente oggetto di importazione. L’aumento del prezzo dell’import, specie nella parte connessa con la “bolletta energetica” può essere facilmente compensato da forti agevolazioni fiscali e all’espansione delle fonti energetiche alternative ora entrambi possibili grazie al riacquisto della sovranità monetaria ed alla sospensione dell’applicazione all’Italia dei trattati capestro della UE (Fiscal Compact – MES). Ad esempio la diminuzione di pochi punti di imposta dalla benzina compenserebbe un possibile aumento alla pompa del prezzo dei carburanti (anche se per dirla tutta va detto che, viceversa, l’apprezzamento costante dell’euro sul dollaro non ha per nulla comportato, in passato, quelle benefiche parallele diminuzioni di prezzo del greggio che ci saremmo dovuti attendere, stando alla regola). L’uscita dall’euro comporterebbe la possibilità per lo Stato di finanziare un serio sviluppo e incremento dell’utilizzazione di fonti alternative (magari a minore impatto ambientale). Quasi inutile invece soffermarci sull’export: semplicemente decollerebbe, restituendo grandissima competitività alle imprese italiane (competitività oggi possibile solo con la precarizzazione del lavoro, come invoca Draghi quando ricorda la riforma Hartz[7] come panacea di tutti i mali, auspicando riforme analoghe anche da noi, essendo impossibile toccare il cambio valutario) con enormi benefici per la domanda interna, il rilancio dell’occupazione, il benessere sociale. Non credo nemmeno che un piano di investimenti pubblici in stile keynesiano sia assolutamente necessario, laddove gli investimenti più redditizi e produttivi in Italia, li hanno sempre fatti gli italiani (privati) con la loro genialità e la loro insuperabile capacità di inserirsi con efficacia nelle nicchie di mercato più remunerative. Comunque lo Stato, ora sempre solvibile, potrebbe in ogni caso intervenire nell’economia correggendo gli eccessi o incentivando quei settori tipici del made in Italy che dovessero restare indietro (perché, ad esempio, resi moribondi dalla crisi). In materia di capitali, è ovvio che i debiti con l’estero che rimanessero nominati in euro, aumenterebbero il loro importo per effetto della svalutazione ma lo Stato non avrebbe a questo punto problema alcuno a fornire agevolazioni e incentivi alle società più gravate, per le quali tale problema ne compromettesse l’esistenza. I debiti rinominati in lire seguono la legge del mercato, subendo la svalutazione del proprio credito conseguente  e parallela alla svalutazione della nuova moneta. Lo ha fatto l’Inghilterra nel 2008 e la Polonia nel 2009, qualcuno ci ha rimesso si ma nessuno ha gridato allo scandalo…

 

L’inflazione

Aumenterà o no? In realtà come abbiamo visto la risposta “si!” non è così scontata. Bisognerà vedere nel complesso l’economia come reagirà o meglio ancora con quale tempistica, poiché una reazione positiva è del tutto scontata. Nel 92’ con una svalutazione della lira di circa il 20% in tre anni abbiamo visto che diminuì. Negli anni 70’ l’inflazione a due cifre non terrorizzò gli italiani: la capacità dello Stato di finanziare la propria economia tenendo bassi i tassi di interessi e imponendo il cd vincolo di portafoglio alle banche garantì sempre liquidità disponibile in abbondanza. Aumentavano i prezzi si ma aumentavano parallelamente anche i salari (grazie al fatto che erano giuridicamente correlati tra loro grazie alla cd “scala mobile”) e la spesa pubblica per istruzione e sanità garantiva in ogni caso un’adeguata protezione sociale di tutti, a partire dalla fasce più deboli. Inflazione o no, il 25% del reddito veniva risparmiato: oggi nel felice mondo dell’euro siamo scesi all’8% circa. Era possibile perché la finanza era tenuta al guinzaglio dagli Stati e la libertà della circolazione dei capitali era fortemente sotto controllo (mi ricordo che si studiava ancora diritto valutario, materia oggi pressocchè scomparsa). A differenza di quanto viene pomposamente acclamato dai soloni, l’inflazione alta spaventa più i grandi capitalisti che gli strati più poveri (atteso che gli indebitati, di regola, sono i secondi, i quali pagheranno così il loro debito reale in misura ridotta). Un aumento dell’inflazione peraltro svaluterebbe l’enorme mole del debito pubblico nazionale, fornendo un ulteriore indicazione di solvibilità del Paese agli occhi dei suoi creditori. Tale circostanza costituirebbe la base ideale per il rilancio di qualsiasi attività economica.

 

I tassi di interesse.  Conclusioni.

Non mi soffermerei troppo sul problema, è fin troppo ovvio. L’interesse oggi (sotto forma del famigerato spread) è direttamente proporzionato al rischio –  Paese percepito dai mercati. Un Paese sempre solvibile poiché dotato della propria sovranità monetaria pagherà sempre tassi bassi sui propri titoli perché gli investitori sanno che verranno ripagati senza rischio di default alcuno. E’ il caso degli USA e ancor più del Giappone, quest’ultimo con un tasso di interesse attorno all’un per cento pur con un rapporto debito/pil prossimo al 230%; ed entrambi questi Paesi non dispongono, a differenza di quel che viene ventilato, di sovranità monetaria piena. La presenza di titoli del debito in circolazione sui mercati lo testimonia (il Giappone paga bassi interessi si ma subisce una stagnazione economica ventennale che nemmeno il piano di “inondazione” monetaria, alias “alleggerimento quantitativo”, della sua BOJ sembra smuovere più di tanto). La vera sovranità monetaria deve consentire allo Stato l’emissione di moneta senza emissione di debito (cioè titoli): una moneta quindi libera da debito e da interessi da pagare ai moderni rentiers. Questa è la frontiera da esplorare: un Paese senza debito, dove il debito invece di essere dello Stato verso i privati è, viceversa e più correttamente, dei privati verso lo Stato, che comunque agisce sempre nell’interesse di ciascuno rendendo veramente tale debito quello del singolo verso la collettività in cui egli stesso vive e lavora.[8] Non certo verso quella finanza amorale e predatoria che sta chiudendo gli orizzonti del  futuro nostro e delle generazioni che verranno.  L’obiettivo finale della nuova lira dovrà essere proprio questo.

 

Per contatti Fulci.Ludovico@gdf.it

 

Annesso 1 : un breve cenno su come funziona la lex monetae

La lex monetae ha 4 regole fondamentali :

la prima è semplicissima: se ho contratto un debito in euro non posso ripagarlo, ad es in dollari (1277 1°comma);

la seconda ci dice che se non esiste più la moneta con la quale ho contratto il mio debito (es.: l’euro sparisce per tutti, magari…) io devo pagare nella moneta che esiste in circolazione nel Paese (“avente corso legale”) nel giorno in cui scade il debito (1277 2° comma), secondo il cambio fissato (nel 2000 ho contratto un debito di 1936 lire con scadenza 1 marzo 2003: in tale data, pagherò un euro).

La terza (art. 1278) ipotizza un debito contratto in una moneta esistente all’estero (e quello sarebbe l’euro se sopravvivesse in alcuni Stati), e questo è chiaramente tipico di debito contratto tra soggetti residenti e non residenti. Allora il debitore può a sua scelta:

–          Pagare nella moneta straniera;

–          Pagare nella moneta avente corso legale nello Stato con cambio fissato al giorno della scadenza, salvo però quanto disposto dall’art. 1281 (che potrebbe fare evitare al debitore un danno derivante dalla svalutazione della nuova lira, introducendo una legge speciale che preveda il pagamento alla data del passaggio di valuta tra € e n£)

La quarta (art. 1281) è appunto la previsione che per pagamenti da farsi fuori dal territorio dello Stato (ed è questo sicuramente il caso dei debiti contratti in valuta estera di cui all’art.1278, debiti che altrimenti avrebbero poco significato) possono intervenire leggi speciali che quindi derogherebbero il cod. civ. consentendo il pagamento con cambio fissato alla data del changeover e non della scadenza, consentendo, come appena visto, di bypassare il problema della svalutazione (sfavorevole al debitore).


[1] vedesi intervista al prof. Giuseppe Guarino “il rigore UE è un bluff, il limite del 3% si puo’ superare. – il vincolo del 3% non è nel Trattato e la Commissione lo sa – Il Mattino – 15 novembre 2013

[2] Lo sostenevano in tempi non sospetti, a partire addirittura  dal 1961, economisti del calibro di Mundell, Meade e Kaldor, (quest’ultimo nel  1971), definendo i requisiti di quella che venne denominata Area Valutaria Ottimale

[3] laddove allo Stato fosse permessa una seppur limitata possibilità di autofinanziarsi mediante emissioni monetarie proprie, prive quindi di debito all’emissione, sarebbe possibile ripagare i creditori internazionali. Viceversa l strada da percorrere per l’Italia sarà quella della Grecia: prestiti ad interesse che significano tagli di ogni tipo in un sistema già in recessione piena con conseguente disastro sociale, rivolte di piazza, Marine Le Pen al 50% in Francia ecc.

[4] Art. 1277.

Debito di somma di danaro.

I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale. Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima.

Art. 1278.

Debito di somma di monete non aventi corso legale.

Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento.

Art. 1279.

Clausola di pagamento effettivo in monete non aventi corso legale.

La disposizione dell’articolo precedente non si applica, se la moneta non avente corso legale nello Stato è indicata con la clausola «effettivo» o altra equivalente, salvo che alla scadenza dell’obbligazione non sia possibile procurarsi tale moneta.

Art. 1280.

Debito di specie monetaria avente valore intrinseco.

Il pagamento deve farsi con una specie di moneta avente valore intrinseco, se così è stabilito dal titolo costitutivo del debito, sempreché la moneta avesse corso legale al tempo in cui l’obbligazione fu assunta.

Se però la moneta non è reperibile, o non ha più corso, o ne è alterato il valore intrinseco, il pagamento si effettua con moneta corrente che rappresenti il valore intrinseco che la specie monetaria dovuta aveva al tempo in cui l’obbligazione fu assunta.

Art. 1281.

Leggi speciali.

Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i principi derivanti da leggi speciali.

Sono salve le disposizioni particolari concernenti i pagamenti da farsi fuori del territorio dello Stato.

[5] la cui stampa, in forma ben riservata, sarebbe già iniziata in tempi ben antecedenti. Il problema anche in questo caso è limitato poiché la stragrande maggioranza delle transazioni è oggi elettronica e quindi non impone l’uso di contante.

[6] Chi prospetta inflazione al 50% e oltre è un disinformatore più o meno coinvolto a titolo personale delle sorti dell’euro (si va dal venduto a chi si è sbilanciato troppo per poter tornare indietro…) e dovremmo prendere nota di costoro, quanto meno affinchè in futuro venga loro sottratta ogni patente di informazione e/o divulgazione (scolastica o giornalistica che sia)

[7] Riforma del mercato del lavoro voluta dal ministro tedesco Hartz nel 2004 che consentì il rilancio dell’economia tedesca a scapito dei salari dei lavorati dell’est, pagati con minisalari da 450 euro al mese (i famosi minijobs). Dovendone garantire la sopravvivenza, parallelamente la spesa pubblica tedesca, soprattutto per istruzione e sanità, prese il volo, collocandosi ben al di  fuori dai parametri di Maastricht. Ma finche toccava ai tedeschi rispettarli, si poteva chiudere un occhio.

[8] Questo forse intende Barnard e l’MMT quando sostiene che il debito pubblico è la ricchezza del popolo: un modello astratto di come dovrebbe essere ma del tutto distinto dalla realtà attuale.

20/11/2013 commenti (0)

LE BELLE VERITA’ DETTE PERO’ SOLO A META’

LE BELLE VERITA’ DETTE PERO’ SOLO A META’ - Agorà News on Line

Ieri 14 novembre a “Servizio Pubblico” in prima serata su La 7, apriti cielo, eresia delle eresie, Michele Santoro ospita Alberto Bagnai, professore di economia all’università di Pescara, autore del libro “il tramonto dell’euro” e fautore accanito dell’uscita dalla moneta unica del nostro Paese quale presupposto indispensabile per la resurrezione economica e morale della Nazione. Grafico alla mano Bagnai, contro la moltitudine avversa di esperti e meno esperti presenti in sala e in collegamento, dimostra che il vero motivo della crisi è il debito privato non quello pubblico, rifacendosi ad un grafico pubblicato sul proprio blog dal premio nobel Paul Krugman. Si può dire ne sia uscito vincitore: nessuno nemmeno l’economista sinistrorso Fassina (che inizia a manifestare perplessità anch’egli sul fantastico mondo dell’euro, del quale fino a ieri era però accanito tifoso…), ha potuto smentire la sua logica spietata nel descrivere gli eventi drammatici verso i quali ci ha portato la moneta unica: aumento dell’instabilità, rischio di derive assolutistiche, svalutazione del lavoro (al posto della svalutazione del cambio) e conseguente deflazione salariale. La voglia di “fare la trasmissione” del faziosissimo Santoro, seppur voglioso di dare una bella sferzata all’audience nazionale, non si è però spinta  a tal punto da consentire a Bagnai di spiegare le modalità di uscita e perché non ne dovrebbe temere nessuno gli effetti catastrofici che i mass media presagiscono peggio di cataclisma perché “chissà le importazioni quanto vanno alle stelle con la moneta svalutata”. Va beh non si può volere tutto dalla vita… Devo ammettere che ho tifato accanitamente per Bagnai, perché anch’io ritengo che l’euro sia la peggiore delle monete possibili e concepibili da mente umana. Il problema resta quello però:  Bagnai un pochino bara, quello si e cercherò di spiegare perché la penso così…

  1. Sostenere che il debito pubblico era da tempo in calo costante, salvo l’impennata degli ultimi tre anni, in cui è “ripartito” alla grande, è una gran balla: era in calo il rapporto debito/pil: è un’altra cosa, che serve però a tutti, Bagnai e “anti Bagnai” a sostenere quello che nessuno vuol dire: il debito pubblico non può diminuire ma deve tendenzialmente aumentare sempre (salvo forse brevissime e rarissime contingenti correzioni al ribasso a valenza max biennale), proprio per come è strutturato il nostro sistema finanziario (esiste moneta solo se esiste debito: regola ferrea e di base da tenere sempre a mente…). Diamo allora un’occhiata all’andamento del debito negli ultimi anni confrontato con il PIL (fonte Wikipedia) :

 

Anno Debito PIL % sul PIL
2005 1.512.779 1.429.479 105,83%
2006 1.582.009 1.485.377 106,51 %
2007 1.602.115 1.546.177 103,60%
2008 1.666.603 1.567.761 106,30%
2009 1.763.864 1.519.702 116,10%
2010 1.843.015 1.548.816 119,00%
2011 1.897.900 1.580.220 120,10%
2012 1.988.363 1.565.000 127,00%
2013 (previs.) 2.068.565   130,30% stima provvisoria

 

 

All’interno della seconda colonna si vede come l’andamento del debito sia sempre crescente[1], ma può cambiare il rapporto debito/pil (quarta colonna): tra il 2006 e il 2007 abbiamo assistito ad un miglioramento del rapporto grazie a un limitato aumento del debito (cioè scarsa emissione di titoli) e ad un consistente aumento del PIL (circa 61 miliardi, un dato simile non si riscontra in nessun altro periodo, anzi in vari casi la crescita è negativa).

Tutto questo per dire cosa? Per dire che ciò che oggi davvero conta, per quanto sia assurdo, è la crescita continua del PIL, affinchè possa sostenere un debito che, per sua natura intrinseca, abbiamo visto essere sempre inesorabilmente crescente. A nessuno sfugge l’assurdità di tutto questo. Come può un entità grande ma finita come un pianeta, sostenere una crescita infinita? La quale espone l’ambiente e l’economia a disastri inevitabili, sotto ogni profilo. Ecco a cosa servono le crisi: a far ricominciare tutto daccapo, travolgendo i più deboli ma per nulla intaccando i patrimoni dei più ricchi, che anzi aumentano a dismisura. Perché chi deve sapere, sa. Sa che la crescita infinita è impossibile e allora bisogna sacrificare l’umanità, la parte più povera ovviamente e quindi la più sacrificabile. Ma questo provoca più disuguaglianza ed allarme sociale, come descritto dettagliatamente da Stigliz nel suo ultimo “il prezzo della disuguaglianza”. Quindi dagli addosso al politico cattivo che abbiamo votato noi, ergo: dagli addosso a noi stessi. Insomma la filosofia vincente del “colpevolizziamo la vittima”.

 

  1. Sostenere che il debito pubblico non c’entri nulla col debito privato, può servire certo a mettere a tacere coloro che sostengono che sia stato il topolino (cioè i milioni) e non la montagna (cioè i miliardi), la ragione ultima della crisi: tanti sprechi, tanta evasione, tanta corruzione e bla bla bla… tutto vero Bagnai: qui hai ragione. Tutto ciò esiste nella nostra terra dai tempi di Roma Imperiale e forse prima… Il problema però è liquidato troppo in fretta: il debito privato e quello pubblico sono legati in un indissolubile “matrimonio”: fatto sta  che gli Stati si sono indebitati proprio per salvare un sistema bancario allo stremo per colpa dei propri dirigenti artefici della cd “finanza creativa” (liquidati invece con provvigioni stramiliardarie e su questo tema una parolina del nostro sarebbe stata molto gradita); questo salvataggio ha compromesso bilanci non supportabili  da moneta sovrana ma solo da debito ulteriore, reperibile a tassi elevati sui mercati finanziari, i quali, dismesso l’abito dei mendicatori si sono affrettati a indossare la toga dei giudici inflessibili: “eh no cari Stati, adesso che i vostri bilanci sono a rischio (per averci salvato…) e quindi è a rischio la vostra solvibilità, l’accesso al credito per voi ora è più caro e siccome sarà più caro devi “mettere i conti in ordine”…, cioè tagliare la spesa, aumentare le tasse ecc; ma non preoccupatevi: vi aiuterà l’ormai celebre “celochiedeleuropa”, cioè l’insieme di regole capestro del Fiscal Compact e del MES, che in qualche modo contribuiranno a scaricare la colpa su qualcun altro, un alias che la gente non sa nemmeno tanto bene che volto abbia… anzi forse non è vero che i politici li avete eletti voi? Non è vero poi che la Grecia viveva sopra le sue possibilità? Che non vi fate mai dare lo scontrino o la ricevuta fiscale fregandovene delle conseguenze pur di risparmiare 5 euro? Facile far passare in modo subdolo questi messaggi, con il risultato scontato che allora la colpa torna ancora una volta  a ricadere inesorabilmente sulle vittime. Tirando le fila del discorso abbiamo che: il problema del debito privato nessuno lo contesta: era intrinseco nell’euro il fatto che chi si rendeva competitivo per primo rispetto agli altri (alla faccia della cooperazione tra Stati…), svalutando il lavoro e i salari, potesse fregare tutti gli altri e proprio questo ha fatto la Germania con la riforma Hartz del 2004. Quindi aumento dell’export tedesco a fronte di un aumento dell’import degli Paesi della UE che vedono parallelamente e drasticamente ridurre le proprie esportazioni. Ma è anche vero che se le finanze dei paesi periferici non fossero state ridotte allo stremo dall’insistito permanere del sistema bancario ad un passo dal baratro, avrebbero potuto sostenere la propria economia, rilanciare la domanda interna con propri investimenti nei settori più remunerativi (della serie: aiuto le mie imprese come Hartz ha fatto con le sue. Risultato del tipo:  finirà che la Bravo costerà 10 mila euro e la Golf sempre 15 mila: vediamo adesso chi vende di più…) e aumentare il reddito nazionale aumentando i risparmi e quindi:  addio escalation del debito privato. Ma i trattati e l’Europa dopo aver imposto ai governi i salvataggi bancari non hanno consentito un cent in più per i popoli, questa è la tragica realtà. Non parliamo poi se lo Stato, prendendo a calci nel sedere Europa, euro e trattati capestro annessi, riacquistasse la sua piena sovranità monetaria, ma su questo non approfondisco perché anche Bagnai ne parla nel suo libro (ma solo lì non certo in trasmissione) come soluzione ottimale, per cui nulla quaestio…

 

Insomma tutto bello  caro Bagnai, ma dicendo la verità con la V maiuscola, molto probabile che in tv non ci finivi più, questo è sicuro. E non sono sicuro che tale prospettiva ti sia lieta.

Written by Ludovico Fulci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Notare come il governo Monti nel biennio 2011 – 2013 abbia fallito in pieno proprio in ciò che era il suo obiettivo principale: la riduzione dell’insostenibile debito pubblico; i mercati, logica avrebbe voluto, lo avrebbero dovuto penalizzare con spread alle stelle, spread che invece è diminuito. Prova evidente che i mercati stanno facendo politica: Monti ci sta bene, Berlusconi no… avendo  da tempo preparato un piano di uscita dall’euro per l’Italia.

TASSI GIU’ RIPRESA SU – AI TEMPI NOSTRI UN MITO DA SFATARE

TASSI GIU' RIPRESA SU - AI TEMPI NOSTRI UN MITO DA SFATARE - Agorà News on Line

TASSI GIU’, RIPRESA SU: AI TEMPI ODIERNI, UN MITO DA SFATARE…

La decisione di Draghi, governatore della BCE, di portare il tasso di riferimento allo 0,25%, non ha sorpreso nessuno. La politica dei tassi bassi è una filosofia monetaria che ha ormai preso piede a livello planetario. Certo, è vero che mai nell’Eurozona il denaro è stato così a buon mercato, anche se i motivi per esultare come vedremo subito sono di gran lunga inferiori alle connesse preoccupazioni.

La politica dei bassi tassi di interesse è stata, negli ultimi decenni, il tragico preludio all’insorgere di enormi bolle speculative, poi esplose con danni devastanti che hanno poi direttamente coinvolto le economie reali di intere nazioni. Lo abbiamo visto negli USA all’indomani della politica ultra accomodante della FED il giorno dopo la tragedia dell’11 settembre, con tassi di interessi bassissimi addirittura prossimi allo zero, che hanno alimentato il fuoco della bolla dei mutui subprime. Con il risultato che decine di milioni di americani si sono ritrovati senza una casa. E parliamo della FED un consorzio di banche private agghindate a mò di banca centrale (come direbbe Marx) il cui scopo di contenere l’aumento di prezzi si coniugherebbe con quello di difendere l’occupazione. Peccato che i lavoratori oltre a perdere il lavoro hanno perso persino casa… nell’Eurozona la potentissima BCE è decisamente orientata al rifinanziamento del sistema bancario, non certo al finanziamento diretto degli Stati, peraltro (di norma) vietato dagli stessi trattati europei (prima Maastricht, dopo Lisbona). Ne deriva che alla BCE è vietato l’acquisto diretto di titoli del debito pubblico in fase di collocazione da parte del Tesoro. A questo provvederanno i mercati, alias le più potenti banche mondiali, a tassi, manco a dirlo, ben più elevati dello 0,25 lucrando così ben più elevati margini di guadagno. I privati ugualmente dovranno rivolgersi alle banche ordinarie, sperando innanzitutto di ottenere credito e dopodichè di ottenerlo a buone condizioni, che tengano conto della diminuzione dei tassi “a monte” (cioè nel rapporto BCE – banche ordinarie). Ma temo sarà tutto vano, per una serie di ragioni:

1. La fiducia del sistema economico nella propria capacità di ripresa sta rapidamente scemando, per motivi imputabili all’incapacità politica di fornire risposte concrete alla crisi imperante. L’ultima legge di stabilità, ora in fase di conversione in legge da parte del parlamento, in ossequio agli inesorabili diktat europei, altro non è che il solito “spennar l’oca mettendo via il maggior numero di piume, col minor numero di starnazzi”, praticamente dissimulando l’estrazione a suon di miliardi di ricchezza continua dal lavoro della gente con una diminuzione irrisoria del cuneo fiscale. Recentemente Radio 24 ha annunciato che la riforma “IMU – TRISE” comporterà un aggravio medio di oltre un miliardo di euro.

2. La situazione patrimoniale delle banche, nazionali e non, le vede ancora

  1. imbottite di titoli tossici, rendendo necessaria la continua ricapitalizzazione delle loro riserve allo scopo di far quadrare i bilanci, secondo i requisiti formalmente imposti dagli accordi interbancari di Basilea II e III. In tali condizioni puntare alla concessione di prestiti all’economia reale (per quanto devastata proprio dalle alchimie della finanza mondiale), appare alquanto utopistico.
  2. Siamo ormai ai confini di quella che Keynes chiamava “la trappola della liquidità”: in una situazione di tassi già bassi, un ulteriore abbassamento degli stessi, deciso dalla banca centrale, conferisce, anche in clima di piena fiducia, uno scarso stimolo agli investimenti privati. Risultato decisamente migliore si otterrebbe con una politica di investimenti che io definisco “ a credito” poiché attuati dallo Stato con moneta di Stato, dallo stesso prodotta, disciplinata e controllata (chi ricorda più l’art. 47 costituzione?), priva quindi di debito all’emissione.

Ma se questa è la triste realtà ufficiale, potrebbe esserci un programma ancora peggiore per il prossimo futuro, se davvero abbiamo compreso la reale funzione delle banche nella nostra società; per comprendere, dobbiamo prendere le mosse  da due considerazioni:

a)    Le banche creano denaro dal nulla sotto forma di credito commerciale (che non c’entra nulla con la moneta di banca centrale, pur essendo sempre denominata in euro ma costituendo la stragrande maggioranza del denaro oggi circolante, al massimo grado di liquidità). Per capire il potenziale di cui dispongono va preso atto che non necessitano di 100 per prestare 90, tenendo a riserva 10. E’ il classico falso tanto accademico quanto wikipediano, che viene svelato dalla semplice quanto palese constatazione che quando la banca tecnicamente “presta” non un centesimo esce dalla banca: né fisicamente, né contabilmente. Il denaro viene creato dal nulla dal primo all’ultimo centesimo con una semplice scrittura contabile che evidenzia contemporaneamente un credito della banca (pari a capitale più interesse, ma a medio – lungo termine) e un debito ( pari al solo capitale erogato ma a breve termine). I correntisti, a prestito concesso, nulla vedono accadere ai propri conti (che non diminuiscono) e tanto meno le riserve della banca ne escono decrementate.

b)    Lo stesso Draghi dichiarò da governatore di bankitalia nel maggio 2005, all’assemblea degli azionisti, che doveva essere rimosso qualsiasi ostacolo alla possibilità per le banche di acquisire partecipazioni societarie, il tutto nell’acclamazione generale di una folla sinistrorsa quanto sinistra (ma allo stesso modo alquanto estasiata) capeggiata dal fido (pe le banche) Romano Prodi, uno degli infidi padri di quel disastro sociale chiamato euro, per continuare con Tommaso Padoa Schioppa, all’epoca Ministro delle finanze e con l’immarcescibile Massimo D’Alema.

Facendo la somma di a) più b) ne deduciamo semplicemente che esiste una forma di aggressione sociale del sistema bancario alla ricchezza reale: la classica funzione sociale della banca di erogare credito si trasforma nella scalata ostile e predatoria alle società più redditizie. Era la “corretta” premessa alla terribile crisi che lo stesso sistema bancario si accingeva a scatenare sui popoli, abbandonati a loro stessi dall’assenza di intervento dei rispettivi governi. La demonetizzazione che ne sarebbe derivata avrebbe permesso al sistema finanziario di mettere le mani su beni reali, utilizzando quantità minime di moneta, peraltro creata a costo zero. E quindi al riparo da ogni possibile forma di inflazione (terrore più dei grandi capitali che dei bassi redditi; al di là della solita disinformazione organizzata, provate a pensare chi colpisce di più: se il creditore, di norma ricco o il debitore, di norma povero…) Quindi, insomma, un vero e proprio acquistare a costo…. Zero, col beneplacito gioioso di governi e loro rappresentanti, ma con danni incalcolabili per l’economia reale. Dobbiamo quindi attenderci la prosecuzione delle politiche di austerity? Io credo di si, almeno finche i giochi non saranno completati, ossia finche non si sarà realizzata la completa disgregazione del tessuto economico italiano. Chi può fronteggiare i propri debiti se manca il denaro? Altro che tassi bassi. Tutti gli indizi (compresa l’ormai imminente unione bancaria) portano a credere che è in fase di realizzazione una decisa accelerazione del concentramento di potere nelle mani del sistema bancario ( mentre le nazioni ne escono sempre più espropriate nelle proprie prerogative e svuotate dei propri poteri), accentramento  innanzi al quale la storiella dei “bassi tassi” appare un chiaro specchietto per allodole.

Un sistema in recessione avrebbe avuto bisogno di ben altre soluzioni piuttosto del “basso tasso dragoniano” (o meglio draconiano…?) o della “miniriduzione cuneal – lettiana”… ma di questo dirò in altro articolo.

Assistiamo invece al drammatico spettacolo di in un sistema economico in piena recessione nel quale nuota libero un sistema finanziario che dopo aver devastato il Terzo mondo (finchè il Terzo Mondo non si è svegliato, almeno nei Paesi del BRIICS) imperversa ora liberamente fin dentro casa nostra attraverso la gestione diretta ed il controllo a proprio piacimento dei flussi finanziari. Il politico nostrano altro ruolo non svolge che quello di fedele servitore, pronto ad accollarsi, ben ripagato dai propri padroni, ogni nefandezza ed ogni illecito che dovrebbe invece logicamente ricollegarsi alla responsabilità di quest’ultimi. E tra queste ci ricomprendo anche la disinvolta devastazione del made in italy, attraverso l’imposizione della circolazione e dell’importazione  incontrollata di merci. Ce lo chiede l’Europa? Tutto bene allora? Piccola ma utile divagazione finale per far comprendere di che parlo:  siamo ad esempio il primo paese produttore al mondo di olio di oliva ma al contempo siamo dei grandissimi importatori. Sembra un assurdo, ma è così: le regole UE ci costringono a far entrare nel nostro Paese olii di bassissima qualità (di origine turca, greca, tunisina, spagnola), i quali, miscelati con l’olio nostrano e persino adulterati nel colore e nell’odore (vengono addirittura… profumati) vengono immessi a iosa nei mercati a prezzi tali (anche solo tre euro/litro) da sbaragliare la concorrenza di chi, onestamente, ritiene che un vero olio extravergine italiano non possa essere immesso a prezzo almeno doppio (anche perché a prezzi inferiori ci rimetterebbe).

I problemi quindi sono ben diversi e gravi: i bassi tassi di interesse di Draghi non sono che un piccolo salvagente nella tempesta e starci aggrappati è quasi impossibile.

by Ludovico Fulci

12/11/2013 commenti (0)

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA’ MONETARIA- Parte quinta- 2^ art.

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA' MONETARIA- Parte quinta- 2^ art. - Agorà News on Line

Buona notizia: pare che anche il Sole 24 Ore), finalmente, si sia accorto del problemino e lo segnali; leggiamo cosa scrive Fabio Pavesi nel suo articolo del 24 marzo 2013: “Il piano per Cipro? Un assist alla fuga dalle banche dei Paesi a rischio (a favore di quelle tedesche) – il dramma è che la divaricazione tra Nord e Sud Europa è ormai un fenomeno strutturale. Basta vedere le posizioni nette tra creditori e debitori all’interno dell’eurozona che vedono la periferia dell’eurozona debitrice per 820 miliardi e la Germania in saldo attivo per 620 miliardi.

Una situazione che finisce per avere un effetto collaterale pesante. I capitali usciti dalle banche dei paesi fragili alimentano i depositi delle banche tedesche, finlandesi, olandesi che possono permettersi una potente leva sui prestiti a tassi tra l’altro bassissimi. Ciò finanzia l’economia reale di quei paesi. Al contrario la penuria di depositi esteri sulle banche italiane e spagnole le costringe ad abbassare i prestiti a imprese e famiglie strozzando la già fragile congiuntura economica della periferia dell’eurozona. I dati sui prestiti sono infatti inequivocabili. In Italia il calo è stato, solo nel 2012, del 3%; in Grecia del 7%; in Spagna del 4%, mentre in Olanda la crescita dei prestiti è stata del 6% e in Germania del 3%. E così ci si ritrova con un’Europa delle banche spezzata in due. Floride, anche grazie all’apporto dei depositanti in fuga prima da Grecia e Spagna e domani da Cipro, nei paesi de Nord e fiaccate nei paesi dell’eurozona”.

Succede quindi quello che io chiamo il “gioco dell’elastico”: prima i capitali escono dai Paesi periferici per alimentare l’immenso surplus tedesco grazie al gioco dell’import – export, intra – eurozona, tutto a suo favore. Dopodichè essendo i tassi di interesse più alti in Periferia che al Centro, tornano alla Periferia, stavolta come debiti da remunerare. E siccome lì da investire ormai rimane ben poco, le banche per pagare gli interessi ai depositanti si avventurano in investimenti rischiosi altrove (come hanno fatto le banche cipriote con l’acquisto di bond greci, finiti in parziale default). Di qui il patatrac con il conto da pagare sempre affibbiato ai soliti noti, cioè quelli che non c’entrano nulla. Nella specie, i correntisti. Chiamati a sostenere il sistema e ripagare i danni provocati da chi causa catastrofi con la stessa naturalezza del bere un bicchiere d’acqua.

Sostenere però, come fa Bagnai (“ Il Tramonto dell’euro”), che il problema dell’eurozona è tutto nel debito privato estero e non nel debito pubblico, convince poco o nulla. E’ una mezza verità, che come al solito, tende a far vedere parte del problema ma a trascurare gli effetti macroeconomici di un debito (peraltro ingiusto) di 85 miliardi l’anno (sottacendo peraltro degli

effetti ulteriormente deleteri derivanti dall’adesione al Fiscal compact e al Trattato ESM) nonchè dimenticarsi delle vere responsabilità di chi da questa crisi infinita ha tratto enormi vantaggi e lucrato commissioni e liquidazioni d’oro. Al punto che uno dei pochissimi settori economici che pare non conosca crisi nell’EZ, Grecia inclusa, è quella delle auto di lusso, Porsche e Ferrari in testa. Lo stesso Bagnai però, riconosce che “l’unica BCE buona è una BCE morta” auspicando il ritorno alla situazione ante “divorzio” del 1981. Guarda caso in quel periodo la Banca d’Italia era a maggioranza statale nel proprio capitale e il debito pubblico era assolutamente sotto controllo. E allora? se questo è un problema, vuol dire che la questione da affrontare non è solo l’accumulo del debito privato ma anche quella connessa con l’enorme mole di debito pubblico accumulato. Deriverà questo sic et simpliciter dal debito privato? Mah, io ho seri dubbi. E’ chiaro che, a partire dal 1981, concentrare le risorse statali sul pagamento degli interessi sul debito invece che al sostegno della propria economia, ha provocato per il Paese una crescente disoccupazione, temporaneamente mitigata dai benefici effetti dell’uscita dallo SME. Non è possibile dire che “il debito pubblico non c’entra nulla” se è proprio nel fallace tentativo di riportarlo a un livello enormemente più basso (dal 128% attuale, dato marzo 2013, fino al 60% del PIL, in venti anni) il governo ha ratificato il trattato sul Fiscal Compact che comporterà un spesa del tutto insostenibile per l’Italia, visti gli attuali livelli del debito pubblico odierno. Nella condivisibile affermazione che la struttura dell’euro viva in condizioni del tutto precarie, Bagnai non è solo, anzi; vediamo un po’ il commento del solito Krugman (dal sito Eunews.it – Pubblicato il 26 febbraio 2013 da Letizia Pascale ), alla luce delle elezioni politiche italiane del 24 – 25 febbraio 2013, che ha visto l’affermazione dell’euroscettico Movimento Cinque Stelle:

Krugman: l’euro ha le ore contate

Per il premio Nobel statunitense le elezioni italiane mostrano il “completo fallimento” delle politiche europee. E avverte: “In agguato in Europa ci sono figure peggiori di Beppe Grillo” (…) E se per molte testate a rischio c’è la stabilità finanziaria di tutta l’Eurozona, per Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia ed editorialista del New York Times, la moneta unica ha le ore contate. “Ok, l’euro non è condannato – ancora” scrive sul quotidiano d’oltreoceano, “ma le elezioni italiane segnalano che gli eurocrati si stanno avvicinando molto al confine”.

Il fatto fondamentale, secondo l’analisi di Krugman, è che una politica di austerità per tutti, “incredibilmente dura nei Paesi debitori” e “senza un

accenno di politica espansiva” è un completo fallimento. “Nessuno dei Paesi sotto l’austerità imposta da Bruxelles e Berlino – ammonisce l’articolo – ha mostrato anche un solo accenno di ripresa economica e la disoccupazione è a livelli che distruggono una società”.

Questo fallimento ha quasi condannato l’euro due volte, prima nel 2011 e ancora la scorsa estate, ricorda il giornale statunitense. Ma invece che prendere l’esperienza di quasi morte come un avvertimento, i sostenitori europei dell’austerità hanno preso gli interventi calmanti sui mercati, operati dalla Bce, come un segnale che l’austerità stava funzionando. “Beh, gli elettori sofferenti d’Europa si sono appena espressi diversamente”, scrive Krugman riferendosi all’Italia.

In Europa, continua l’editoriale, “non capiscono che la percezione pubblica del diritto a governare dipende dalla realizzazione di almeno alcuni risultati effettivi. Quello che hanno ottenuto, invece, sono anni di dolore accompagnati da ripetute promesse che la ripresa è dietro l’angolo. E poi si chiedono perché molti elettori non si fidano più di loro e si guardano intorno per cercare qualcuno, chiunque, che offra un’alternativa”.

“Vorrei credere – conclude Krugman – che le elezioni italiane serviranno come campanello d’allarme: una ragione, ad esempio, per dare alla Bce semaforo verde per una maggiore espansione, oppure per fare sì che la Germania dia qualche stimolo o che la Francia sospenda il suo inutile stringere la cinghia. Ma la mia ipotesi è che prevarranno le letture secondo cui gli italiani e tutti gli altri non stanno facendo abbastanza”.

In ogni caso, mette in guardia il premio Nobel, “ci possono essere figure peggiori di Beppe Grillo in agguato nel futuro dell’Europa”.

Diversi esperti britannici e statunitensi, nel Times dell’8 agosto 2005 consigliavano all’Italia, come unico mezzo per rianimare l’economia e salvarsi dall’impatto negativo avuto con l’euro. L’articolo precisava inoltre che “nessun tribunale statunitense o britannico avrebbe potuto condannare l’Italia a risarcire degli eventuali danni causati da una sua uscita dall’euro poiché la rinuncia alla sovranità monetaria da parte di uno Stato sovrano non può considerarsi valida e vincolante”

La rivista Limes del prof Caracciolo si chiede dove vada uno Stato senza la sua moneta, affermando: “l’Italia non è più uno Stato libero e sovrano in quanto non batte più moneta e non ha i propri confini. L’Europa non è uno Stato né un Sovrano. Tutto quello che fa e che ha fatto è illegittimo, falso e di conseguenza condannato al fallimento. Una moneta è il segno e il simbolo della Sovranità. Come hanno potuto i politici consegnare la nostra sovranità a dei Signor Nessuno, ai proprietari di una banca che anch’essa porta un nome falso, il nome di uno Stato che non esiste? I soldi però una volta messi in circolo e da noi adoperati, sono concreti. I guadagni dei proprietari delle Banche Centrali di ognuno degli Stati aderenti all’Unione e quelli dei proprietari della BCE (sono in pratica quasi tutte le stesse persone), sono concreti e raggiungono cifre per noi neanche immaginabili”.

Non vi è dubbio che comunque l’uscita dall’euro provocherebbe problemi tecnici di rilievo, seri ma non insuperabili specie se accompagnati da un recupero della sovranità monetaria senza “se” e senza “ma” e comunque, non volendo sottovalutare il problema, la cui soluzione va valutata con attenzione per gli effetti di breve periodo che potrebbe provocare.

La forte sensazione invece è che, adesso, nessuno, dai politici nostrani ai tecnocrati di Bruxelles – Francoforte, è nelle condizioni di dire che il progetto euro è sbagliato. Perché dovrebbero cercare di giustificare allora perché lo hanno, se non addirittura proposto all’origine, certamente difeso a spada tratta nell’arco di oltre un decennio e questo farebbe perdere prestigio ed autorevolezza a tanti prestigiosi ed autorevoli (a torto) personaggi, specie in area BCE e Commissione Europea, laddove la prima, da sempre, propugna il convincimento che il mantenimento di una bassa inflazione ci porterà a braccetto verso il migliore dei mondi possibili, mentre la seconda si è da tempo allineata e coperta a protezione di tale indifendibile posizione. Personaggi non eletti da nessuno peraltro, che hanno impartito e impartiscono lezioni di democrazia, a quei governanti, stra – eletti a furor di popolo, che prima che gli interessi della Troika puntano agli interessi del proprio Paese. In primo luogo il premier ungherese Viktor Orban.

Progetti alternativi.

In merito qualcuno propone soluzioni alternative, quali l’adozione di una moneta locale o l’adozione di una moneta complementare nazionale, quali i certificati di credito fiscali (CCF). Queste soluzioni anche se non decisive ai fini di un definitivo sganciamento da un sistema rivelatosi sempre più capestro per i popoli europei hanno il non poco merito di prevedere una notevole limitazioni degli effetti negativi che oggi comporta l’euro, a partire dall’enorme sottrazione di potere d’acquisto per i cittadini. La moneta locale altro non è che una moneta circolante solo in ristretto ambito regionale (comune, provincia, regione). Di norma è una moneta complementare: non sostituisce quella nazionale ma l’affianca. Viene emessa dall’Ente territoriale per le proprie spese e dallo stesso gestita, all’interno della propria aerea di

riferimento (ad es. il territorio comunale), per il pagamento dei propri servizi sia da parte propria che dei cittadini. Ad es. oggi l’IMU sulla prima casa, il cui gettito è di competenza comunale, potrebbe essere pagata anche in moneta locale, alleviando le classi più povere da un carico fiscale grave per i redditi più bassi. I risparmi in euro potrebbero essere riversati nell’economia reale, per le spese fuori dal territorio comunale, migliorando l’economia reale anche nei territori limitrofi che non avessero adottato la moneta locale e aumentando quindi sia il gettito fiscale che l’occupazione. La tesaurizzazione della moneta comunale potrebbe essere evitata imponendo un lievissimo tasso negativo, che ne incentiverebbe la circolazione a scapito del risparmio. Esistono oggi nel mondo ben 5000 monete locali, molte conosciute altre meno, ma di norma aventi un costante effetto positivo sul tessuto economico dell’ambiente dove si inseriscono.

I certificati di credito fiscale sono una mera “ipotesi di lavoro” di recente avanzata dal finanziere Carlo Cattaneo, comunque avente carattere nazionale non locale, costituendo un semplice incremento del reddito del lavoratore, attraverso una erogazione di obbligazione di Stato in aggiunta percentuale del proprio reddito. Cattaneo riprende l’analisi di Bagnai sostenendo che la causa prima della crisi è data dagli scompensi dei tassi di interesse tra i Paesi dell’eurozona, con gli sbilanciamenti commerciali che ne sono derivati. Sarebbe stata la reazione tutta austerity del governo montiano ad aver fatto degenerare la crisi, compromettendo con il suo aumento di costi per le imprese, la competitività dei prodotti nazionali. Di qui la corsa ad un’azione che riduca o comprima il costo del lavoro a livelli tedeschi se non cinesi… allo scopo di recuperare il terreno perso sul piano dell’export. L’idea di Cattaneo è ridurre la tassazione alle imprese incrementando i redditi dei lavoratori: una contraddizione in termini risolvibile attraverso l’adozione dei CCF, i quali

a) verrebbero quindi assegnati tanto all’impresa che al lavoratore;

b) verrebbero ad essere utilizzati pienamente solo dopo due anni dalla loro emissione, ma potrebbero avere un mercato interno (ad es se non mi servono subito soldi li tengo se no posso venderli scontati a qualcun altro che mi anticipa moneta);

c) non costituirebbero debito per lo Stato ma vera e propria moneta circolante solo in Italia.

Il progetto è certamente interessante ma altro non sarebbe che un progetto di moneta locale/complementare… su base nazionale. Una sostanziale integrazione del reddito di imprese e lavoratori con moneta sovrana che sollevi lo Stato dall’obbligo di creare debito per avere moneta, immettendo nel sistema moneta libera da debito e da interesse per il rilancio dei consumi e il sostegno al debito privato. Una ottima idea ma non troppo originale che poco credito potrebbe ricevere tra Bruxelles e Francoforte.

by LUDOVICO FULCI

 

 

 

19/10/2013 commenti (0)

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA’ MONETARIA- Parte quinta-

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA' MONETARIA- Parte  quinta- - Agorà News on Line

Abbiamo visto nei paragrafi precedenti come nel corso dei secoli, il baricentro del potere finanziario si sia lentamente spostato dagli Stati ai privati, grazie all’influenza da questi esercitata sui sovrani dell’epoca, dei quali diventarono i primi finanziatori, in virtù delle immense ricchezze accumulate attraverso l’utilizzo di meccanismi semi – truffaldini quali la riserva frazionaria.

Abbiamo anche visto come, nel 1971, la caduta degli Accordi di Bretton Woods del 1944, lungi dal restituire la governabilità della moneta, ormai svincolata da qualsiasi riserva aurea, agli Stati, abbia chiuso il cerchio della gestione monetaria finendo per consegnarla alla, per niente disinteressata, cura dei banchieri centrali.

Il potere acquisito da costoro, a loro volta rappresentanti del potere finanziario in genere, ha finito per condizionare irrimediabilmente l’intero sistema politico ed economico. Politici, vertici delle pubbliche amministrazioni così come gli amministratori delegati delle multinazionali, giornalisti, economisti, professori, magistrati, insomma chiunque rivesta un ruolo di potere o di prestigio, con rarissime eccezioni, consapevoli o meno, hanno contribuito e contribuiscono ancora al mantenimento in vita del “segreto”, che però va detto, inizia talmente a fare acqua da tutte le parti che inizia a far percepire sempre più diffusamente una sua sinistra immagine: quella di una terribile piovra tentacolare pronta divorare l’intero sistema economico sociale e finanziario. Va detto subito che i tempi del grande banchiere geniale per eccellenza, alla J.P.Morgan tanto per intenderci, sono clamorosamente terminati; esiste solo una tecnocrazia di burocrati al servizio di una elité tanto potente quanto incompetente, persino nello scegliere i tecnocrati di cui avvalersi. Pensiamo solo all’incapacità dimostrata nel sapere gestire la crisi mondiale, nonostante le tante riunioni del gruppo Bildeberg, passate nel complice silenzio degli ubbidienti, docili ed ossequiosi mass media. Nessuna soluzione, nessuna vera ed efficace iniziativa, in un muoversi a vuoto in ordine sparso e sconclusionato. Eh già il 2013 si è avviato sulla stessa falsariga, come il caso (o caos?) Cipro dimostra per l’ennesima volta. Insomma anche i potenti hanno poche idee strategiche, al massimo ciascuno vuole mettere al riparo i propri privilegi dalle ire di qualche tempesta imprevedibile ma di tale portata da poter spazzare via anche i capitali a nove zeri dei più potenti ed influenti tra loro. Sulla tragicomica vicenda cipriota, ulteriore esempio di scadente preparazione dei tecnocrati non – eletti, persino l’europeista convinta Emma Bonino ha dovuto sbilanciarsi :” e’ molto difficile chiedere ai cittadini, anche a una europeista convinta come me, di avere fiducia nell’Europa. Stanno provocando lo sbriciolamento del progetto (quale? Ndr) e un grande sentimento contro questa Europa (…) persistere in questo modo testardo e a corto termine in questo tipo di politica e di assenza di democrazia, provoca uno sbriciolamento del progetto europeo. E ogni giorno c’è un messaggio in questo senso”. Ma tant’è… Quindi ecco le regole sulle privatizzazioni, i ricatti ai governi con lettere minatorie, le riunioni segrete per depredare i conti correnti ciprioti, nonchè i miserevoli quanto tragici Fondi Salvastati tipo MES, che più che salvarli, gli Stati, sembrano volerli far sempre più sprofondare sotto il peso di zavorre elefantiache per gli sfortunati Governi che ne hanno fatto un cavallo di battaglia per la salvezza dei propri bilanci. Si intravede, sempre più chiaramente, un desiderio incontenibile di mettere le mani sulla ricchezza reale, cioè sui ghiotti patrimoni demaniali degli Stati e no solo. Eh già, perché proprio questa concessioni di Fondi agli Stati bisognosi porterà con se l’imposizione di regole precise ai governi, tra le quali la cessioni a prezzi di saldo di vere e proprie porzioni del proprio territorio nazionale: terreni demaniali, fabbricati, opere pubbliche. Il tutto per (ri)ottenere quei fondi che lo Stato stesso ha dovuto a sua volta far confluire nel Fondo medesimo. Salvo dovervi pagare interessi usurai e salvo sempre subire imposizioni severe di politica economica, inosservate le quali scatteranno sanzioni semi automatiche per gli Stati inadempienti. E come queste potranno essere pagate, da uno Stato cosi in difficoltà da doversi rivolgere agli usurai, non è ben chiaro a nessuno. Ma la logica è sempre quella: imporre regole non osservabili e senza senso (ad es. il debito pubblico non oltre il 60% del PIL: si? E perché? Nessuna risposta…), penalizzare i più deboli e quando non si allineano, invece dell’ aiuto a risollevarsi, colpire sempre più duramente. In una spirale crescente di debito e recessione. J.P.Morgan si rivolterebbe nella tomba. “Che dilettanti” esclamerebbe “vogliono ammazzare la gallina dalle uova d’oro, invece di insegnargli come fare più uova d’oro, prendersi la maggior parte dei loro guadagni e lasciare qualcosina anche a beneficio di chi realmente lavora! Come papà Rothschild saggiamente insegnava”. In effetti una volta pochi banchieri controllavano il mondo, oggi al banchiere astuto di una volta si è sostituito l’incompetente tecnocrate/politico/finanziere di turno che non sa far tornare i conti nemmeno al pallottoliere e affrettandosi in decisioni miopi e di cortissima lungimiranza strategica. Al punto che alla fine, i tecnocrati si attaccano persino tra di loro, vedesi in tal senso ad esempio le critiche del Financial Times all’operato di Mario Monti, tecnocrate per eccellenza, messo a capo del governo italiano (con i pessimi risultati che vediamo). Con i politici, di norma totalmente ignoranti in campo economico, che blaterano a vuoto consigli e programmi “per uscire dalla crisi”, dalla “bancacentraleeuropeacomelafedprestatricediultimaistanza” al motto sempre di moda “eliminiamolacorruzioneetagliamolaspesapubblicaimproduttiva” o paventano e auspicano soluzioni impercorribili con l’attuale sistema finanziario imperante, come l’astrusa idea del reddito di cittadinanza o il referendum sull’euro…via web, entrambi di grillina ispirazione. In compenso però sempre attenti e puntuali nell’ affossare qualsiasi provvedimento che tagli di un cent i propri benefits, mentre il Paese sprofonda e la gente si spara.

In realtà in questo momento di confusione mentale potremmo anzi dovremmo fare, cogliendo la palla al balzo, la cosa giusta e migliore per i nostri interessi nazionali: uscire dall’UE (e dall’euro) e riappropriarci della nostra sovranità monetaria. Questo per la verità sarebbe interesse di tutti gli ”sconfitti dall’euro” ma non potendo ragionare con le teste di greci, ciprioti, spagnoli, portoghesi e irlandesi non ci rimane che pensare, intanto, al nostro sconquassato e dilaniato Belpaese, magari dando il buon esempio. Almeno qui parliamo la stessa lingua ed è già qualcosa…

Qui cercherò di argomentare i motivi per cui sarebbe del tutto strategico per noi uscire dall’euro, partendo da qualche, spero non troppo noioso, passaggio storico su come ci siamo entrati.

L’Unione Europea è nata prima dell’Euro, questo è noto, anzi prima si chiamava diversamente cioè C.E.E. (Comunità Economica Europea) tanto per riecheggiare la precedente C.E.C.A. (Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio) nata a Parigi nel 1951 e della quale la CEE., nata dal Trattato di Roma del 1956, ne costituì un ampliamento non tanto nel numero di Stati aderenti (che inizialmente rimasero gli stessi) quanto nell’oggetto stesso dell’Accordo (dal carbone e acciaio, questione che riguardava più che altro aree di confine tra Germania, Francia e Benelux, si passò alla liberalizzazione del commercio di tutti i beni e servizi degli Stati aderenti), in vista di una vera e propria unione economica dei suoi membri. Dopo vicissitudini europee che poco ci interessano, a parte forse il progressivo ampliamento dell’Unione, si arriva al 1992 con il famoso Trattato di Maastricht. Io personalmente ricordo ancora Andreotti intervistato in tv che si lamentava per quanto poco risalto la gente, prima ancora che i mass media, avesse dato alla firma di questo Trattato che avrebbe costituito un evento così straordinario per il futuro, di pace, progresso e benessere dei popoli europei. Col senno di poi si sarebbe potuto rispondere: “chissà, forse presagivano…”; eravamo quindi ad appena poco più di venti anni fa. Maastricht si poneva infatti obiettivi a dir poco spettacolari quindi difficilmente eccepibili e contestabili dall’opinione pubblica:

  • uno sviluppo armonico, equilibrato e sostenibile delle attività economiche
  • un livello elevato di occupazione e di protezione sociale e pari opportunità tra donne e uomini
  • una crescita duratura e non inflazionistica
  • un elevato livello di competitività e di convergenza dei risultati economici
  • un livello elevato di protezione e di miglioramento della qualità dell’ambiente, l’innalzamento del livello e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra gli Stati membri

Per perseguire tale risultato, la CE (la “E” mancante, quella di Economica”, non è una dimenticanza, fu tolta veramente, poiché sembrava “bello ed armonioso” non dare più l’idea di una unione solo ed esclusivamente economica) avrebbe dovuto elaborare un insieme di politiche settoriali, in particolare in questi settori:

 

  • Occupazione e diritti sociali
  • Libertà, sicurezza e giustizia
  • Ambiente
  • Consumatori e salute
  • Energia e risorse naturali
  • Regioni e sviluppo locale
  • Cultura, istruzione e gioventù
  • Scienza e tecnologia
  • Trasporti
  • Economia, finanza e concorrenza
  • Politiche industriali e mercato interno
  • Relazioni esterne e immigrazione

 

L’Unione economica e monetaria (UEM) è considerata la politica di integrazione più avanzata, pertanto viene collocata all’interno del primo pilastro dell’UE.

Gli altri due cd “pilastri”, per mera curiosità, atteso che poco rilevano ai fini di cui si tratta, erano relativi a politica estera e sicurezza comune nonché a cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale.

Quindi l’idea della moneta unica nasce ufficialmente nel 1992. Attenzione alle date o almeno agli anni… i requisiti per creare un’area valutaria ottimale in quella data erano perfettamente conosciuti, fin dal 1961, grazie ad un economista poi divenuto premio Nobel, tale Robert Mundell. Costui aveva affrontato il problema del capire all’interno di quale tipologia di area potesse proficuamente, più che liberamente, circolare la stessa moneta. E lo aveva fatto partendo da considerazioni di altri (Meade, 1957) che si erano già espressi in senso negativo sulla creazione di una moneta unica europea, anche se con riferimento limitato alla scarsa mobilità del fattore lavoro (per diversità di lingua, cultura ecc) tra i vari Paesi della futura Unione. Nel condividere questa valutazione, Mundell aggiunse qualcos’altro, cioè che una moneta unica sarebbe possibile:

– solo all’interno di una regione caratterizzata da elevata mobilità di capitali e lavoro;

– sempre che vi siano regole uniformi vigenti su tutta l’area (e NON obiettivi uniformi, come invece dopo si arrivò a decidere);

– previa integrazione fiscale: nel senso che una zona in difficoltà doveva essere finanziariamente aiutata da quella in condizioni più floride (un qualcosa di simile accade oggi negli USA).

In mancanza di ciò si sarebbero verificati gravi shock asimmetrici per l’eccessivo accumulo di deficit in alcuni Paesi e di surplus in altri e per ridurre i primi, agli “sfortunati” governi, non potendo operare sul cambio, fisso e non svalutabile, non restava altro che operare su salari e stipendi, riducendoli, quelli si.

Quindi non si può impunemente raccontare la favola che quando entrammo in questo diabolico meccanismo esistevano solo voci concordemente entusiastiche sui benefici della moneta unica, come però la stampa odierna si diverte ancora oggi a propinarci.

Tra la strana coppia Mundell/Meade e la firma di Maastricht, atto che preannunciava ufficialmente la nascita della moneta unica, cosa era successo nel frattempo nel mondo? Parecchie cose… vediamo in sintesi:

Nel 1971 cadono gli accordi di B.W. e questa è storia già raccontata: tutte le monete si svincolano dall’oro e iniziano a fluttuare liberamente nel mercato dei cambi. Ricordo qualcuno disse: “alla riserva aurea si è sostituita la saggezza dei governatori” e chi pronunciò queste parole doveva essere o un banchiere o un pazzo o un illuso sognatore.

Nel 1973 primo shock petrolifero mondiale: gli USA sostengono Israele nella guerra dello Yon Kippur, risultato: ritorsione araba e rubinetti del petrolio chiusi. Il prezzo del greggio in un mese quadruplica: comincia l’esperienza delle allegre domeniche a piedi degli italiani.

Nel 1976 l’Italia svaluta la lira nel tentativo di recuperare competitività, l’economia riparte e l’inflazione resta alta anche se i salari restano protetti dall’indicizzazione dei salari (cd scala mobile).

Nel 1979, doppio evento: l’Italia entra nello SME allo scopo di contenere le oscillazioni del proprio cambio (il boom del nostro export iniziava a dar fastidio a qualche europeista convinto…) e in contemporanea nasce l’ECU (moneta virtuale di riferimento per il calcolo dei tassi di oscillazione ), al quale aderiscono le monete di Germania, Francia, Italia, Danimarca, Paesi Bassi e Lussemburgo. La fluttuazione delle monete è limitata al 2,25% a eccezione della lira che beneficia della banda allargata al 6%; nuovo shock petrolifero, causato dalla fuga dello Scià in Iran e guerra Iran – Iraq, con riduzione di produzione e conseguente aumento del prezzo del greggio.

Il 1981 è l’anno del “divorzio” tra la Banca d’Italia e il Tesoro. In pratica la prima non è più obbligata a “comprare” (chiedo scusa per il virgolettato ma quando il verbo è riferito a enti o istituzioni creatori di moneta le metto sempre) i titoli emessi dal secondo. Al quale non resta che collocarli sui mercati finanziari. Con una bella differenza però. Avendo pur sempre la possibilità di cederli alla propria banca centrale lo Stato poteva imporre i propri tassi di interesse ai mercati, adesso accade proprio l’opposto: i mercati impongono il proprio tornaconto e lo Stato, privato della propria sovranità monetaria, deve accettare i diktat privati. In quest’ottica bancocentrica crescente non fa quasi notizia la successiva abolizione dell’accordo per la determinazione del tasso di sconto, che viene deciso ora solo da Bankitalia così come non susciterà stupore alcuno l’abolizione del cd “vincolo di portafoglio” per le banche ordinarie, che erano obbligate a detenere tra i propri assets un alta percentuale di titoli del debito pubblico, garantendo quindi una costante, sufficiente circolazione monetaria. Erano, per l’appunto, perché con il “divorzio” viene meno anche il vincolo di portafoglio.

Tra il 1980 e il 1986 l’inflazione scende in tutto il mondo, grazie al calo repentino dei prezzi del petrolio. In Italia però i tassi di interessi naturalmente volano, il debito pubblico li segue e la disoccupazione aumenta e tale effetto altro non è che il risultato di uno spostamento di risorse: dal rilancio della propria economia lo Stato sposta i propri fondi al pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico, che attraggono gli investimenti grazie ai tassi elevati offerti. La stampa compie la sua solita opera di disinformazione di massa, attribuendo l’aumento del debito pubblico ai socialisti di Craxi (in veste di “Berlusconi ante litteram”), così come l’inflazione a due cifre, la disoccupazione e via così mentendo e blaterando a vanvera.

    Nel 1987 l’Italia entra nel Cd “SME credibile”: non sono più ammessi nemmeno in caso di squilibri, gli allineamenti monetari comunque contenuti della precedente versione. I soliti provvedimenti strampalati (l’euro è ancora lontano) giustificati dalla “fiducia” che simili scelte infonderebbero negli investitori (in realtà iniziamo a perdere sovranità a tutta birra e i giornali si allineano, loro si, ai nuovi Padroni…).

Importante evidenziare come entrata nello SME e “divorzio” furono adottati senza alcun provvedimento legislativo che li autorizzasse formalmente.

Nel 1992 arriva la firma di Andreotti sul trattato di Maastricht ma arrivano una serie di altri eventi; l’uscita dell’Italia dallo SME, la conseguente svalutazione della lira e il ritorno al boom dell’export nazionale. Ci sarà anche tangentopoli, ma anche la poco nota crociera sullo yacht Britannia del 2 giugno 1992, a bordo del quale si decise lo smantellamento e la cessione a privati, per pochi soldi, dell’industria di Stato in contemporanea con la integrale privatizzazione del sistema bancario. Le grandi banche di Stato diventano società per azioni: i loro fini pubblicistici di tutela e supporto al territorio vengono attribuiti, fin dal 1990, alle fondazioni bancarie, scorporate dalle SPA, poiché solo queste aventi fine di massimizzazione del lucro e tutela degli azionisti. In realtà le fondazioni avranno un esito ben diverso dagli scopi originali dichiarati: costituire istituzioni di promozione della cultura, delle arti, delle scienze, delle associazioni di volontariato o di aiuto a persone svantaggiate. Con lo scandalo MPS, per esempio, è balzato all’attenzione dell’opinione pubblica come sia la Fondazione a detenere il pacchetto di maggioranza della SPA! Sulla crociera a bordo del Britannia si pronunciò su Rai Uno ad un allibito Luca Giurato, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel gennaio 2008, scagliandosi contro Mario Draghi, all’epoca Governatore della Banca d’Italia con queste parole: “un vile affarista. Non si può nominare Presidente del Consiglio dei Ministri chi è stato socio della Goldman & Sachs.(..) E’ il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica quando era Direttore Generale del tesoro. E immaginati cosa farebbe da Presidente del Consiglio dei Ministri, svenderebbe quel che rimane Finmeccanica, Enel, Eni e certamente i suoi comparuzzi di Goldman Sachs”. Tutta la campagna di privatizzazione dell’industria pubblica venne infatti pilotata dallo stesso Draghi in quanto Presidente del Comitato per le Privatizzazioni tra il 1991 e il 1993.

Fatto sta che l’uscita dallo Sme (dopo una dispendiosa quanto inutile difesa del cambio da parte del governatore pro tempore Azeglio Ciampi) determina una svalutazione del cambio del 20% (l’uscita dall’euro dovrebbe comportare una svalutazione solo leggermente superiore) ma cosa accadde all’inflazione? Aumenta del 50%, del 20%, del 10% o del 5%? Niente di tutto questo, semplicemente, invece, diminuisce, passando dal 5 al 4%. A riprova che il mito dell’equazione: svalutazione uguale inflazione, è solo una leggenda metropolitana dei difensori fino alla morte dell’euro “salvatutti”.

Il boom dell’export nazionale si ferma a fine 1996 quando l’Italia, in vista dell’euro, aggancia la propria valuta al marco tedesco ritornando nello SME quale sistema di cambi fissi più penalizzante del precedente per la maggiore ristrettezza imposta alla propria banda di oscillazione (il cd “SME credibile”). “Le origini di questa crisi” scrive un anglosassone alquanto fuori dal coro, Evans-Pritchard, “risalgono a metà degli anni ’90, quando il marco e la lira sono stati inchiodati per sempre ad un tasso di cambio fisso”.

Nel 1999 entra in vigore l’euro per le transazioni elettroniche pur rimanendo in circolazione le singole valute fisiche nazionali; nel 2002 arriva l’euro nelle tasche dei popoli europei. Per l’Italia il cambio viene fissato a 1936,27 lire per euro.

Decollano debito pubblico e debito privato estero. Il debito pubblico si attesterà, nel marzo 2013, alla stratosferica cifra di 2020 miliardi di euro da una base di partenza di 1.382 miliardi nel 2002. Un aumento di circa 650 miliardi in soli undici anni, praticamente quasi il 50% del precorso. L’ avanzo primario (la differenza positiva tra entrate e uscite, cioè le spese, prima del pagamento degli interessi sul debito) è risultato in positivo nel Bel Paese (salvo il biennio 2009 – 2010) grazie all’alta pressione fiscale che grava come un macigno sulla produttività nazionale e sulla domanda interna, al punto che l’Italia diverrà nel 2012 il Paese con la pressione fiscale più alta al mondo. Ma questa è storia post crisi, diranno i soliti bene informati. Peccato però che la produttività nazionale nel periodo dell’euro sprofondi rispetto a quella tedesca a partire dall’entrata nel secondo SME. Idem dicasi per il debito privato estero con una pesante penalizzazione della bilancia commerciale (saldo delle partite correnti): ci si indebita per comprare i più vantaggiosi prodotti tedeschi a scapito di un italico export sempre più in difficoltà. Ed è sempre così quando Paesi con la stessa moneta presentano realtà inflattive differenti: uno Paese va in surplus, l’altro in deficit.

by LUDOVICO FULCI …. SEGUE ARTICOLO

18/10/2013 commenti (0)

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA’ MONETARIA- Parte quarta-

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA' MONETARIA- Parte  quarta- - Agorà News on Line

Inutile dire che in mezzo a tante favolette di “democrazia compromessa” e di “svolta autoritaria” la realtà che interessa la Troika è ben più limitata, riguardando più che altro le modifiche alla banca centrale magiara. “La Repubblica” lancia un violento attacco e Bruxelles comincia ad agitare lo spettro dei mercati. Così commenta Federico Campoli di Losai.it un articolo a firma di Andrea Tarquini apparso su La Repubblica:

l’Ungheria nazionalizza la banca centrale e scatena l’ira dell’Unione Europea.

“””La scelta del premier di centrodestra magiaro scatena l’ira della stampa internazionale e dell’Unione Europea. “La Repubblica” lancia un violento attacco e Bruxelles comincia ad agitare lo spettro dei mercati. L’Ungheria non piace all’Europa. E il sentimento sembra essere reciproco. Il premier Viktor Orban pensa più al proprio popolo, piuttosto che ai vertici dell’Unione europea. E questo non piace a Bruxelles. L’ultima eclatante e, secondo alcuni, “oltraggiosa” mossa attuata dall’amministrazione del leader del partito di centrodestra, Fidesz, è stata quella di nominare un nuovo Governatore per la Banca Centrale Ungherese (Mnb). Il suo nome è Győrgy Matolcsy, Ministro dell’Economia. E’ Orban stesso ad annunciare la nomina, tramite i microfoni di Kossuth Radio. Il Wall Street Journal aveva già ipotizzato da tempo che potesse avvenire questo stravolgimento all’interno dell’Ue, tanto che aveva intervistato Matolcsy sulle sue intenzioni. “La Banca centrale e il Governo dovrebbero cooperare tra loro” aveva risposto ad una delle tante domande l’ex Ministro dell’Economia.”””

Ovviamente, la scelta ha fatto adirare la stampa europea. “La Repubblica” definisce il gesto del premier magiaro come

“una gravissima sfida ai princìpi del mondo libero e delle istituzioni economiche e finanziarie, dalla Banca Centrale europea al Fondo Monetario Internazionale”.

C’era da aspettarselo. Nessuno in Europa vede di buon occhio i tentativi di nazionalizzazione bancaria, che Orban da tempo sta tentando di mettere in atto. E tutti hanno già cominciato a scalciare, strepitare e battere i piedi per terra. Ma, fino a prova contraria, l’Ungheria è uno Stato sovrano e il suo Governo è stato eletto liberamente e democraticamente dal popolo, che ad oggi ancora si rivela dalla sua parte. Tra l’altro, anche il Giappone sta attuando le stesse politiche del premier magiaro. Sempre secondo “La Repubblica”, Matolcsy prende il posto di Andras Simor, banchiere apprezzato da personaggi come Mario Draghi e dal Governatore della americana Fed, Bernanke, oltre che da vari capi di Stato, come Angela Merkel ed Obama. Insomma, un uomo di cui i nostri paesi si dovrebbero vantare. Ma ad Orban questo non interessa. D’altronde c’è un limite al volere della Germania, degli Usa o della troika. E il premier magiaro non è neanche molto incline a rispettare le direttive europee, dato che da quando si è insediato sia la stampa internazionale, sia il mondo delle istituzioni occidentali, non hanno fatto altro che dargli addosso.

Insomma, l’inserimento di Matolcsy ha acquisito un sapore di nazionalizzazione che non piace a Bruxelles. Ma il nuovo governatore della Magyar Nemetzi Bank ha già dato dimostrazione di essere la persona giusta per questo compito. Sempre nell’intervista rilasciata al Wall Street Journal, alla domanda sulle politiche finanziarie europee, ha dichiarato che è un errore iniettare denaro nel sistema bancario a basso costo dalla Bce, a meno che non ci sia un fine specifico. Praticamente, si tratterebbe di indirizzare i finanziamenti su obiettivi ben determinati. Insomma, quello che hanno detto anche alcuni personaggi, tra cui il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, qui da noi, in Italia. Attuare una sorta di “spending review”, ovvero ridistribuire i fondi europei con una maggiore specificità. Ma a questo La Repubblica non ha fatto caso. Per qualche strana ragione, non si è fatto caso a quando Mario Monti “consigliò” i nomi di Luigi Gubitosi e Anna Maria Tarantola per la dirigenza della Rai. Ma quando si parla di Ungheria si devono seguire le direttive europee. E su chi le sfida il colpo di martello deve cadere con maggiore violenza.

Queste sono, in definitiva le regole della “democratica” Europa: l’imposizione di vincoli rigidi e “condizionalità” volti ad appagare gli interessi dei mercati a scapito degli interessi dei popoli, tramite la diffusione e circolazione di una moneta privata, che andrebbe drasticamente vietata, per le conseguenze deleterie sui destini e sulle vite della gente, come e anche più di quanto sia vietato il traffico di stupefacenti.

Laddove la moneta venisse dichiarata di proprietà statale o popolare fin dalla sua emissione (quindi non a debito ma a credito della collettività), che poi la stampi un soggetto pubblico o privato cambia poco o nulla; al massimo potrebbe pensarsi una sorta di appalto concorso: se invece di pagare 30 cent a banconota si trovasse chi la realizza a 29 cent lo Stato conseguirebbe pur sempre un buon risparmio atteso che un margine di utile operativo industriale andrebbe pur sempre riconosciuto per la non semplicissima opera di stampa materiale e di conio. La tipografia – stampante, in ogni caso verrebbe trattata come tale e non certo come proprietaria della moneta, come invece oggi avviene.

Messi un po’ alle corde, i negazionisti alla fine arrivano anche a sbizzarrirsi con argomenti stravaganti: esiste anche chi si permette di sostenere che abolendo l’emissione di titoli del debito pubblico si priverebbe il cittadino di un valido veicolo di investimento per i propri risparmi. Tale argomentazione, a questo punto si commenta quasi da sola; premesso che il piccolo risparmiatore privato è oggi costituito solo da una piccola parte dei detentori complessivi dei titoli in questione, che appartengono in gran parte a istituti di credito nazionali e internazionali, sarebbe davvero inverosimile che lo Stato, per agevolare colui che ha disponibilità da investire, andasse inutilmente a colpire tutta la propria collettività indistintamente, compresi gli stessi investitori. Investire nel proprio debito non è granché remunerativo: il titolo di cui sono proprietario come Mario Rossi è allo stesso tempo un debito che trasmetto a tutti gli altri, compresi i miei discendenti, a iniziare dai miei figli. Chi ha risorse da investire può ben più utilmente indirizzarle verso il mondo economico, dirottandole, di massima, verso società sane e ben gestite, acquistando obbligazioni emesse dalle stesse, se vuole rischiare poco o azioni, se vuole rischiare di più, con guadagni per lo più direttamente proporzionali al livello di rischio assunto; ma in un sistema libero dallo strozzinaggio dell’usura bancaria i fallimenti sarebbero una rara eccezione alla regola della floridità economica e non, come oggi, una manovra preordinata dai “creditori” pubblici per appropriarsi dei frutti del lavoro altrui; a costoro basta solo alzare il tasso d’interesse, con la sempre valida scusa di dover contenere l’inflazione oppure ridurre l’accesso al credito, per determinare immediatamente crisi economiche con correlati strascichi di disoccupazione, fallimenti, miseria, suicidi.

Argomento più diffuso tra i negazionisti è quello connesso con l’inflazione: la moneta di Stato non va bene, perché provocherebbe inflazione, come corollario del fatto che i politici ne farebbero un uso sfrenato. Abbiamo visto e vedremo ancora, come invece sia proprio questo sistema piegato agli interessi privati che genera inflazione; la creazione di un sistema di gestione monetaria a carattere sovranazionale (SEBC) ha di fatto provocato lo sganciamento definitivo della moneta dai singoli Stati; è chiaro infatti come una misura adottata se potrebbe andar bene per la Germania è probabile che mal si adatti alle esigenze di Spagna o la Grecia. E’ una regola peraltro che definirei “antica” poiché già sancita dal premio Nobel Robert Mundell nel 1961 quando parlò delle Aree Monetarie Ottimali: una moneta unica ha senso quando copre zone nelle quali si affermano leggi comuni, politiche comuni e regole in genere uniformi, poiché gestite da un unico potere politico… invece di tali, consolidate dottrine ci raccontano che la speculazione attacca i Paesi male amministrati e quelli con i conti non in ordine, ripetono all’unisono giornalisti economici di questa o di quella prestigiosa testata: nulla quaestio se non osservare che proprio una moneta – debito all’interno di aree del tutto disomogenee, come nel caso dell’euro, è la causa prima di

cattiva amministrazione e di disordine nei conti, perché a sua volta causa prima dell’inflazione stessa: non esiste, inutile negarlo, un controllo sull’immissione di moneta nel ns sistema: se io fossi proprietario di mille case e chiedessi mille prestiti da un milione di euro ciascuno, dando in garanzia per ognuno di essi una mia casa di pari valore, chi me lo negherebbe? Nessuno, eppure io avrei aumentato la massa circolante di ben 1 miliardo di euro, i quali, riversati nel circuito bancario potrebbero generare ulteriori miliardi di prestiti: chi controlla se ciò che io faccio, da un punto di vista macroeconomico sia accettabile o meno in relazione alla massa monetaria già esistente? Nessuno, vale la pena ripeterlo, poichè alle banche, ispirate dal principio della massimizzazione dei profitti, non par vero di poter lucrare su una tale massa creditizia creata dal nulla, la cui copertura è unicamente conferita dall’esistenza del mio bene dato in garanzia. Se poi si generi inflazione o no, danno o beneficio per il resto della collettività, questo, statene certi, non interessa né al banchiere né al politico che lo protegge. Tanto nel momento in cui appaiono all’orizzonte le prime avvisaglie di “spinte inflazionistiche” ecco pronto un bell’aumento dei tassi. Che fa aumentare il fieno in cascina per i già ricchi e ne salvaguarda il potere di acquisto. Il bello della cosa, come già ricordato, è che lo hanno già ammesso Trichet e Papademous ai tempi in cui erano vertici della BCE (era il 2003): hanno perso il controllo dell’offerta monetaria, inizialmente fissata al 4,5 % annuo, dato poi regolarmente disatteso. Peraltro va detto che l’esperienza comune non suggerisce poi tanto diversamente… in effetti sono le banche ordinarie attraverso il sistema della riserva frazionaria a creare la maggior parte della moneta esistente e non le banche centrali. Altro che controllo dell’inflazione! La quale comunque, a sua volta, non trova la sua causa prima nel semplice aumento

dell’offerta monetaria, altrimenti avremmo già inflazione a tre cifre. Va valutato il suo impatto nell’economia reale. Fatto sta che se allo Stato servono soldi abbiamo visto che non resta altra via che tassare, diminuire le spese o collocare propri titoli del debito sul mercato: in quest’ultima eventualità, problema delle banche acquirenti sarà solo valutare se lo Stato possa restituirli, per l’appunto: tassando di più, riducendo le spese o aumentando il PIL, ma non sarà certo compito del prestatore valutare l’impatto di quella valuta prestata sul sistema. E invece, a mio avviso, la politica monetaria dovrebbe valutare proprio questo: non certo la possibilità di restituzione del denaro (che sarebbe fin dall’emissione di proprietà dello Stato) bensì capire se e in quale misura quel denaro non vada ad intaccare il potere di acquisto della base monetaria esistente; e questo, si badi è principio ben diverso dalla subdola e infida motivazione del “contenimento dell’inflazione”; contengo bene l’inflazione anche se alla gente non rimane più un cent in tasca, atteso che proprio la rarefazione monetaria, di norma, è portatrice di bassi prezzi; ma bassi prezzi potrebbe significare anche basso o zero reddito; prendiamo ad esempio i dati ufficiali sull’inflazione dei primi anni di vita dell’euro e verifichiamo l’andamento del potere d’acquisto nello stesso periodo; contenuta la prima, disastroso il secondo; se poi alla difesa del potere d’acquisto aggiungessimo la difesa e l’incremento del benessere della popolazione dell’economia e dell’occupazione, saremmo a un passo dal definire il vero scopo di una sana politica monetaria; una moneta, in definitiva, al servizio della gente che le da valore e non degli speculatori e dei banchieri senza scrupoli che la moltiplicano come metastasi cancerogene, che avvelenano l’economia e distruggono il pianeta dove viviamo. Questo sistema, che dovrebbe difenderci dall’inflazione, è invece il primo a provocarla avendo come suo imprescindibile presupposto l’espansione del debito, che scarica costi crescenti sulla società, costi che tocca ai cittadini ripagare; nei periodi di sostenibilità finanziaria gli aumenti salariali possono in buona parte ammortizzare la spirale crescente dei prezzi, in periodi di crisi non resta che subire il perenne deprezzamento del potere d’acquisto di stipendi, salari, pensioni. La sostenibilità però è a sua volta legata alla crescita economica e la situazione attuale offre poche prospettive in questo senso (il problema della crescita verrà analizzato in un successivo capitolo), condannando la società a un periodo di buio; in fondo al tunnel però, di luce ancora non se ne vede. Per i nostri amici negazionisti il quadro così scuro è invece imputabile alla totale responsabilità di politici, amministratori e imprenditori – professionisti evasori fiscali. Che le inefficienze e i malaffari esistano non vi è dubbio e devono essere duramente perseguiti dall’Autorità Giudiziaria (ma anche su questo si potrebbero versare fiumi di inchiostro). Ma ammesso si riuscisse a far pagare tutto fino all’ultimo cent di imposte a chiunque produca reddito nel Belpaese, l’inganno resterebbe tale; sarebbero felici i detentori del debito “fasullo”, il clima sociale sarebbe più sereno ma la drammaticità della truffa resterebbe immutata: si lavorerebbe tutti, con un debito in ogni caso crescente (specie nei periodi di più bassa crescita) per portare acqua al mulino di chi crea denaro dal nulla, a costo zero e lo vuole restituito carico di un valore pieno che solo la sua circolazione gli può conferire. In definitiva, quindi, è il perenne indebitamento della società a determinare un costante aumento dell’inflazione. Nel momento in cui si è consolidata la privatizzazione della moneta costoro, come logica vuole, opereranno per l’incremento dei loro profitti non certo per il beneficio della gente che lavora: la loro perfetta conoscenza dei meccanismi che regolano il funzionamento della moneta è quindi finalizzato sia allo spropositato aumento dei loro guadagni che, parallelamente, a creare una sorta di “cornice virtuale” nella quale operano a loro sostegno i vari mass media (TV, giornali, persino l’internettiana Wikipedia) da loro attentamente controllati, così come gli istituti scolastici, insomma una cornice volta a somministrare al grande pubblico la storiella dei “mercati” cattivi e speculatori, delle crisi congiunturali, dell’aumento del petrolio, del rischio inflazione e via blaterando. Tanto a rimetterci faccia e dignità è chiamato il politico, il quale, nella stragrande maggioranza dei casi, altro non è che il pupazzo messo lì per stare alla gogna dell’opinione pubblica al posto dei veri responsabili, da lui protetti e dai quali però, viene più che profumatamente ripagato. Una rete di complicità che abbraccia quindi, oltre ai consigli di amministrazione degli istituti di credito, i vertici delle istituzioni, amministratori, imprenditori, giornalisti, professionisti del settore.

 

La verità è che l’ultimo e unico scopo “ufficiale” del sistema SEBC (BCE più Banche Centrali) si sintonizza perfettamente con il “vero” scopo dello stesso: il continuo drenaggio di risorse finanziarie a danno di cittadini e imprese, risorse che trovano allocazione in comode quanto insindacabili, oscure e semisconosciute centrali del riciclaggio internazionale, disinvoltamente chiamate Camere di Compensazione (Clearstream,

 

Strumenti di tale sottrazione sono:

 

– L’appostamento al passivo del bilancio delle banche centrali di tutte le banconote in circolazione;

 

– L’aumento/diminuzione del tasso d’interesse;

 

– Il parere delle agenzie di rating sui debiti sovrani, che di norma riveste immediati effetti sul cd “spread” cioè la differenza di rendimento tra il titolo più “virtuoso”, preso come riferimento e il rendimento del titolo del Paese considerato (ad es se un titolo della Banca Centrale Tedesca consente un rendimento del 2% e uno di Bankitalia del 7% lo spread sarà del 5% cioè 500 punti base, poiché ogni punto percentuale vale 100 punti base);

 

– La variazione del coefficiente di riserva obbligatoria: maggiore sarà la quantità di capitale che le banche ordinarie devono detenere presso la Banca Centrale minore sarà la quantità di credito erogato e quindi di capitale circolante.

 

L’appostamento al passivo del bilancio è un argomento sul quale i negazionisti manifestano forme di irrequietezza quasi clamorose. In massa sbraitano la correttezza dell’operazione contabile in questione, soprattutto confidando nell’ignoranza in materia di contabilità da parte del lettore. In effetti per capire bene l’inghippo è necessario un sintetico cenno ad alcune semplici regole basilari di formazione dei bilanci societari. Un bilancio societario è una fotografia della “ricchezza” di una determinata impresa vista sotto una doppia lente: quello che possiede e quello che periodicamente guadagna. Nel primo caso evidentemente rientrano i debiti (una sorta di “minore ricchezza futura”), i crediti (viceversa quindi da intendere quale “maggiore ricchezza futura”), le immobilizzazioni, i brevetti industriali ecc. quindi tutto ciò che valorizza, in senso positivo o negativo, il patrimonio della società considerata; il documento che rappresenta tale ricchezza, espresso come rapporto tra attività e passività, non a caso è denominato “stato patrimoniale”. Nel corso dell’esercizio finanziario però tale ricchezza, logicamente, varia in relazione ai flussi di reddito percepiti in ciascun esercizio; reddito che può ovviamente essere positivo (utile) o negativo (perdita). Il complesso di voci che concorrono a creare l’utile saranno denominati ricavi, quelle che concorrono a determinare la perdita saranno denominate costi. Ad esempio il pagamento di un’assicurazione su un capannone, l’acquisto di materie prime (es. carta filigranata) o la sostituzione dei toner delle stampanti comporteranno dei costi d’esercizio; la vendita di un prodotto finito farà invece lievitare i ricavi dello stesso esercizio. Il documento che rappresenta il reddito annuale conseguito è denominato conto economico (ex conto profitti e perdite). Le voci da inserire nello stato patrimoniale e nel conto economico sono analiticamente disciplinate dal codice civile secondo regole di ispirazione comunitaria.

 

Viene allora da domandarsi: da un punto di vista contabile cos’è la produzione di banconote? Va preliminarmente notato come la stessa Banca d’Italia per voce dei suoi legali definì le banconote, una volta stampate ma non ancora cedute, semplice “merce” che acquisisce valore solo all’atto della sua cessione al relativo percettore. Bene allora abbiamo

 

già un buon punto di partenza: le banconote equivalgono alla merce, la quale a sua volta corrisponde, da un punto di vista economico – contabile a parte dei “costi di produzione” voce espressamente indicata alla lettera b) dell’art. 2425 codice civile intitolato “contenuto del conto economico”. Sembra ovvio infatti che, per colui che le banconote, materialmente, le fabbrica dal nulla non ricevendole da chicchessia, queste non possano che essere assimilate al pane per il fornaio, alle auto per la FIAT, al vaso di ceramica per l’artigiano o per la fabbrica che li produce. I negazionisti, avvalendosi di quanto dichiarato da Bankitalia stessa (cioè dall’oste che deve vendere il proprio vino…) sostengono invece che tutto il denaro emesso dalla banca centrale deve essere considerato un “debito”, anche se come già visto, non esiste nessun obbligo di convertibilità dello stesso in oro o altro metallo prezioso. Con acrobatica elucubrazione mentale ritengono il denaro equiparabile a un titolo di credito, soltanto un po’ più liquido del titolo stesso. E’ tutta disinformazione, ovvio, anzi anti – cultura, per cercare di conferire una coerente sostenibilità tecnica ad un’ affermazione che non ha nessuna logica giuridico – contabile. Va innanzitutto compreso perché, anche ammesso che il denaro sia equiparabile a un titolo di credito, perché il denaro debba essere un debito e non un credito per la Banca centrale, visto che dalla sua emissione la Banca Centrale percepisce interessi; se fosse un debito gli interessi li pagherebbe allo Stato e non li percepirebbe. Avete mai conosciuto un debitore trarre guadagno dal proprio debito? La risposta che oppongono i “negazionisti” è che essendo i titoli detenuti in contropartita all’emissione monetaria collocati tra le attività (giustamente, essendo quelli crediti reali a tutti gli effetti) allora la moneta emessa deve per forza essere collocata tra le passività. Si da, insomma, semplicemente atto, che è collocata là, come fosse un debito perché dall’altro lato c’è un credito di pari importo, ma si guardano bene dallo spiegarne i motivi. Se no, ti chiedono, spesso con modi tutt’altro che educati: “come lo faresti tu l’articolo di partita doppia?” (tecnica di rilevazione contabile ancora oggi molto usata, inventata, guarda caso, dai banchieri toscani…). Facile rispondere che intanto tirerei fuori l’emissione monetaria dallo stato patrimoniale: l’emissione monetaria non può rientrare nel concetto di “patrimonio” della tipografia – banca anzi banca – tipografa, non può entrare a far parte della sua ricchezza, sarebbe un assurdo: stampo 10.000, per cui sono ricco (anzi povero, visto che per la Banca quello sarebbe un debito) per lo stesso importo! Un assurdo logico prima e contabile dopo. L’emissione monetaria rientra piuttosto nel

 

concetto di “valore della produzione” secondo i criteri visti sopra: così come l’artigiano che produce vasi porterà tra i costi quelli inerenti l’acquisto e l’utilizzo di terracotta, acqua, macchinari ecc; allo stesso modo, la banca, dovrebbe indicare tra i costi l’utilizzo di carta filigranata, sistemi anticontraffazione, inchiostro, macchinari per la stampa, la conservazione, la distribuzione delle banconote. Tali costi, secondo indicazioni tratte dal sito della Banca Nazionale Svizzera, con riferimento al franco svizzero (che possiede requisiti tecnici analoghi all’euro, anche con riguardo ai sistemi anticontraffazione), sono pari a 30 centesimi a banconota (laddove, però, si tratti di denaro elettronico, i costi sono evidentemente pari a zero). Quindi per l’emissione di una banconota da 100 euro la Banca centrale dovrebbe annotare un costo di 30 cent nel conto economico e non certo un debito di 100 euro nello stato patrimoniale. Quindi la domanda che più fa imbestialire i negazionisti e proprio quella : “di chi è il denaro all’atto dell’emissione?”; questo perché le due risposte possibili li portano su posizioni che diventano immediatamente indifendibili:

 

a) Se dicono che la proprietà è della BCE (come in effetti è) devono poi spiegare in base a quale norma di legge e in base a quale etica giuridica la Banca si appropri del valore nominale del denaro che realizza;

 

b) Se dicono che la proprietà è dello Stato, dovrebbero spiegare perché allora per ottenerlo lo Stato stesso debba indebitarsi;

 

la soluzione scelta è quella di aggirare la risposta o meglio non rispondere proprio, sostenendo che la domanda non è ammissibile, perché il denaro, all’atto dell’emissione non apparterrebbe a nessuno! E questo per il semplice motivo che la Banca Centrale non venderebbe banconote. “Creare moneta non significa creare valore di cui qualcuno si appropria, almeno per come è emessa attualmente”, questo sostiene il documento “anti – signoraggio” del S.I.C. (Signoraggio Informazione Corretta, che però tanto corretta non è…). Sostenere che di questo valore non se ne approprierebbe nessuno è però, come visto, una falsità colossale: l’acquisto di titoli del debito è in realtà appropriazione “a futura memoria” di quel valore nominale (più interesse); naturalmente se questo acquisto la fa il privato cittadino con i propri risparmi non esiste truffa; il privato cittadino non crea soldi dal nulla; se compra con propria moneta, per ottenere quella stessa moneta egli ha dovuto lavorare e guadagnarsela al valore nominale; se lo fa la banca invece il discorso cambia perché la banca crea

 

la moneta per acquistare e non la prende da nessuno; i costi che sopporta, come visto sono del tutto risibili, i guadagni invece sono notevolissimi e del tutto esentasse grazie all’appostamento al passivo del bilancio delle banconote/denaro elettronico emessi.

 

Però intanto a smentire i negazionisti è arrivata addirittura la Commissione Europea, rispondendo all’interrogazione presentata il 10 luglio 2011 dall’on.le Borghezio della Lega in merito all’annosa questione (chi è il proprietario dell’euro all’atto dell’emissione), è stato testualmente dichiarato da Olli Rehn, in qualità di Commissario europeo per gli Affari economici e monetari della Commissione Europea: “sebbene da un punto di vista giuridico il potere di emettere moneta appartenga sia alla Banca Centrale Europea che alle Banche Centrali degli stati membri dell’area dell’euro, ad emetterle fisicamente e a ritirarle dalla circolazione sono, in pratica solo le banche centrali nazionali. Nel caso delle monete in euro, emettenti di diritto sono gli Stati membri dell’area dell’euro e qualsiasi questione ad esse relativa è coordinata dalla Commissione a livello dell’area dell’euro. Pertanto, al momento dell’emissione le banconote dell’euro appartengono all’Eurosistema, mentre le monete sono di proprietà degli Stati membri. Una volta emesse, sia le monete che le banconote in euro appartengono al titolare del conto su cui sono state addebitate di conseguenza. I proventi del signoraggio sono ripartiti tra le banche centrali nazionali e la BCE in base allo schema di sottoscrizione del capitale della BCE per le banconote. I proventi del signoraggio sulle monete vanno agli Stati membri dell’area euro.”. finalmente qualche ammissione chiara oltre che ufficiale: sappiamo adesso innanzitutto che la domanda di chi sia l’euro è una domanda che ha senso, eccome. E sappiamo anche che, per quanto concerne le banconote, queste sono di proprietà del SEBC (BCE più banche centrali nazionali) mentre solo le monete metalliche il relativo reddito monetario (signoraggio) va agli Stati; in effetti esistono diverse decisioni della stessa BCE, tutte più o meno simili (vds in primis l’art. 32 dello Statuto BCE nonchè, tra le più recenti, la decisione BCE/23/2010 del 25.11.2010), che fissano la ripartizione del reddito monetario tra BCE (8%) e Banche Centrali Nazionali dell’UE (92%), in proporzione alla loro quota di partecipazione in BCE (capital key). Se il signoraggio è una “bufala” diciamo allora che è una bufala molto ricercata, appetitosa e ben “ripartita” tra i partecipanti al banchetto. Poi magari se ci facessero capire, con trasparenza e chiarezza, dove finiscono tutte queste somme (a beneficio degli Stati o di privati cittadini di una

 

qualche privilegiatissima elité?), saremmo tutti ben lieti di cambiare opinione. Fatto sta che del signoraggio esiste un altre definizione che è quella data dalla Banca d’Italia (il famoso…”oste”) che lo individua, in buona sostanza, esclusivamente negli interessi, la cui ripartizione avviene ai sensi dell’art. 39 dello Statuto della Banca stessa, tra proprietari dell’Istituto (banche private e assicurazioni private al 95% e INPS al 5%), in minima parte, non eccedente i 15.600 euro (al massimo un 10% del capitale sociale di Bankitalia, pari all’irrisoria cifra di 156.000 euro), in maggior parte alle riserve statutarie della stessa Banca d’Italia e allo Stato. Ma parliamo in ogni caso di cifre contenute e limitate (per lo Stato raramente si è arrivati al milione di euro) alla ripartizione degli interessi sul debito pubblico con riferimento ai titoli detenuti dal medesimo istituto. La precisazione è necessaria perché, tanto per confondere acque e lettori, i nostri amici detrattori potrebbero essere tentati a sostenere che il reddito ripartito tra le varie BCN sia limitato agli interessi sui titoli. E invece no! ll reddito monetario percepito dalle banche centrali dei Paesi dell’area euro deve infatti essere prima concentrato presso la stessa BCE e successivamente redistribuito (al 92%) a favore delle sole banche centrali dell’Eurozona (almeno secondo quanto dichiarato nella nota illustrativa al bilancio BCE, poi anche qui qualche dubbio è legittimo) previa trattenuta dell’8% dello stesso a favore della stessa BCE (salvo il Consiglio direttivo decida di ripartire anche questa percentuale a favore delle Banche Centrali, circostanza però mai verificatasi almeno fino al 2011). E questa è un’anomalia nell’anomalia: se il reddito monetario come definito dalla decisione BCE 25/2010 punto (2) “ai sensi dell’art. 32.1 dello Statuto del SEBC” è quello “ottenuto dalle BCN nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria” non si capisce molto bene perché adesso le funzioni di politica monetaria siano attribuite alle BCN e non alla stessa BCE; è chiaro che del Consiglio direttivo della BCE fanno parte i Governatori dei Paesi dell’Eurozona ma costoro ovviamente decideranno come rappresentanti della BCE e non certo come titolari dei rispettivi dicasteri! che prospettive assume allora una politica monetaria svolta collettivamente da differenti Banche Centrali di diversi Paesi? Per chi dubitasse ancora dell’esistenza del Reddito Monetario nei termini suddetti, ci viene in aiuto la stessa decisione BCE che definisce il reddito monetario con l’espressione matematica RM = BP × TR,

 

dove RM: reddito monetario, BP: aggregato del passivo che comprende il totale della cartamoneta circolante e altre passività (depositi), come definito all’allegato della decisione e BCE/2001/15 del 6 dicembre 2001, relativa all’emissione di banconote in euro, TR: il tasso di riferimento.

 

Argomentazione ancora più incredibile è quella che non avrebbe senso sostenere che la banconota acquisti valore a seguito dell’accettazione; non si capisce allora questo valore quando venga finalmente acquisito: all’origine secondo i nostri amici, il denaro sarebbe solo semplice “merce” di proprietà della banca dopodichè quando viene ceduta (e quindi, si presume, accettata, dal cessionario) non acquisterebbe valore… E allora? Quando ha acquistato questo valore? Di norma questi “signori” messi con le spalle al muro si limitano, in queste circostanze, a cambiare argomento o ad offendere l’interlocutore, avendo palesemente pochi argomenti da offrire in risposta, al di va di vaghi riferimenti a un moneta che, se emessa direttamente dallo Stato non verrebbe accettata da nessuno; chissà perché un intero Stato a garanzia non darebbe alcuna rassicurazione invece un popolo indebitato in via permanente sarebbe, secondo le loro astruse teorie, garanzia di sicura solvibilità. Tanto è falso questo assunto che i casi di default (fallimento) si moltiplicano, ultimo quello della Grecia che nel 2012 ha discusso con le banche proprietarie dei suoi titoli le condizioni per un deprezzamento del proprio debito; logicamente fornendo garanzie ai propri creditori per una cessione di propri diritti sovrani; lo avesse fatto da subito, emettendo una propria moneta, come ai tempi della dracma, tutto sarebbe stato più facile; fermo restando però che i veri vantaggi della sovranità monetaria si percepiscono solo con la mancata emissione di titoli e la diretta stampa statale della moneta necessaria; e questo la Grecia non era in grado di garantirlo nemmeno prime di entrare nell’euro zona, con i conti taroccati grazie anche al “gentile” interessamento di Goldman and Sachs.

 

Insomma in definitiva il reddito Monetario alias signoraggio esiste e deriva dalla capacità delle Banche centrali di acquistare con moneta creata dal nulla titoli del debito pubblico emessi dagli Stati, i quali rimarranno perenni debitori di somme la cui entità resterà eternamente impagabile, perché pari alla somma richiesta più l’interesse il quale corrisponde ad una somma per la quale il denaro non è stato nemmeno creato. Creando un circolo vizioso dal quale non esiste altra via di fuga, che quella del tutto fatua e illusoria del creare altro debito.

by LUDOVICO FULCI

 

17/10/2013 commenti (0)

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA’ MONETARIA- Parte terza-

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA' MONETARIA- Parte terza- - Agorà News on Line

Una legge ulteriore dovrebbe dare contenuto effettivo all’attuale art. 47 della Costituzione disciplinando l’esercizio del credito secondo regole di disciplina, controllo e coordinamento dettate nell’interesse delle comunità. Quindi come si vede il problema è risolto: una moneta libera da debito ma sottoposta a rigoroso controllo statale sarebbe il logico presupposto di uno sviluppo economico libero e sostenibile; in prospettiva: niente servitù sul debito, niente tasso di riferimento in mano a privati, niente spread, niente titoli del debito pubblico e, ancora, niente giudizi delle odiose agenzie di rating sul debito italiano, che verrebbe estinto in breve tempo. Vorrei infatti a questo punto ribadire come il sistema Italia con tutti i suoi problemi, la sua corruzione, la sua Amministrazione inefficiente, la sua “malasanità”, ha conseguito un avanzo primario tra il 1992 e il 2008; cosa vuol dire? Significa semplicemente che a differenza di quello che ci raccontano, in questo periodo l’Italia ha incassato di più di quanto ha speso; ciononostante il debito pubblico che al 1992 era pari a 849.920.000 euro ad oggi (febbraio 2013) ha superato la soglia psicologica del due miliardi di euro, con un aumento di oltre seicento miliardi nel solo periodo di entrata in vigore dell’euro (da circa undici anni); il debito pubblico nel 2002 era infatti di 1.368.512.000 euro; questo fa comprendere come l’incremento sia inevitabile, dal momento che ogni richiesta di denaro da parte dello Stato costituisce un debito verso chi lo stampa di importo pari non al costo di stampa ma a quello che vi è scritto sopra (cd valore nominale) …perché nessuno dovrebbe accettare una moneta di Stato? Quando Kennedy nei primi anni 60’ stampò 4,3 miliardi dollari fuori dai circuiti della (privata) Federal Reserve, nessuno a livello nazionale e internazionale rilevò la circostanza come un problema di credibilità della valuta statunitense, quei dollari vennero tranquillamente accettati salvo essere ritirati dal suo successore, Lyndon B.Johnson, dopo il suo assassinio. Altra osservazione che viene sovente rappresentata dai “negazionisti” (in particolare da un certo Le Fou Reloaded, le cui esternazioni impazzano sul Web), parte da ragionamento basato su criteri del tutto infondati. Secondo il personaggio, il meccanismo funzionerebbe così: la Banca centrale cede 100 allo Stato ricevendo in cambio un titolo del valore di 103 euro, lo Stato alla scadenza restituisce 103 euro, per cui il guadagno per la banca è pari solo alla differenza cioè 3 euro. Costui ovviamente “bara” sul momento dell’emissione, assimilando l’emissione al riflusso… ma sono cose ben diverse: una cosa è cedere al sistema carta colorata o bit elettronici a costo zero (per il cedente) un’altra cosa è avere lo stesso denaro restituito dopo che la collettività gli ha attribuito il giusto valore, accettandolo e cedendolo a sua volta; e per “giusto valore” non possiamo che intendere il valore “nominale” cioè quello che la Banca stessa vi scrive sopra. Viene sottostimato il privilegio del “primo emittente” cioè di colui che lucra il guadagno tra il costo intrinseco e il valore nominale della moneta, oggi pressocchè pari al 100%. E’ evidente che, quindi, il guadagno per la Banca è ben superiore ai 3 euro di interesse. Interesse che, comunque riveste un ruolo fondamentale a favore dell’attuale sistema usuraio, in quando da una parte costituisce il solo “guadagno ufficiale” della banca e dall’altro condiziona le politiche, atteso gli evidenti riflessi che derivano dalle decisioni assunte in merito al suo aumento o diminuzione, oggi adottate in via del tutto autonoma dalle stesse Autorità monetarie. In buona sostanza il vantaggio del banchiere è la nostra accettazione del debito: ciò fa nascere l’ingiusto credito che vantano nei nostri confronti. Nessuno riconoscerebbe un credito di 1000 euro a chi, per quanto dall’alto di un presunto carisma e di una usurpata autorità, scrivesse su un pezzo di carta la cifra di 1000 euro e poi pretendesse di venircelo a “prestare”. Ricevutolo indietro (maggiorato degli interessi) potrebbe poi, col “magico” pezzo di carta, accedere senza problema alcuno a palazzi, auto di lusso, yacht, terreni e qualsiasi altra forma di ricchezza reale.

Simpatica anche la constatazione di come i negazionisti si smentiscano uno con l’altro. Fabrizio Galimberti ad es. su Sole 24 ore Junior (rivista online) si affretta a spiegare come è verissimo che esistono immensi vantaggi dall’emissione monetaria, per l’emittente, ma attualmente non vi sarebbe nessun problema perché i guadagni da emissione verrebbero tutti girati allo Stato. Unico piccolo problema è che spulciando i bilanci ufficiali non ve ne è traccia. Peraltro come sarebbe potuto essere diversamente? Se contabilmente la moneta emessa per la Banca centrale è un debito! Ci mancherebbe solo che la banca giri allo Stato un proprio … debito.

Altra critica “negazionista”: non è vero che la Banca d’Italia è privata, poiché sarebbe, viceversa, “Istituto di diritto pubblico”, perché così hanno stabilito sia la legge che una sentenza della Corte Costituzionale. Osservo subito che non solo i politici ma anche la magistratura è ostaggio di questo perverso sistema di potere. Quando il prof Giacinto Auriti denunciò la Banca d’Italia gli venne risposto che si, l’elemento oggettivo del reato era riscontrabile ma mancava quello soggettivo perché “si era fatto sempre così”, al che, ironicamente ribattè il Professore, vuol dire che potremmo allo stesso modo sostenere che se uno stupro è reato, una serie di stupri sarebbero semplice consuetudine, non punibile e del tutto accettabile poiché “si è fatto sempre così”. Ne consegue che ricercare la sostanza autentica di questi fenomeni nel novero delle leggi attuali è molto arduo … va poi aggiunto che essere “ente di diritto pubblico” non vuol dire essere “ente pubblico”. La Banca d’Italia invece è un soggetto di proprietà al 95% di privati: questa è una realtà innegabile, che la stessa Banca centrale, con la coscienza sporca, ha tenuto nascosta fino al 2005, svelando le carte solo dopo che altri gliele avevano scoperte; fino ad allora nella parte “proprietari” dell’Istituto campeggiava la dicitura “porzione di testo non disponibile”; con tale premessa appare scontato che anche laddove l’attuale Governatore Visco riesca a illuminarci sulla irrilevanza della presenza di privati nell’Istituto, che si spartirebbero solo poche migliaia di euro, ciò, onestamente, non può tranquillizzare che gli ingenui o gli sprovveduti. Se è davvero irrilevante perché non la cancellano una volta per tutte eliminando ogni perplessità, specialmente in materia di attività di vigilanza sugli istituti di credito che solo Bankitalia può esercitare? Personalmente, non sono portato a ritenere decisiva la questione della proprietà di Bankitalia, ma questo non vuol dire credere a chi propina lucciole per lanterne. Ad es. la Banca d’Inghilterra è stata nazionalizzata fin dal 1946 ma pochissimi se non nulli margini di intervento su di essa residuano al governo di Sua Maestà; anzi se condizionamenti vi sono (e ve ne sono), funzionano casomai in senso inverso … come spiega efficacemente Nicholas Shaxson nel suo “Le isole del tesoro – Feltrinelli Editore” :

la Banca d’Inghilterra …. Fu solo nel 1946 , durante il breve dominio delle teorie keynesiane seguito agli orrori della guerra e della Grande Depressione, che le Autorità trovarono la forza politica di nazionalizzarla.

Ma anche dopo averla nazionalizzata i politici non riuscivano a controllarla. Il governo non poteva destituire il governatore della banca d’Inghilterra, che continuava a svolgere le sue operazioni interne nella più assoluta segretezza. Ancora oggi la Banca seleziona i suoi massimi funzionari tra i dirigenti delle società di servizi finanziari private della City di Londra, in una continua girandola di nomine. Un saggio del Tesoro britannico del 1956 giunse alla conclusione che la nazionalizzazione non aveva prodotto un cambiamento o rottura significativa con il passato. Keynes aveva definito la Banca d’Inghilterra “un’istituzione privata praticamente indipendente da qualsiasi forma di controllo giuridico” e a quanto pare la nazionalizzazione non aveva cambiato questo stato di cose.

La Banca d’Inghilterra restava un potente gruppo di pressione all’interno dello stato britannico, una sorta di guardia pretoriana posta a difesa della City di Londra e della sua visione libertaria del mondo e, per estensione, del sistema offshore internazionale.

Questo significa che poco rileva lo status della Banca Centrale considerata. Rilevano in misura maggiore:

– le regole contabili di emissione che generano signoraggio sottratto a qualsiasi forma di tassazione grazie alla collocazione tra le Passività di tutta l’emissione monetaria (i cui proventi vengono devoluti agli Stati solo in minima parte)

– l’influenza che il governo può sulla stessa esercitare: è di grande attualità il progetto di controllo della Banca Centrale Ungherese da parte del Premier Viktor Orban, che viene dipinto dai mass media occidentali come una sorta di dittatore – despota per il solo fatto di aver disposto che sei dei nove membri del consiglio della banca fossero di nomina statale. Ecco che ne pensa il Sole 24 Ore:

L’Ungheria di Orban vara la riforma della Costituzione. Stop al dialogo con l’Unione Europea

(dal Sole 24 ore del 11 marzo 2013) di Luca Veronese

L’Ungheria ha modificato la sua Costituzione chiudendo ogni possibilità di dialogo con l’Unione europea e l’Occidente, e muovendosi ancora sulla linea di autarchia voluta dal premier conservatore, populista e nazionalista Viktor Orban. Senza curarsi dei richiami di Bruxelles, delle accuse dell’opposizione e delle proteste di piazza, il Parlamento di Budapest ha approvato con 265 voti a favore, 11 contrari e 33 astensioni alcune significative modifiche che in una sorta di golpe bianco danno più poteri al governo, riducono la possibilità di intervento della Corte costituzionale che nonostante la presenza sempre più forte di membri nominati dal partito di governo Fidesz, ha avuto fin qui un ruolo importante nel frenare le leggi più controverse dettate da Orban. Solo una settimana fa Orban aveva messo sotto tutela anche la Banca centrale ungherese, nominando il suo braccio destro, Gyorgy Matolcsy, alla guida della Banca centrale del Paese.

Gli emendamenti decisi dal governo e approvati ieri dall’Assemblea, una quindicina di pagine in tutto, limitano le competenze della Corte costituzionale che potrà intervenire solo su questioni procedurali e non di merito, cancellando inoltre tutte le pronunce della stessa Corte precedenti all’entrata in vigore della nuova Costituzione all’inizio del 2012.

Ma il voto di ieri introduce anche alcuni elementi che mettono a rischio i principi di democrazia e di rispetto dei diritti umani nel Paese. Il nuovo testo costituzionale così come è uscito ieri dall’Aula limita anche l’indipendenza degli organi di giustizia, prevedendo la facoltà di spostare con maggiore facilità i processi in corso da una sede all’altra; criminalizza i cittadini senza fissa dimora; riduce l’autonomia delle università e la libertà dei cittadini laureati, obbligandoli a lavorare per dieci anni in Ungheria; e nega i diritti dei conviventi, in quanto riconosce per legge la famiglia unicamente come un legame costituito dal matrimonio tra un uomo e una donna.

Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso e il segretario generale del Consiglio d’Europa, Thorbiorn Jagland, si sono detti «preoccupati» per la nuova svolta di Budapest: «Gli emendamenti destano preoccupazione per quanto riguarda il principio dello stato di diritto, del diritto europeo e degli standard del Consiglio d’Europa», si legge in una nota congiunta, nella quale si chiede alle autorità di Budapest – dimostrando tutta l’impotenza dell’Unione in situazione come queste – di avviare «contatti bilaterali con le istituzioni europee per venire incontro a ogni preoccupazione per quanto riguarda la compatibilità di questi emendamenti con i principi e il diritto dell’Unione europea».

Al momento del voto i deputati socialisti all’opposizione sono usciti dall’Aula del Parlamento nel quale dopo il trionfo elettorale del 2010 il Fidesz, il partito di Orban, ha una maggioranza superiore ai due terzi dei seggi. La protesta si organizza nelle strade di Budapest per chiedere al presidente Janos Ader di porre il veto alle modifiche costituzionali. «È l’ultimo momento in cui si può fare qualcosa. Il capo dello Stato non dovrà firmare, e la Corte deve pronunciarsi prima che questa facoltà le sia tolta», ha detto l’ex presidente della Repubblica ungherese, Laszlo Solyom.

Dal partito di Orban rispondono rivendicando il diritto di «rivoltare il Paese come un calzino», come del resto lo stesso premier aveva promesso agli elettori tre anni fa. «Nonostante il chiasso internazionale e interno è naturale che la maggioranza di governo usi il mandato ricevuto con elezioni democratiche», ha detto Gergely Gulyas, uno dei “colonnelli” del Fidesz.

L’Ungheria negli scorsi due anni stata più volte vicina al default, dopo che già nel 2008 un prestito di 20 miliardi del Fondo monetario internazionale l’aveva salvata dal default. L’economia è entrata nella seconda recessione in quattro anni e le agenzie di rating hanno da tempo abbassato il giudizio sul debito sovrano a spazzatura. Ma Orban ha continuato a giocare in modo molto pericoloso con l’Unione e con l’Fmi negoziando un accordo da 15 miliardi di euro che non si è mai concretizzato.

Nel breve termine il governo ungherese è riuscito a far fronte ai propri impegni e a sostenere il debito che ha raggiunto il 79% del Pil ed è il più alto tra i Paesi dell’Est Europa: a metà febbraio ha infatti raccolto 3,25 miliardi di dollari emettendo bond quinquennali e pagando agli investitori un rendimento di solo il 4,25 per cento. Ma sono movimenti molto rischiosi che già nel medio termine potrebbero riportare Budapest verso la bancarotta. Ieri intanto il fiorino si è ulteriormente svalutato scendendo ai minimi da nove mesi a 303 per euro.

by LUDOVICO FULCI ….. Segue articolo

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA’ MONETARIA- Parte seconda-

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA' MONETARIA- Parte seconda- - Agorà News on Line

Già nel 2012 sono partiti i piani LTRO (Long Term Refinancial Operation) della BCE e Quantitative Easing della FED volti a immettere liquidità illimitata (!) nel sistema. Questa soluzione peraltro ha dato un forte impulso al contenimento del rischio di una impennata dei tassi e quindi di una evidente insostenibilità del debito per i Paesi interessati a causa di un percezione di un evidente impennata del rischio da parte degli “investitori istituzionali” cioè i soliti “mercati” alias multinazionali del credito. Questi soldi sono chiaramente finiti nei bilanci delle banche le quali dovendo sistemare i propri conti si sono ben guardate dal concedere prestiti all’economia reale, trasformando la sofferenza economica in disperazione degli operatori. Il programma LTRO è previsto continui la propria operatività fino al 9 luglio 2013 con la prosecuzione della somministrazione di fondi illimitati alle banche (il Sole 24 Ore 7 dicembre 2012). In merito la FED ha deciso analogamente con il rinnovo dei piani di Quantitative Easing, che presentano però la particolarità che la Fed può per Statuto finanziare tutto il sistema economico nazionale, acquistando anche direttamente titoli del debito pubblico (Treasury Bond). Tutto questo in definitiva per dire cosa? Solo per sostenere ciò che una pletora di economisti ormai sostengono: che non è la quantità di moneta emessa che determina l’inflazione. Ammesso anche che tutta la moneta emessa entri nel circuito dell’economia reale, bisognerà pur sempre capire di in quale tipologia di economia reale. Parliamo di una economia che ha già raggiunto il massimo livello occupazionale e le sue potenzialità produttive? O, come nel caso italiano o europeo in genere, di sistemi produttivi che non possono funzionare proprio per la mancanza di moneta, quale linfa vitale del sistema, pur disponendo di lavoratori, mezzi e tecnologia a iosa e perfettamente (per adesso) intatta? Pare chiaro che in tal caso immettere moneta sarebbe semplicemente come dare da bere all’assetato, salvo aspettare che tutta o quasi la capacità produttiva del Paese si esaurisca per cause… artificiali (fallimenti, delocalizzazioni): a questo punto, dare da bere al morto non serve più a nulla. Questo fa capire come l’urgenza di adottare certe soluzioni, sta assumendo purtroppo un suo ruolo tanto specifico quanto drammatico. La favola dell’alta inflazione e dell’euro “salvatutto e salvatutti” sono purtroppo pure leggende sostenute solamente dai disinformati di turno, sovente autocelebrati quali “espertoni” in quanto ben istruiti lettori di fonti disinformative per eccellenza quali Repubblica e il Corriere della Sera o peggio ancora da politici e manager consci del disastro ma ben pagati proprio per raccontarci allegre amenità economiche. Va detto piuttosto che la sovranità monetaria esprime sempre un doppio aspetto: quello dell’emissione a credito e quello del controllo degli effetti dell’emissione stessa, che analizzeremo meglio più avanti. Oggi entrambi gli aspetti sono in mano a privati, i quali secondo la maggioranza benpensante svolgerebbero i loro “compiti” nell’interesse pubblico e non nel proprio. Pia illusione. Abbiamo visto come l’emissione monetaria è stata talmente espropriata agli Stati che oggi questi devono finanziarsi presso le banche, tecnicamente accendendo dei veri mutui e scaricandone tutti i costi relativi sugli ignari cittadini. Praticamente, per noi italiani avere come valuta nazionale euro, dollari, sterline o yen è la stessa identica cosa, poiché trattasi di moneta a tutti gli effetti straniera, sulla quale gli Stati stessi esercitano un controllo pari a zero. Quest’ultimi possono solo stampare obbligazioni a go go che graveranno come macigni sulle capacità di rimborso della propria economia e sui sacrifici quotidiani dei propri cittadini. Ma esiste un ulteriore fattore di grave destabilizzazione che è dato dal pagamento degli interessi e che poi risulterà la causa prima, il vero motore dell’inflazione; se lo Stato o il cittadino si indebitano per 1000 per ottenere 950, da dove prenderanno i soldi che servono per pagare i 50 di differenza? Li potranno prendere solo grazie alla nascita di nuovo debito, che non potrà che scaricarsi come nuovo costo sull’economia reale e pur sempre sperando che l’espansione del PIL consenta una parallela espansione delle entrate statali, tale da poter ripagare l’aumento inevitabile e fatale del debito pubblico/privato. Insomma una sorta di schema piramidale alla Madoff maniera: ripago gli interessi pregressi con i soldi dei nuovi arrivati, almeno finche posso, dopododichè amen…. Forse adesso sarà chiaro perché non è buona regola misurare il debito pubblico in valore assoluto ma sempre commisurarlo al PIL. In primo luogo si scoprirebbe che il debito pubblico (tendenzialmente) aumenta sempre; secondo: ferma tale valutazione, che ogni economista, politico, giornalista economico, manager ecc. conosce bene ma altrettanto bene si guarda dal raccontare, il rapporto debito / PIL assume importanza in funzione del suo esprimere la “ripagabilità” del debito stesso, sul quale ovviamente i mercati infieriscono con piacere: più il rapporto aumenta (nel 2013 l’Italia si colloca a livelli record, in una percentuale vicina al 130%) più i mercati pretendono tassi di interesse proporzionalmente elevati per essere garantiti e ripagati per il rischio maggiore che si assumono “prestando” soldi a Stati sempre meno in grado di onorare i propri debiti. Con i conseguenti riflessi in termini di giudizi negativi da parte delle varie agenzie di rating (da poco Fitch ha declassato il nostro Paese a BBB+ in relazione all’incerto esito elettorale). Facile aspettarsi quindi ulteriori difficoltà per lo Stato italiano per ricercare capitali sui mercati internazionali, capitali che diventeranno sempre più cari. Insomma una logica punitiva insensata spesso “autoavverante” perché nel momento in cui uno Stato entra in una spirale negativa recessiva, è di gran lunga più facile andare a fondo che risollevarsi. In sintesi, anziché essere l’evento a determinare l’opinione, avviene che è l’opinione a determinare l’evento… il ritorno alla sovranità monetaria avrebbe quindi una serie di benefici effetti a catena:

* bloccherebbe immediatamente l’ascesa del debito pubblico e l’azzeramento della “servitù sul debito” cioè la quota di interessi annuali da ripagare sull’intero ammontare del debito;

* consentirebbe il graduale rientro dallo stesso debito: i titoli in scadenza verrebbero via via ripagati con moneta di Stato, senza la creazione di debito ulteriore;

* autorizzerebbe lo Stato a gestire la politica monetaria in direzione degli interessi generali della collettività: miglioramento dell’economia e dell’ occupazione, difesa dell’ambiente, protezione del territorio, finanziamento della ricerca di fonti energetiche alternative, miglioramento della sanità e dell’istruzione, oggi del tutto abbandonate a causa della mancanza di risorse, realizzazione delle opere pubbliche realmente necessarie al Paese e non a interessi privati;

* dopo una fase di presumibile panico che tale rivoluzione copernicana provocherebbe, il Paese verrebbe alla fine apprezzato sui mercati, quelli veri però, non quelli finanziari, perché presenterebbe sul palcoscenico internazionale un Paese sempre solvibile, nel quale sarebbe conveniente investire, poiché mai carente di risorse e con conti pubblici sempre a posto;

* l’inflazione risulterebbe sempre controllabile a livello centrale poiché lo Stato così come sarebbe in grado di aumentare l’offerta monetaria godrebbe del simmetrico potere di togliere moneta dalla circolazione;

* non avendo necessità di fonti di finanziamento esterne, lo Stato non sarebbe politicamente ricattabile, sotto la minaccia di downgrade da parte di agenzie di rating e mercati (quelli finanziari, beninteso…) e potrebbe attuare i propri programmi economici e sociali senza la pistola alla tempia della minaccia del rialzo dei tassi e delle valutazioni, non poco interessate, da parte delle private agenzie.

In merito a quest’ultimo punto, basti pensare al caso del Giappone, il quale gode di una parziale sovranità monetaria, disponendo quanto meno di una propria banca centrale che ne finanzia il deficit: pur avendo un rapporto debito/PIL pari a circa il 230% continua a finanziarsi a tassi irrisori prossimi all’1%. E parliamo di un Paese ancora non uscito dalla fase recessiva degli anni 90’, (sul quale pertanto i mercati finanziari avrebbero buon gioco nel pronunciarsi negativamente) al punto che proprio nel 2013 il governo giapponese ha progettato un consistente intervento sul cambio per attuare una svalutazione dello yen, facilitando la ripresa dell’export nipponico.

Sul “caso giapponese” ecco cosa scrive Carlo De Benedetti sul Sole 24 Ore del 24 gennaio 2013 (“la guerra valutaria che cambia l’Europa”):

A dare fuoco alle polveri è stato il premier giapponese Shinzo Abe, che sta spingendo la Banca del Giappone a stampare yen sempre più aggressivamente. Negli ultimi due mesi lo yen ha già svalutato del 10% sul dollaro e del 14% sull’euro, rendendo più competitive le esportazioni nipponiche e aprendo di fatto il conflitto commerciale. Ma non tutto parte da qui. Anche se non lo ammetteranno mai, Stati Uniti e Regno Unito hanno fatto qualcosa di non molto diverso in questi anni, con la Federal Reserve e la Bank of England che stampavano moneta per acquistare titoli. Per non parlare della Cina con il suo Yuan, e poi la Corea del Sud e il Brasile, Thailandia e Singapore, India, Taiwan, Svizzera: tutti impegnati ad abbassare il valore delle loro monete per non rimanere al palo nella corsa all’export. E l’euro? L’euro è restato alla finestra senza possibilità di reazione. Un guscio di noce in balia delle onde. Fino al paradosso che, pur essendo la moneta dell’area economicamente più debole, l’Europa, si è apprezzato rispetto ai minimi del 10% sul dollaro, del 25% sullo yen e dell’8% sulla sterlina.

Ora c’è chi invoca il G20 e anche i sacerdoti della Bundesbank si accorgono di quanto rischiosa sia questa guerra valutaria. Ma il problema non è il G20. E non è neppure l’aggressiva politica monetaria giapponese. Sono le mani legate dell’Europa. Mai come davanti a questa competizione valutaria noi europei tocchiamo con mano l’inefficienza della governance economica che ci siamo dati con la nascita della moneta unica. Mai come oggi dovremmo guardare al nostro interno e fare mea culpa per gli errori fatti in questi anni.

Ogni intervento in questo senso andrebbe ovviamente coordinato con il controllo statale del credito erogato da parte del sistema bancario. Potrà sembrare strano ma tale circostanza è persino oggi palesemente prevista dalla Costituzione. L’art. 47, evidentemente molto fuori moda in questo periodo, prevede che la Repubblica, oltre a incoraggiare e tutelare il risparmio, …. “disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”; quindi ne deriva ad es. che certi concetti dati per scontati come l’indipendenza e l’autonomia della Banca d’Italia e della BCE andrebbero meglio esaminati alla luce del suddetto dettato costituzionale. E’ noto infatti che Bankitalia opera come una normale banca d’affari, esercita il credito in modo del tutto autonomo da qualsiasi indicazione statale, atteso che le varie banche devono detenere conti accesi presso di essa (remunerati attraverso il cd “tasso di rifinanziamento principale”); esercita essa stessa la vigilanza ispettiva sulle altre banche private comprese, quelle sue proprietarie, in un mostruoso, irrisolvibile ed infatti irrisolto, conflitto di interessi.

Segue ……

 

La presenza ritrovata dello Stato nel controllo della moneta verrebbe automaticamente esteso al controllo dei flussi di capitale. E’ generalmente condivisa l’idea dei principali economisti del pianeta (es. Stigliz, Krugman, Galbraith, Roubini) che proprio l’estrema liberalizzazione dei movimenti di capitale a livello mondiale ha determinato una spirale critica specie nelle economie dei Paesi più deboli o in Via di Sviluppo, andando a ledere le imprese e i livelli occupazionali locali. Salvo poi, a breve termine, spostarsi rapidamente da una frontiera all’altra, anche dove i guadagni marginali appaiono irrisori, ma pur sempre molto vantaggiosi per gli speculatori, dato l’enorme valore assoluto delle cifre in gioco. Lasciando i vari Stati, vittime di queste opzioni, in una continua condizione di instabilità economica, sociale ed occupazionale. Uno Stato proprietario della propria moneta non ha bisogno di capitali esterni per dare una spinta decisiva alla propria economia. Si limiterà a finanziare direttamente quei progetti che, lungi dall’avere un mero scopo speculativo, appaiono proficui e promettenti per l’incremento della ricchezza reale, dell’economia in genere, dell’occupazione e dei servizi sociali a favore della popolazione. Persone più garantite dallo Stato non solo vivono meglio ma lavorano meglio e producono di più, specie quando non pende sopra la loro testa la minaccia della immediata chiusura della fabbrica dove lavorano, solo perché la multinazionale proprietaria ha scoperto che nel Paese accanto lo stesso prodotto lo può fabbricare al 20% di costo in meno o quando hanno la possibilità di un’assistenza sanitaria gratuita o quasi poiché finanziata dal governo. Questo della disoccupazione e del lavoro precario, con tutte le drammatiche conseguenze sociali che ne derivano, è uno dei più gravi difetti della globalizzazione che la moneta sovrana e locale, libera da debito e da interesse, può decisamente aiutare a risolvere, se gestita da manager statali con un minimo di competenze e un più elevato standard di requisiti morali. Regole che oggi possiamo, senza eccessiva difficoltà, trasportare nella realtà europea, trasformata, dal regime dell’euro, in un vero e proprio terreno di conquista da parte degli investitori finanziari, i quali oltre a collocare i loro capitali, dettano le regole agli Stati: lo abbiamo visto in Grecia e lo abbiamo rivisto a Cipro, come a rimetterci, alla fine, siano sempre e solo gli strati più deboli della popolazione. Il sistema finanziario senza cuore e sovente, anche senza cervello, distrugge il substrato sociale su cui poggia e poi pretende di essere rimborsato laddove il danno provocato è attribuibile, in grandissima parte, a sue dirette responsabilità, tanto a pagare il conto finale sono sempre i comuni, sempre più inferociti, cittadini. Incredibile a dirsi esiste però chi racconta in giro che le cose non stanno così, il sistema funziona bene e se stiamo messi così male la colpa è al massimo dei politici che abbiamo votato, per cui, alla fin fine, non dobbiamo fare altro che prendercela con noi stessi. Vedremo alcune di queste fuorvianti tesi nel paragrafo che segue.

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Un po’ di (insano) negazionismo…

I negazionisti, cioè coloro che sostengono che le tesi sul signoraggio siano tutte semplici “bufale” campate per aria sostengono varie teorie, spesso tra loro contrapposte e contraddittorie, ma che spesso riescono purtroppo a fare buona presa sui meno informati. Tra queste una delle più accreditate è quella che afferma che una moneta senza debito pubblico “a copertura” sarebbe “carta straccia” e di conseguenza non accettata da nessun altro Stato. Va detto subito che il terreno sul quale si muovono i cd “smentitori della bufala”, è, nonostante quel che vorrebbero far capire, anch’esso del tutto “minato”, poiché non esiste nessun testo ufficiale che cerchi di confrontare le varie argomentazioni e teorie sull’argomento, presentando le prima come errate e la seconde come valide o viceversa. E questo già dovrebbe far pensare. In realtà basta un po’ di buonsenso e logica per smontare le argomentazioni di coloro che sostengono che il sistema va benissimo così com’ è. Innanzitutto basterebbe guardarsi intorno e poi avvalersi dell’esperienza storico – sociale la quale evidenzia realtà empiriche inconfutabili, tra le quali quella, facilmente verificabile, che la stragrande maggioranza della gente crede proprio nell’opposto di quel che coincide con la realtà, cioè ritiene, in buona approssimazione, che la moneta sia in effetti sempre di proprietà dello Stato che la emette. Anche perché prendere atto dell’opposto non sarebbe facilmente accettabile. Ma i nostri “amici” negazionisti sostengono (alcuni) che l’inaccettabilità deriverebbe proprio dai mercati internazionali: praticamente concepire anche una sola lira senza BOT, CCT, BTP ecc a copertura non avrebbe alcun valore, proprio perché non essendoci più l’oro o altro metallo prezioso a monte dell’emissione adesso deve, per forza, esserci qualcos’altro, nella specie appunto, il debito; ammesso per un attimo che ciò sia giusto (ma sappiamo già che non lo è) ne consegue che è la stessa creazione di moneta che crea debito; tale assunto però fa indiavolare questa pletora di “espertoni monetari” i quali la buttano in rissa verbale e ribadiscono sicuri che: “non è vero: il debito pubblico deriva dalla circostanza, semplice, ovvia e scontata che lo Stato spende più di quanto incassa” (bugia clamorosa). Chiaro a questo punto che qui trattiamo allora di affermazioni così evidentemente contraddittorie che già fanno capire la vera natura del negazionismo radicale: non può che trattasi, in alternativa, o direttamente di dirigenti bancari con un diretto interesse a nascondere la realtà autentica del problema o di persone da loro adeguatamente “sovvenzionate” travestiti da bloggisti e che sponsorizzano il sistema bancario non diversamente da come fanno le famigerate agenzie di rating, pagate da coloro che devono giudicare… ma, chissà perché, giammai costoro si dichiarano economisti, ragionieri ecc: la loro professione consiste sempre in qualcosa di diverso, che li autorizza di sostenere, chissà perché, la bontà assoluta delle loro tesi sballate. Esiste persino un sito che vorrebbe spiegare nei minimi dettagli quello che però non è spiegabile, ma tant’è…: il S.I.C. alias Signoraggio Informazione Corretta, dovrebbe quindi illuminarci, anche se gestito da non professionisti del settore, sul vero significato del signoraggio, prendendo come fede assoluta le affermazioni di Bankitalia (il famoso “oste” che dovrebbe dire se vende vino buono o cattivo…) e di altri economisti prezzolati, più o meno in buona fede; peccato però che tutti questi “soggetti” si tengono lontani dal trattare pubblicamente, cioè con articoli fuori dalla Rete, questi argomenti, tanto a che serve? ci sono, in Rete, fotografi, programmatori di software, professori di matematica ecc. che ci danno tutte le informazioni “corrette” sull’argomento.

Comunque tornando all’argomento chiave, i fatti stanno invece oggi dimostrando in tutta evidenza come sia proprio la moneta – debito l’origine di tutti i mali attuali della nostra società. I titoli del debito pubblico, che secondo i negazionisti sono un punto di forza del sistema, stanno rivelando tutta la loro dannosità atteso che la speculazione che li ha colpiti attraverso:

– l’aumento degli interessi (cd “tasso di riferimento”), sottratto alle competenze degli Stati e dell’Unione Europea ma autonomamente deciso dal Consiglio Direttivo della BCE;

– l’aumento del famigerato spread ossia il differenziale di rendimento tra un titolo base, il più virtuoso oggi è ritenuto il bond tedesco, e un altro titolo di riferimento: più è alto, maggiore sarà l’interesse che il Paese che lo emette dovrà corrispondere ai sottoscrittori dei titoli stessi;

– l’aumento incontrollato della massa monetaria in circolazione attraverso i finanziamenti a pioggia del cd Fondo Salvastati (ad esempio alla Grecia) oggi sostituito dall’ancor più diabolico Meccanismo Europeo di Stabilità;

non pochi danni hanno provocato e continuano a provocare alle economie di intere Nazioni, a iniziare proprio dall’Italia, gettando ombre cupe sul futuro di intere generazioni.

Come già la sola esperienza empirica ci fa agevolmente notare, questi incrementi (di spread, interessi e massa monetaria) non hanno potuto che contribuire ad aumentare in modo esponenziale i prezzi, per il logico conseguente aumento sia dell’inflazione che dell’indebitamento nazionale. L’indebitamento sottrae potenzialità espansive per l’economia perché quei fondi destinabili allo sviluppo se ne vanno in realtà nei caveaux (in senso figurato ovviamente…) ben controllati dei banchieri, se non direttamente in segreti e altamente remunerativi paradisi fiscali. Regole di aumento dei coefficienti di patrimonializzazione delle banche (Basilea 2 e 3) auto – imposti dal sistema bancario come risposta al disastro finanziario da essi stessi provocato, bloccano l’espansione economica a causa della chiusura dei rubinetti del credito (a favore dei ben più sicuri acquisti di titoli di stato) e chiunque capisce che se vengono bloccati gli investimenti, i consumi, le assunzioni, non può che conseguirne un deciso aumento della disoccupazione e della povertà. Dover sopportare una cosa del genere in un sistema Paese come quello Italia, potenzialmente ricchissimo, è davvero vergognoso e deprimente. Scrive il Sole 24 del 12 novembre 2011 “l’insostenibile inutilità del deficit”: un euro ottenuto dal collocamento di un bond è un euro tolto ai prestiti per le aziende e un euro di tasse in più da pagare in futuro”. Qualche mese prima un altro articolo dello stesso quotidiano era significativamente intitolato: ”Deficit senza debito? Eppur si può. Stampare moneta è ammissibile. Senza però perderne il controllo”. Il titolo riassume bene il contenuto: sostenere che “non esistono pasti gratis”, afferma F.Galimberti, l’estensore del testo “è sbagliato, poiché già ai tempi del baratto chi si scambiava beni con tale procedura non si indebitava con nessuno”. E’ paradossale quindi il bene che costituisce una mera forma di intermediazione, cioè la moneta, oggi priva di alcun valore intrinseco, debba comportare, a monte, l’indebitamento sia del compratore che del venditore nonostante ciò che si dovrebbe logicamente supporre è che il progresso e l’aumento delle conoscenze sul funzionamento dei mercati avrebbe dovuto rendere tutto molto più semplice rispetto a tempi lontani.

Una moneta garantita dallo Stato, con il proprio oro o con i propri beni demaniali o patrimoniali, non darebbe spazio di manovra alle speculazioni e soprattutto bloccherebbe l’aumento dell’indebitamento e dell’inflazione attraverso l’emissione di una moneta sana, cioè libera dal debito, previo l’ovvio controllo da parte di un’Autorità pubblica ma indipendente e autonoma dal potere non tanto “politico” quanto “del politico”, che è affermazione ben diversa. Equivocando in mala fede su questa lapalissiana distinzione molti accendono il fuoco dell’ira a motivo di grave critica e accese obiezioni, tipiche naturalmente del negazionismo più becero ed ottuso: dare la moneta ai politici nostrani sarebbe un dramma: con un tale potere in mano, ne stamperebbero una quantità incontrollata allo scopo di acquistare, letteralmente il consenso dell’elettorato creando gravi danni economici al Paese per un aumento incontrollato dell’inflazione.

Rispondere a tale argomentazione è banale: posto che non è in ogni caso la massa monetaria creata, in se, a determinare l’inflazione, la circostanza che sia lo Stato a creare dal nulla e controllare, ma nell’interesse della collettività e non di una elitè privata, il denaro di cui necessita, non significa, come visto, dare la stampante in mano al politico di turno, allo scopo di consentirne un uso a proprio diretto o indiretto vantaggio. Questa è davvero una autentica sciocchezza. Basterebbe istituire un Ente assolutamente autonomo e indipendente, come e più dell’Autorità giudiziaria, che assuma precise competenze in merito. Identificare insomma, ciò che è pubblico, con la gestione “ad usum delphini” della cosa pubblica (in questo caso il denaro) non è accettabile. Bisognerebbe chiedersi, ragionando secondo questa logica sballata, perché la Magistratura, per lo stesso motivo, non sia privata anziché pubblica (seguendo lo stesso, distorto, filo logico, si potrebbe infatti sospettare che il politico ordini al potere giudiziario chi assolvere e chi condannare). Si può anche aggiungere un’argomentazione più sottile, che si muove su un presupposto diverso: se chi comanda nel nostro sistema è davvero il politico “liberamente eletto”, perché non si è dotato della possibilità di stamparla lui la moneta, visti gli enormi vantaggi che questo privilegio consente? perché, in definitiva, ha ceduto, gratis e senza contropartita (per la verità anche senza legge alcuna che disponga ufficialmente in tal senso) questo potere ad altri soggetti, che in quanto diversi dallo Stato, non potrebbero che avere, in ogni caso, sovranità inferiore e limitata rispetto a quella dello Stato stesso? Non esiste che una risposta logica: perché chi detiene oggi il potere di stampare moneta detiene anche un potere effettivo superiore a quello dello Stato stesso. Se poi, in un sussulto (improbabile) di onestà il politico “persona” ritenesse la stessa classe politica “nel suo complesso” inaffidabile, nel senso di ravvedere un possibile conflitto d’interesse, perché non ha concretizzato questa delega con una legge ufficiale invece che con il silenzio, mantenendo nell’ignoranza il 99,99% della popolazione/votanti? La risposta è analoga e coerente con la precedente: perché a chi comanda da dietro le quinte darebbe molto fastidio la diffusione delle giuste notizie su tali scottanti temi.

Viceversa, istituire un Ministero della Moneta, un Dipartimento del tesoro con speciali funzioni, un’Autorità Monetaria Nazionale o chiamatela come volete, chiudendo definitivamente Bankitalia (e BCE ovviamente), vorrebbe dire creare un soggetto pubblico del quale dovrebbero far parte i più prestigiosi ordinari e professori di economia, scienza delle finanze e giurisprudenza (esclusi quindi tutti coloro con esperienza di banchiere e politico, onde evitare il triste fenomeno delle revolving doors tra mondo politico e bancario tipico dell’odierno sistema USA, molto in voga per la verità anche in Italia negli anni 90’, ad euro ormai incombente). L’art. 1 dello Statuto dovrebbe sancire l’esclusiva proprietà popolare della moneta, in linea con l’art. 1 della nostra Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo”). L’art. 2 dovrebbe regolare l’emissione della moneta secondo procedure trasparenti che tengano conto:

– Della quantità di moneta già esistente in circolazione;

– Delle prospettive di sviluppo economico del Paese;

– Del livello di occupazione e della forza lavoro disponibile sul mercato;

– Dell’inflazione esistente e dell’andamento della bilancia commerciale;

l’art. 3 dovrebbe specificare che l’emissione monetaria, che avviene in nome e per conto della Repubblica italiana, avverrebbe in pieno regime di corso legale e forzoso. Così come è avvenuto per tanto tempo in passato. Accontentati quindi anche coloro che sostengono che il valore alla moneta lo conferisce il corso legale e non (come invece è) l’accettazione popolare.

by LUDOVICO FULCI      Segue articolo

15/10/2013 commenti (0)

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA’ MONETARIA- Parte prima-

COSA COMPORTEREBBE IL RITORNO ALLA SOVRANITA' MONETARIA- Parte prima- - Agorà News on Line

Ma cosa comporterebbe il ritorno alla sovranità monetaria? Voglio intanto accendere i riflettori su come questo argomento resti ampiamente confinato nel… buio della comunicazione. Ogni tanto qualche breve accenno viene percepito in qualche intervista fatta in diretta tra la gente, dai vari programmi di intrattenimento pomeridiano, dove il conduttore di solito si sbriga a liquidare l’argomento con osservazioni del tipo “ è si mocistampiamolamoneta dasolichissàcheinflazione” proprio così tutto d’un fiato in modo da liquidare prima possibile l’argomento e distrarre dal tema la platea il più rapidamente possibile. Ricordo addirittura Santoro intervistare ad Anno Zero la sig.ra Salvador, imprenditrice del nord est la quale correttamente attribuiva i motivi della crisi alla mancanza di sovranità monetaria del nostro Paese. Manco a dirlo il nostro paladino dei diritti ha badato bene di mandare la pubblicità con la promessa di “parlarne dopo”. Fatto sta che “dopo” la brava Salvador era di nuovo seduta tra il pubblico e della questione non se ne è parlato più. Naturalmente per discutere a ragione veduta dell’argomento occorre capire non tanto cos’è l’inflazione, argomento noto a tutti, bensì da quale fenomeno economico derivi. In sintesi: cosa fa aumentare i prezzi? Un economista americano Irving Fisher collegava l’aumento dei prezzi all’aumento di moneta attraverso la semplice equazione MV= PQ da cui P (prezzi) = M(moneta) per V (velocità di circolazione) diviso Q (la quantità dei beni). La veridicità di tale formula è verificabile empiricamente: se in un sistema dato ho dieci penne e dieci euro ogni penna varrà un euro. E’ chiaro che se immetto altri dieci euro nel sistema ogni penna varrà due euro; ed è altrettanto chiaro che se la penna verrà domandata più volte (incremento di V) facendone salire la domanda, il suo prezzo, in virtù della legge della domanda e dell’offerta aumenterà di conseguenza. C’è però da chiedersi se questo oggi può ritenersi applicabile alla nostra realtà economico finanziaria. Innanzitutto esistono tipologie di monete varie: esiste il contante, il quasi contante (la moneta elettronica), i titoli: le azioni le obbligazioni, pronti contro termine, per non parlare dei derivati ecc. esistono poi mercati finanziari, tra cui quelli definiti “ombra” (poiché sottratti ad ogni forma di regolamentazione), la Borsa, i paradisi fiscali e l’ economia reale: esattamente quest’ultima la colloco alla fine dell’elenco proprio per la scarsa incidenza che assume nell’intercettare i flussi monetari. Tra le possibili allocazioni della enorme quantità monetaria in circolazione l’economia reale è proprio quella che meno interessa proprio perché è quella che garantisce i minori guadagni. Addirittura le stesse

movimentazioni di capitali tra un mercato e l’altro non sono nemmeno gestite

più dalle libere scelte dell’uomo ma da sofisticatissimi programmi informatici che spostano capitali nell’ordine di miliardi di dollari o euro, da un mercato all’altro, nell’arco di millesimi di secondo, giocando su guadagni anche di pochi di centesimi ad azione o obbligazione. Solo a marzo 2013 il fenomeno pare abbia attirato l’attenzione dell’FBI e del SEC… come riporta il Sole 24 Ore del 5 marzo 2013:

Fbi e Sec indagano insieme contro gli abusi del trading «ad alta frequenza»

Fbi e Sec uniscono le forze per contrastare potenziali manipolazioni dei mercati realizzate attraverso il cosidetto high-frequency trading.

La polizia federale é al lavoro con una divisione speciale della Consob americana, la Quantitative Analysis Unit, per esaminare le strategie di trading di hedge fund e altre istituzioni finanziarie che fanno ricorso ad algoritmi sofisticati che consentono di comprare e vendere rapidamente prodotti finanziari. Nel mirino delle autorità ci sono particolari pratiche definite ‘quote stuffing’, con le quali vengono eseguiti milioni di ordini poi velocemente cancellati.

L’intento di una simile mossa è di indurre gli operatori di Borsa a fare delle scelte di trading a favore delle posizioni in portafoglio dell’autore della mossa stessa. Secondo alcuni, la pratica destabilizza i mercati e

pone gli investitori retail in svantaggio. Altri invece ritengono che aumenti la liquidità sui mercati e riduca la volatilità.

La Sec ha già individuato una serie delle pratiche incriminate ma nessuno è stato ancora accusato. La collaborazione di Sec e Fbi in passato ha smascherato oltre 80 casi di insider trading negli ultimi tre anni e mezzo.

by LUDOVICO FULCI  Segue articolo …….

14/10/2013 commenti (0)

segue: SIGNORAGGIO- LA GRANDE TRUFFA 5^ PARTE

segue: SIGNORAGGIO- LA GRANDE TRUFFA 5^ PARTE - Agorà News on Line

«Mi ha scoperto – ha ammesso – subito dopo che sono entrato nel suo appartamento. Mi ha riconosciuto subito, abbiamo lottato. Poi ho afferrato il coltello…».

Davanti a prove ed elementi indiziari schiaccianti Verri non ha retto all’interrogatorio chiave di ieri pomeriggio, dopo che nella mattinata aveva già confessato tutto al suo avvocato, il savonese Fabrizio Vincenzi, nel carcere Sant’Agostino di Savona, dove era rinchiuso dopo il primo fermo. L’assassino – secondo quanto ha detto nella confessione – avrebbe trovato nella camera di Molinari il coltello usato per colpire a morte il dirigente di polizia in pensione, un particolare che lascia almeno perplessi. Verri ha voluto precisare di essersi introdotto nell’alloggio per rubare alcune pistole che Molinari custodiva gelosamente. Poi, sorpreso dall’ex dirigente di polizia, ha perso la testa e l’ha ucciso con due coltellate, di cui una mortale alla gola.

Oggi è attesa la convalida dell’arresto da parte del gip su richiesta del procuratore capo di Savona Vincenzo Scolastico e del sostituto Maria Grazia Paolucci. Fin da subito, comunque, il nome di Luigi Verri era stato inserito nella cerchia ristretta dei sospettati, in relazione alle numerose testimonianze raccolte. Poi quella strana confessione per furto: sosteneva che quando era entrato nell’abitazione per derubarlo, Molinari era già morto. Mentiva. Anche quando si è presentato nella caserma di Alassio con il suo avvocato, la coincidenza è sembrata davvero particolare: gli inquirenti, infatti, erano quasi certi che fosse stato lui ad uccidere Arrigo Molinari. Non si tratterebbe, però, di un omicidio intenzionale, premeditato: «Luigi Verri è certo già conosciuto alle forze dell’ordine per reati contro il patrimonio – ha dichiarato il suo legale -, ma non è persona da pianificare un omicidio. L’aggressione è avvenuta quando il mio assistito si è accorto che Molinari si era svegliato e lo aveva sorpreso a rubare nella sua abitazione». E’ un tentativo di furto andato male, quindi, degenerato in omicidio, «un delitto occasionale», appunto, come dimostrerebbero i segni della forte colluttazione riscontrati nella camera da letto in cui è avvenuto il delitto, oltre alla ferita tra il pollice e l’indice della mano sinistra di Verri. Inoltre, la televisione era accesa, con un volume altissimo, motivo per cui nessuno avrebbe sentito grida o rumori, compreso il figlio della vittima, Carlo, che si trovava al piano di sopra.

Negli ultimi tempi, i rapporti tra Arrigo Molinari e Luigi Verri erano diventati molto tesi. Al centro della disputa, in un primo tempo, l’impiego di cuoco nel villaggio turistico Ariston, una questione apparentemente risolta anche grazie all’intervento dei carabinieri della zona. Ma Verri aveva avuto un forte diverbio con Molinari per il pagamento dell’affitto di uno dei bungalow dove il cuoco aveva alloggiato verso la fine del 2004. Luigi Verri, inoltre, aveva già rubato nella casa della vittima, proprio qualche giorno fa: alcuni assegni che aveva cambiato in denaro contante per un valore di alcune migliaia di euro.

Ieri, intanto, gli specialisti della polizia scientifica sono tornati ad Andora per cercare un sacchetto di carta contenente un cric ed un paio di pantaloni sporchi di sangue, che Verri dice di aver gettato sul greto del torrente Merula. Il corso d’acqua scorre proprio a fianco del complesso turistico Ariston di proprietà della

famiglia Molinari. Altri sopralluoghi sono stati effettuati alla ricerca dell’arma del delitto, gettata da Verri in un cassonetto. Altre conferme all’indagine dovrebbe arrivare dagli esami di laboratorio compiuti sulle macchie di sangue rinvenute dai tecnici del Ris, che verranno comparati alle tracce presenti sui vestiti dello stesso Verri. Ma da questi responsi scientifici, si saprà anche se Luigi Verri abbia agito da solo o con l’aiuto di eventuali complici, un’ipotesi non del tutto accantonata dagli inquirenti, che hanno invece completamente escluso ogni legame con le recenti inchieste di Molinari sui rapporti tra banche e usura.

La scarsa attendibilità del racconto e le sue contraddizioni saltano subito all’evidenza ad una prima, abbozzata, analisi. Già il movente appare labile: sottrarre delle pistole ad un ex poliziotto… pistole che poi non risulteranno nemmeno essere custodite in casa. E ancora: pur conoscendo l’ex Questore e da lui essere ben conosciuto, per diverbi avuti appena l’anno prima (nel 2004), Verri lo uccide ugualmente ma non prevedendo, stranamente, a monte della propria azione criminosa, che la vittima, di notte, avrebbe potuto

svegliarsi e ben sapendo, a questo punto, che il primo sospettato dagli investigatori sarebbe stato proprio lui (come in effetti è stato…) ! Molinari dorme ma al suo risveglio, della concitata lite con l’aggressore, nemmeno il figlio avverte nulla (seppur presente in casa, ma al piano sopra) per il fortissimo rumore proveniente dal televisore acceso! contraddizione clamorosa questa perché non si capisce come potesse riposare, nottetempo, il buon Molinari, con il televisore a volume talmente alto da coprire i rumori di una convulsa colluttazione, salvo fosse quasi o del tutto sordo, circostanza da escludere, poiché persona ancora completamente attiva al punto da rilasciare interviste ed esercitare la professione di avvocato.

Queste elementari perplessità, a un certo punto, devono aver insospettito anche gli inquirenti:

Delitto Molinari: risultati rinviati. C’è il sospetto che l’’assassino abbia agito su commissione. I nuovi dubbi Federico De Rossi – Dom, 02/10/2005 – Federico De Rossi.

È slittata a giovedì prossimo la consegna dei risultati delle analisi compiute dal Ris di Parma sulle impronte digitali rilevate nella camera da letto di Arrigo Molinari, l’ex questore assassinato con ventidue coltellate tra lunedì e martedì scorso nella sua abitazione di Andora.

La tanto attesa svolta alle indagini, quindi, potrebbe essere solo rimandata. Dai nuovi risultati tecnici e scientifici su impronte e macchie di sangue si saprà se Luigi Verri abbia agito da solo o con l’aiuto di uno o più complici. I risultati di laboratorio erano già previsti per la giornata di ieri. Intanto gli inquirenti proseguono le indagini per far luce sui buchi neri della confessione fornita da Verri. L’arma del delitto è un unico coltello da taglio, non ancora ritrovato, che appartiene allo stesso Luigi Verri, ma è ancora mistero, invece, sulle pistole di Molinari che non erano custodite nell’abitazione. Le prove, gli elementi e i riscontri in mano della procura savonese sembrano quindi aggravare ora dopo ora la posizione di Luigi Verri, quando appare a tutti evidente, inquirenti in primis, che le versioni fornite, interrogatorio dopo interrogatorio, si sono allontanate sempre di più dalla sua confessione: un tentativo di rapina degenerato in omicidio. L’accusa potrebbe diventare omicidio premeditato in concorso con ignoti, e rianimare la pista investigativa di una vera e propria esecuzione compiuta su «commissione». La procura, inoltre, smentisce dissapori tra il figlio e la vittima per alcuni debiti accumulati da Carlo nella gestione del Bingo di Imperia.

BY  LUDOVICO FULCI

12/10/2013 commenti (0)

SIGNORAGGIO: LA TRUFFA DEL SECOLO PARTE QUINTA

SIGNORAGGIO: LA TRUFFA DEL SECOLO PARTE QUINTA - Agorà News on Line

 

Insomma abbiamo compreso perfettamente adesso come il sistema finanziario sia immerso all’interno della filosofia del debito, come principio generalmente accettato. Economisti nemmeno troppo tradizionali sostengono che la cosa va accettata perché l’intero sistema capitalistico si fonda sul debito (Bagnai) e se accettiamo vizi e difetti del capitalismo dobbiamo accettare anche il debito. La domanda che dobbiamo farci però è duplice? 1. Visto che questo debito è truffaldino, va accettato ugualmente? Cosa e chi ci può garantire che, all’opposto, una economia del “credito” sarebbe più dannosa per la società di un fondata sul “debito” come l’attuale. Una economia nella quale al sistema bancario non residuerebbe che un ruolo secondario, di reale intermediazione dei flussi monetari… non molto diversamente da come un’impresa di norma svolge un’attività di intermediazione nella circolazione dei beni. Questi sono gli interrogativi del futuro … forse è vero che si può vivere bene con 4000 euro al mese, anche se questi ci venissero “prestati” a interesse, ma credo si viva molto meglio con 3000 euro NOSTRI a tutti gli effetti e sui quali non dobbiamo pagare nemmeno un cent di interesse a nessuno. Chiaro che con 4000 euro possiamo affrontare molte più spese che con 3000 ma si tratterà pur sempre di un “finto” benessere supplementare… oggi spendiamo 1000 in più ma se dietro quei 4000 euro prestateci esiste un nostro creditore, sarà lui alla fine a dettare le regole del gioco a imporci cosa fare, cosa dire e non di meno di quel che dobbiamo far credere al prossimo… in un gioco di inganno, sfruttamento, nuovo inganno e nuovo sfruttamento. Regole alle quali l’umanità non può fare altro che adeguarsi, perché come dei veri e propri tossico – dipendenti di moneta spesso avvelenata, affidiamo ogni nostra aspettativa di sopravvivenza futura al rinnovo eterno di quel debito. Siamo come chiusi all’interno di una gabbia al di fuori della quale esiste una realtà, quella del credito al posto del debito, che ci sembra così irraggiungibile da sembrarci finta e fatua come un miraggio nel deserto. Ci rassegniamo quindi alla realtà misera di quel debito che noi stessi, istintivamente, sappiamo essere impagabile fin da quando ci raccontano la favola del ”bimbo appena nato con 30.000 euro di debito sul groppone”. Riflettiamoci. Secondo la teoria classica del Diritto Costituzionale gli elementi costituivi dello Stato sono essenzialmente tre: popolo, territorio e governo. Quest’ultimo è costituito chiaramente da una minima frazione del primo, cioè da quell’insieme di persone delegate a rappresentare gli interessi generali della collettività cioè del primo. Sul territorio poco da dire: è semplicemente il luogo fisico dove si esprime la sovranità statale. In estrema sintesi la vera essenza dello Stato democratico moderno quindi è proprio il popolo (cioè noi) i cui interessi, sotto forme di aspettative e speranze di una vita migliore, sono garantiti e rappresentati, in un sistema davvero democratico, da un nucleo di persone liberamente elette, che le esercita attraverso un apparato costituito da personale selezionato per concorso pubblico (la ben nota macchina burocratica statale, la Pubblica Amministrazione). Tali basilari concetti sono ben comprensibili, se non noti, alla generalità, però vedremo subito come l’attuale configurazione di questo sistema finanziario contraddice, o meglio tradisce in pieno, questa logica costituzionale così banale. Non esiste giorno che passa che qualche mass media o libro di economia ci spiega come lo Stato abbia necessità di recarsi sui “mercati” per finanziarsi. Questo termine è abilmente usato anzi abusato, con lo scopo di creare, maliziosamente, un po’ di confusione ad arte: qui per mercati non si intende certo la Borsa Affari, ma le più grandi banche mondiali, presso le quali, letteralmente, andare ad elemosinare risorse, almeno per quei Paesi, come il nostro, totalmente privi di sovranità monetaria, avendo adottato una moneta, quale l’euro, completamente soggetta a regole di gran lunga lontani dalla tutela degli interessi pubblici. Ai più attenti, sarà saltata subito all’occhio qualcosa di davvero strano. Il popolo già lavora e crea ricchezza (il famoso PIL) per la quale viene pagato da altri soggetti. I veri soggetti coinvolti nella creazione di ricchezza autentica sono quindi i lavoratori: chi costruisce una sedia come chi organizza una industria, chi taglia i capelli, fino a chi delinea il progetto di una nuovo palazzo. In proporzione alle proprie attitudini e alle proprie capacità certamente, comunque ognuno in cooperazione con l’altro. Certo si potrebbe accettare l’idea (di gran lunga sbagliata però come vedremo più avanti) che a costoro si prelevi una parte della ricchezza da loro prodotta, attraverso un equo sistema fiscale, che la convogli alla realizzazione di opere pubbliche di utilità generale (ospedali, autostrade, ponti, gallerie financo un sistema di difesa nazionale). Però prima di questo lo Stato dovrebbe limitarsi a fornire ai propri cittadini il mezzo necessario a scambiarsi i beni e servizi che essi producono. Perché la moneta oggi è una pura convenzione tra i suddetti “cooperanti alla ricchezza reale”, come io definirei i lavoratori, ed è quindi davvero un bene per tutti che sia lo Stato a deciderla e a imporla, piuttosto che il dittatore di turno, perché se lo fa lo Stato, traendo gli evidenti vantaggi che consegue chi spende moneta per primo, non può che farlo nell’interesse di tutti, per il semplice fatto che ne è il rappresentante ultimo. Ad es. al posto della moneta si potrebbe usare un certo tipo di pietra abbastanza rara, ma chi dovrebbe deciderlo? Se lo decido io, siamo sicuri che voi siete garantiti o forse io sto decidendo più nei miei interessi personali che nei vostri, anche perché, ad esempio, guarda caso, fortunata coincidenza, chiamatela come volete, il mio giardino è pieno di quelle rare pietre? L’attuale livello tecnologico ha consentito all’uomo un salto tecnologico che non esito a definire una delle più grandi invenzioni dell’Era Moderna: la creazione di mezzi di pagamento sicuri a costi irrisori. Pensiamo al processo altamente sofisticato di stampa delle banconote che consente con una spesa media di 30 cent a banconota (dal sito della Banca Nazionale Svizzera) di stamparne migliaia in pochi minuti per valori nominali di milioni o miliardi di euro; per non parlare poi del denaro elettronico protetto da algoritmi matematici pressocchè o quasi del tutto inviolabili da esterni, ad es. grazie alla creazione di password istantanee. Questo in sé è un grandissimo passo in avanti. Consentirebbe un controllo continuo della quantità monetaria circolante attraverso sofisticati programmi elettronici e darebbe quindi la piena possibilità allo Stato di regolare la quantità di flussi monetari all’interno del proprio sistema economico, creando o distruggendo moneta a seconda delle necessità del momento. Con costi irrisori, (diciamo uno 0,01% del valore nominale creato/distrutto) lo Stato potrebbe assumere il ruolo di dominus della moneta, cioè di quel mezzo, a valore intrinseco praticamente pari a zero (reputo opportuno ribadire ancora il concetto: pochi cent a banconota, zero cent per il denaro elettronico, che però costituisce ben il 97% circa dell’intera offerta monetaria) che dovrebbe essere semplicemente messo a disposizione di chi produce ricchezza reale, cioè il solito, povero (sempre più povero) lavoratore, nel significato più esteso della sua definizione (dall’operaio al mega dirigente…). Anche per i beni e servizi che esso stesso ordina nell’interesse generale (es. la realizzazione di opere pubbliche ma anche il pagamento dei propri dipendenti), lo Stato potrebbe creare da se il mezzo monetario di cui necessita e spenderlo a costo zero per la collettività, diminuendo o azzerando il classico strumento fiscale, che sta letteralmente strangolando la nostra economia. Abbiamo visto ad esempio come Aldo Moro e Giovanni Leone tentarono la via del “Biglietto di Stato a corso legale” (le vecchie 500 £) ma tra attentati alle banche pubbliche, rapimenti e processi farsa creati ad arte, l’idea di una moneta di Stato venne fatta definitivamente archiviare con le cattive, più che con le buone, maniere. L’euro poi la fece definitivamente tramontare: agli Stati venne sottratta definitivamente ogni poi possibilità di gestione della propria moneta.. oggi quindi, salvo che per quel tre per cento di carta colorata, avere per noi euro, sterline, dollari o yen è praticamente la stessa, identica, drammatica cosa. Ce li dobbiamo procurare sui mercati internazionali, come farebbe un normalissimo cliente di una banca, facendoci accreditare una serie di bit elettronici sui conti correnti del nostro Dipartimento del Tesoro. Quindi la situazione ai tempi nostri è ben diversa rispetto a quella che dovrebbe essere: è la situazione che chiamo del “bis in idem” cioè di un doppio, ingiusto, indebitamento del cittadino. Il quale, se è pur vero che percepisce ad es. 2000 euro al mese ciò accade a fronte, però, sia di un mese di proprie fatiche e sacrifici che di 2000 euro (più interesse) di debito pubblico. Eh si, perché lo Stato quei duemila euro non può creali come suo credito ma li prende a prestito, come visto, da istituti finanziari che li creano dal nulla come debito per lo Stato stesso, il quale a sua volta, rigira, somma e… debito, ai propri cittadini. Difficile non reputare onestamente questo “giochetto” un crimine contro l’umanità, del quale i responsabili dovranno un giorno rendere totalmente conto. Non solo e non tanto i banchieri privati: è normale che un privato che riceva in dono un tale immenso potere lo utilizzi a fini propri di arricchimento e di dominio, utile allo scopo di mantenere in vita questo sistema, che tanto il popolo farà sempre immensa fatica a comprendere; non perché difficile in sé ma solo perché depistato da una informazione del tutto scorretta e dalla scarsa cultura economica insegnata nelle Università, dove l’argomento è quasi un tabù. Ma cosa dei dire dei politici che ben consapevoli del danno sociale arrecato, hanno ceduto ogni forma di sovranità a soggetti che la utilizzano a scopi propri? Scaricando gli immensi costi sulla gente comune, ma percependo premi, prebende e benefits di ogni tipo oltre a stipendi da dieci a venti volte lo stipendio di un impiegato medio… inventando battaglie politiche tra destra e sinistra e relativi “centri” allo scopo di far dividere la collettività, nel famoso detto “divide et impera” affinché pensino, chi tifa destra, che la colpa di ogni malanno economico sia della sinistra e chi tifa sinistra che sia tutta colpa della destra… questi dovrebbero essere i nostri rappresentanti, coloro messi lì per tutelare l’interesse della collettività che li ha scelti e che invece hanno tradito i loro elettori e il popolo intero, svilendo e calpestando l’art. 1 della nostra Costituzione (la sovranità appartiene al popolo). Ricordiamo ancora che l’art. 47 della Costituzione stabilisce che la Repubblica coordina e controlla il credito indirizzandolo a fini sociali.. Ma di quale repubblica e di quale sovranità parliamo, se lo Stato non è in grado di garantire ai propri cittadini nemmeno pochi bit pigiati al computer che ottiene per essi solo e sempre come debito? Da pagare con una continua sottrazione di potere d’acquisto sotto forma di tasse, imposte ed inflazione… Un debito creato artificialmente e dal nulla, da banche usuraie e nel solo e unico loro interesse di moltiplicare i propri già pingui conti, quindi tutelando di sicuro gli interessi dei propri azionisti ma non certo quelli dei cittadini, ai quali questo debito ingiusto viene eternamente accollato… ma in ultima istanza, va detto con amarezza, tutto il sistema occidentale è fondato su queste basi assolutamente precarie. Gli americani hanno combattuto per un secolo per allontanare lo spettro di una banca centrale, al punto che al terzo tentativo i banchieri, forse per scaramanzia, hanno addirittura fatto a meno di chiamarla Third National Bank, visto che le prime due (denominate per l’appunto The First and the Second National Bank) erano state fatte chiudere da Thomas Jefferson e da Andrew Jackson in quanto ritenute dannose per gli interessi del Paese. Il complotto dell’isola di Jekyll di J.P. Morgan & C. del 1910 portò alla nascita, dopo soli tre anni, della Federal Reserve Bank, ritenuta dai più Banca di Stato, invece assolutamente privata, in quanto costituita da un consorzio di dodici banche private, ognuna con una determinata competenza geografica sul territorio statunitense e la cui attività viene ancora oggi coordinata dalla più importante di esse, quella di New York. Se questa è la situazione negli USA possiamo bene immaginare come non possa essere differente in Europa. Anzi forse anche peggio, visto il ben più limitato ruolo assunto dalla BCE rispetto alla FED.

I politici odierni, quindi, hanno tradito il loro mandato: invece di rappresentare democraticamente il popolo, hanno rappresentato e difeso gli interessi dittatoriali dei poteri finanziari, sostenendone i loro diktat, con espressioni del tipo “non bisogna innervosire i mercati” o “l’Europa ce lo chiede” o “ci vuole più Europa” et similia, colorite affermazioni fedelmente riprese dagli asserviti mass media nazionali e non, specializzati e non, solo per dare voce ed ampliare i risultati nefasti di quella che è la più grande truffa perpetrata da uomo contro uomo. Ci sono rarissime eccezioni e, per quanto possa apparire strano, non è un giornale estremista a pubblicarle ma un giornale di centro destra o meglio “Il Giornale” di Sallusti. Eccone alcuni:

Provocazione: Quella sovranità della moneta in mani private

di Redazione – 11 dicembre 2009. Abbiamo ricominciato a tremare per le banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto. Ma l’unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene. Non è forse giunta l’ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere? Per prima cosa informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà. C’è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. È così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera. La Banca d’Italia non è per nulla la «Banca d’Italia», ossia la nostra, degli italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro. Ha cominciato la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di «federale»), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre. Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle Banche centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca centrale europea. Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per s´ illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo.

Niente è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto «signoraggio», ossia sull’interesse che gli Stati pagano per avere «in prestito» dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l’accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati. Anche la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori. Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. È vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l’accordo con le banche e di cui si parla come dei «caduti» per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio.

Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile. È questo il momento. Proprio perch´ i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perchè le banche hanno ricominciato a fallire (anche se in realtà non avevano affatto smesso) e ci portano al disastro; proprio perchè è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine. In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra.

Commento degli altri giornali/quotidiani: zero. Tre anni dopo, ancora più lucidamente illustra la situazione un ulteriore articolo, questa volta a firma Magdi Cristiano Allam, che non a caso fonderà l’anno successivo un nuovo movimento politico “Io amo l’Italia”, in cui nel primo punto del programma vi è proprio il riscatto della sovranità monetaria ed economica. Ma andiamo con ordine:

Bce, la fabbrica del debito che sta rovinando l’Europa Redazione, 23/07/2012

Se tutti i giorni i Merkel, Monti, Barroso, Draghi scendono in campo per rassicurarci che «l’euro è irreversibile», vuol dire che stiamo assistendo a un rito scaramantico per allungare il più possibile la vita del moribondo. Tutti gli indicatori dell’economia reale attestano in modo inequivocabile che giorno dopo giorno siamo prossimi al funerale. Il nostro funerale. La recessione sempre più profonda, l’indebitamento pubblico che cresce, il Pil che si riduce, la produzione, le esportazioni e i consumi in calo, le tasse più alte al mondo, le imprese strangolate che chiudono, i disoccupati e i poveri che aumentano, i giovani senza prospettive. Ebbene, come è possibile che, da un lato, la crisi è causata dall’euro e, dall’altro, siamo noi italiani, noi europei, a pagarne le conseguenze? La risposta è nella recente dichiarazione del governatore della Bce (Banca centrale europea) Mario Draghi a Le Monde: «Il nostro mandato non è di risolvere i problemi finanziari degli Stati, ma di garantire la stabilità dei prezzi e mantenere la stabilità del sistema finanziario in tutta indipendenza». Ma come: la Bce dopo aver imposto condizioni spietatissime agli Stati per poter accedere al credito finalizzato al ripianamento del debito pubblico, ora ci dice che si lava le mani dei problemi degli Stati? Ma come: se questi problemi sono legati alla carenza di liquidità monetaria e l’unica istituzione titolata ad emettere l’euro è la Bce che si rifiuta di farlo? Ma come: quando le banche e le società quotate in borsa crollano si pretende il massiccio intervento degli Stati con denaro pubblico mentre quando gli Stati sono in crisi voltate loro le spalle? Il signoraggio è la differenza tra il costo reale e il valore nominale della moneta. Oggi la Bce stampa la banconota da 100 euro al costo di 3 centesimi e la vende alle banche commerciali a 100 euro, più l’1% di interesse, in cambio di titoli di garanzia. Le banche rivendono la banconota allo Stato a un tasso superiore in cambio di buoni del Tesoro che sono titoli di debito. Lo Stato ripaga questi interessi facendoli gravare sulle tasse imposte ai cittadini. Quindi tutto il denaro in circolazione è gravato da interessi percepiti dalle banche e da tasse che gravano sulle nostre spalle. È così che noi siamo indebitati dal momento in cui nasciamo. È il sistema che di fatto corrisponde ad una «fabbrica del debito». Chi è il responsabile? A differenza di quanto si tenderebbe a pensare, la Bce è un’istituzione che svolge una funzione pubblica ma è di proprietà privata, detenuta da banche private, comprese quelle dei Paesi europei che non aderiscono all’euro. Ha la struttura di una società per azione e gode di autonomia assoluta dalla politica pur condizionando pesantemente la politica. Questa «fabbrica del debito» si è arricchita grazie a due nuovi trattati, il Fiscal Compact o Patto di stabilità, e il Mes o Fondo Salva-Stati, approvati il 19 luglio dal nostro Parlamento: così ci siamo ormai autocondannati ad essere indebitati a vita. Ci siamo impegnati, al fine di dimezzare il debito pubblico per portarlo al 60% del Pil, a ridurre i costi dello Stato di 45 miliardi di euro all’anno per i prossimi 20 anni, ciò che si tradurrà in nuove tasse e ulteriori tagli alla spesa pubblica; mentre per creare il Fondo Salva-Stati, l’Italia si è accollata la quota di 125 miliardi di euro, che non abbiamo. Nasciamo indebitati perché la moneta non la emette lo Stato ma una banca privata e abbiamo sottoscritto degli accordi con istituzioni sovranazionali le cui sentenze sono inappellabili. D’ora in poi lavoreremo sempre di più e vivremo sempre peggio per pagare i debiti. Ci limiteremo a produrre per consumare beni materiali, non ci saranno né risorse né tempo per occuparci della dimensione spirituale. Siamo ad un bivio epocale: salvare l’euro per morire noi come persona, oppure riscattare la sovranità monetaria per salvaguardare la nostra umanità. Ecco perché solo una nuova valuta nazionale emessa direttamente dallo Stato, che ci affranchi dalla schiavitù del signoraggio e scardini dalle fondamenta la «fabbrica del debito», emessa a parità di cambio con l’euro per prevenire fenomeni speculativi e inflazionistici, potrà darci la libertà di essere pienamente noi stessi nella nostra Italia che ha tutti i requisiti di credibilità e solidità per andare avanti a testa alta e con la schiena dritta. twitter@magdicristiano

Sarà questa la fonte dei guai giudiziari del direttore del Giornale, Sallusti?

Viceversa va notato come i giornali di sinistra presentano una forte crisi di rigetto, atteso che al problema in questione viene, non si sa bene perché, assegnata una colorazione politica di estrema destra che invece non ha per niente. Abbiamo già visto come il primo a definire le banche centrali come società “agghindate di denominazioni nazionali” ma in effetti gestite da “privati speculatori” fu proprio Karl Marx nel “il Capitale”.

Solo una rivista on line di sinistra, semisconosciuta, “Rinascita”, affronta la problematica monetaria con argomentazioni inequivocabili e dirette.

Rinascita

Categoria : Politica

Berlusconi e l’acqua calda – Il Cavaliere e la sua “pazza idea” di stampare l’euro con la zecca

Berlusconi ha fatto un’altra delle sue uscite: “Ho una pazza idea, stampiamo l’euro con la zecca!”. Già, visto che la B.C.E. di soldi non ce ne vuole dare più, a meno che non rinunciamo a quel poco di libertà che ci è rimasta, il Cav. ha pensato bene di arrangiarsi a stampare la moneta. E’ possibile o è una boutade? Ci è o ci fa? Dico questo, perché ho letto sul Sole 24Ore che all’art.21 del protocollo annesso al Trattato sull’Unione Europea e ratificato dal Parlamento Italiano c’è scritto: “Non si consente agli esecutivi degli Stati firmatari del Trattato di esercitare signoraggio in senso stretto: ovvero di appropriarsi di risorse attraverso l’emissione di quella forma di debito inesigibile che è la moneta inconvertibile a corso legale”. Tradotto dal “finanziarese” all’italiano, dovrebbe suonare più o meno così: “Tu stato non puoi stampare il denaro a credito, ma ti devi affidare a me Banca Centrale che te lo stampo addebitandolo, cioè gravando il tuo popolo di un debito pubblico”. Chiarissimo, no? Il Cav., dunque, è entrato in scivolata, ma al contrario di Gattuso quasi sempre puntuale nelle entrate, lui è in ritardo di 20 anni! Sì, perché è da 20 anni in politica e prima d’ora non si era MAI preoccupato di spiegare a nessuno cosa fosse il debito pubblico e con chi siamo sempre stati indebitati. Io (come altri) è da 5 anni che mi devo arrangiare da solo, sono andato a due conferenze, ho letto gli studi del prof. Auriti, docente universitario di Teramo, oggi purtroppo scomparso, studio sempre di più, benché la cosa mi procuri una grande angoscia! Certo è che il Cav. ha ben 3 televisioni, se voleva poteva fare informazione, ma forse non gli conveniva, visto che una banca ce l’ha anche lui. Ma non fa corretta informazione neppure la Rai, televisione di uno Stato etero diretto dalla Banca Centrale! Ma non è che gli altri siano meglio del Cav., vista la profonda amicizia che lega il Monte dei Paschi col P.D.! Insomma, sembra che Berlusconi dicendo quella frase abbia scoperto l’acqua calda. Da quello che ho studiato, finché sarà la Banca Centrale (che è una s.p.a., non è dello Stato!) a stampare il denaro A DEBITO, cioè addebitando le spese di emissione allo Stato (il cosiddetto signoraggio) + gli interessi per il denaro stampato che la Banca Centrale presta allo Stato, (poiché è lei la proprietaria del denaro stampato, non noi!) il debito pubblico ci sarà sempre indipendentemente dalle politiche di rigore sui conti pubblici! E’ lo Stato che deve stampare il denaro A CREDITO! Così facendo non pagheremmo il signoraggio alla Banca Centrale, inoltre sarebbe lo Stato a prestare alla Banca Centrale il denaro ritornato ad essere finalmente di SUA PROPRIETA’, facendosi anche pagare un interesse dalla banca stessa! Si formerebbe un CREDITO PUBBLICO, non un debito pubblico. Solo così avremo le banche al servizio dello Stato e non viceversa, come invece succede oggi! Ciò non significa però che si potranno abbandonare le politiche di serietà sul controllo dei conti pubblici. Grillo propone di uscire dall’euro, ma ciò può servire SOLO se ci riappropriamo della sovranità monetaria, ossia se lo Stato potrà stampare il denaro. Se, invece, dobbiamo uscire dall’euro, per incaricare la Banca d’Italia (che non è dello Stato, ma è un altro soggetto privato, una s.p.a.!) di stampare la lira a debito, si farà un altro errore! E non lo dico solo io. Warren Mosler, presidente di Valance Company, consiglia all’Italia, se la situazione diventerà insostenibile, di dichiarare default, poiché la politica di austerity è stata un errore, come lo è stato l’aumento delle tasse. Quella di Monti, per Mosler, è una strategia “criminale”, perché affossa l’economia. Inoltre dopo il default dovremmo ripudiare il debito pubblico e stampare una moneta nostra. Ma “nostra” deve significare – aggiungo io – che DEVE essere lo Stato a farlo, non un privato che per stampare 100 euro o 100 lire ne vuole dallo Stato stesso più del doppio!

Andrea Mantellini (Forlì) (2012-06-05)

E non solo:

Rinascita. Il paradosso democratico: cambiamenti nei rapporti fra Stato e cittadini

Le aggressioni pretestuose da parte delle democrazie, iniziate senza alcuna dichiarazione ufficiale di guerra e senza curarsi del giudizio dei popoli. Il giorno 25 aprile le più alte cariche dello Stato, i media e la cultura ufficiale hanno fatto a gara a trascinare il popolo a festeggiare la “liberazione”. Ma da che cosa ci siamo liberati? Dalle dittature. Quindi c’è stato un grande cambiamento di rapporti fra il governo e i cittadini che, si è detto, avevano raggiunto la libertà. Governi deboli e governi fortissimi. In realtà i governi deboli, le dittature, hanno dovuto cedere il passo a governi fortissimi, paradossalmente le democrazie. Cercherò di spiegare la ragione di questa mia definizione fortemente anticonformista. I governi deboli sono costretti a difendersi continuamente, a prendere decisioni che ottengano il favore del popolo e sono obbligati ad usare forme repressive che vanno dalla censura delle informazioni ai tribunali speciali, dall’olio di ricino al confino degli avversari, da leggi che, per quanto riguardava l’Italia fascista, hanno portato a due o tre decine di condanne a morte per reati consistenti in attentati e gravissimi fatti politici di sangue. Si evita di parlare di quanto avvenne oltre le Alpi per le evidenti falsificazioni storiche operate da oltre sessanta anni a questa parte. Il comunismo: una dittatura atipica. Sono dittature atipiche i regimi comunisti perché rappresentano un sistema particolare di sopraffazione appoggiato dalle potentissime centrali finanziarie internazionali dalle quali sono stati creati e sostenuti, almeno fino a che sono serviti. Questo ha permesso al comunismo di mantenersi al potere nonostante milioni di assassini di propri connazionali e nonostante abbia messo alla fame la popolazione caduta sotto il suo dominio. La sostituzione dei regimi tradizionali degli Zar, è stata favorita, con illimitate aperture di credito, dalla finanza internazionale che li odiava ferocemente. La riprova della sottomissione e del controllo del comunismo da parte della finanza internazionale si è dimostrata nella seconda guerra mondiale quando l’Urss ha collaborato a creare l’attuale situazione di incontrastato dominio planetario del capitalismo angloamericano, agendo contro le basi stesse della sua filosofia e avviandosi quindi alla propria implosione. Per la verità altri paesi democratici si sono consapevolmente distrutti nella guerra contro la Germania pur di fare il gioco dei poteri forti economici che si proteggono dietro i governi degli Stati Uniti. Parliamo di quelli che ho definito governi “fortissimi”. Sono fortissimi quei governi che hanno, di fatto, distrutto le opposizioni ed il dissenso ad un punto tale che non necessitano, apparentemente ed oltre certi limiti, di un apparato repressivo poliziesco in quanto, con il potere del denaro in quantità praticamente illimitata e attraverso un controllo pressoché assoluto dell’informazione-deformazione delle menti, annichiliscono alla radice ogni possibilità di critica di fondo ai regimi che governano per conto del sistema bancario internazionale. Plutocrazie. Dunque le democrazie andrebbero chiamate più propriamente plutoburodemocrazie esercitando esse il potere sotto il controllo di grandi gruppi finanziari, attraverso una burocrazia amministrativa e fiscale veramente soffocante e attraverso un condizionamento della mente delle masse che si estende fino ad impedire la libertà di esprimersi alle minoranze pensanti. Parlo evidentemente dei sistemi democratici che non badano a spese, recuperate con tasse e balzelli di ogni genere, pur di mantenersi ed estendersi con continue guerre. Si possono considerare queste guerre come dimostrazioni di debolezza? E l’aver imposto, contro ogni evidenza dei fatti, la dizione “interventi umanitari” alle aggressioni militari è una ulteriore riprova del potere quasi illimitato di deformare la realtà da parte di chi controlla il nostro modo di esprimerci e quindi il nostro stesso pensiero: la nostra mente, infatti, quando ragioniamo, parla con se stessa usando i termini, appunto, del parlare. Dittature, democrazie, guerre. Si accusavano le dittature di aver provocato e provocare guerre, ma queste, compresa la seconda guerra mondiale, sono state sempre iniziate dalle democrazie così pure come quelle di Vietnam, Grenada, Panama, Falkland, Congo, Iraq, Afganistan, più recentemente quella di Libia e quella che progettano di fare contro la Siria. Sono tutte aggressioni pretestuose da parte delle democrazie, iniziate senza alcuna dichiarazione ufficiale di guerra e senza curarsi del giudizio dei popoli, con il pretesto di proteggere i civili, che poi vengono fatti oggetto, in evidente contraddizione, di bombardamenti e di stragi. Le vere cause sono bassi motivi di rapina economica di materie prime e questioni di potere delle democrazie e di chi sta loro dietro. Gli Usa la democrazia archetipica, ha scatenato più di duecento guerre in nemmeno due secoli di esistenza. La dittatura è una assunzione di potere temporanea, in momenti di particolari difficoltà di una nazione, che presuppone un termine a più o meno lunga scadenza, mentre il totalitarismo democratico si definisce l’unico sistema di governo legittimo per un tempo infinito: fuori di esso si considera che ci sia solo barbarie. Quindi l’uomo sarebbe vissuto fino ad un paio di secoli fa nella più completa barbarie: barbarie la romanità con il suo diritto, barbarie il medioevo con la sua austera severità, barbarie il rinascimento e la sua arte, barbarie la Repubblica di Venezia ed i suoi splendori, barbarie il Sacro Romano Impero e tutto il resto che non sto a nominare. Democrazia: cultura totalitaria dell’intolleranza. Una vera cultura totalitaria dell’intolleranza è quella della democrazia che non vede niente di legale al di fuori di se stessa e che quindi nega ogni possibilità di esistenza ad altri sistemi che attacca con guerre e meccanismi economici prepotenti. Direi che la democrazia, più che una forma totalitaria, è una forma “totale” di potere e della comunicazione per ciò che riguarda la filosofia che ne sta alla base. Vediamo di esaminare perché vengono demonizzate le dittature fascista e nazionalsocialista. Innanzitutto è ridicolo credere che le democrazie abbiano dichiarato guerra alla Germania e costretto ad entrarvi l’Italia con l’inganno e il Giappone con soffocanti imposizioni e provocazioni economiche di ogni genere perché erano preoccupate delle sofferenze dei loro popoli privati della democrazia. Hanno poi, infatti, ucciso milioni di civili con bombardamenti atomici e non e milioni di prigionieri tedeschi, a guerra finita, lasciati morire di stenti, di fame e di malattie. Per non ricordare le persecuzioni politiche, gli omicidi, i processi politici con soppressione degli avversari, e le epurazioni (espulsioni dal lavoro) sempre ad ostilità militari terminate. Occorrerebbe indagare infine sulle cause vere dello scatenamento della seconda guerra mondiale contro una Germania che aspirava alla riunificazione dei propri connazionali, divisi da una pace ingiusta, e a fermare gli assassini delle minoranze tedesche da parte degli stupidi polacchi. Nazionalizzazione della Banca di Germania e benzine sintetiche. La causa principale, credo che tutti siano d’accordo, fu certamente economica: vediamo di esaminarne attentamente le basi. Certo la Germania produceva a prezzi inferiori e dava fastidio alle esportazioni inglesi. Lo stesso oggi succede, più pericolosamente, per le esportazioni cinesi ma nessuno pensa ad una guerra. Anzi, si è voluto inserire la Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio sia pure speculando sui fortissimi dislivelli della commercializzazione dei suoi prodotti. Al di là, dunque, di ogni fantasioso e poco credibile pretesto, le vere cause del secondo conflitto mondiale furono il fatto che la Germania si era sottratta allo strangolamento della finanza internazionale basata sulla pretesa di astronomici danni di guerra e si era riappropriata della sovranità nazionale in campo monetario attraverso la nazionalizzazione della banca centrale di emissione. Questo faceva terminare il signoraggio della moneta da parte del sistema usuraio bancario. Un corollario fu lo svincolamento dalla speculazione petrolifera con la creazione, in meno dei sei anni della sua esistenza prima della guerra mondiale, dei più grandiosi complessi chimici del tempo per la fabbricazione delle benzine sintetiche con l’idrogenazione delle ligniti. Tali impianti erano di una potenzialità tale da permettere, fra le altre cose, sette anni di una guerra moderna meccanizzata in assenza di pozzi petroliferi. Per inciso, questa operazione contribuì al riassorbimento di quattordici milioni di disoccupati. Banca d’Italia e Banca del Giappone. Anche il Giappone aveva nazionalizzato la Banca Centrale di emissione mentre l’Italia si era già liberata dal signoraggio straniero della moneta con la nazionalizzazione delle banche di Preminente Interesse Nazionale in fallimento per la grande crisi del 1929-1930. Tali banche erano le azioniste della Banca d’Italia, la banca di emissione della lira, il denaro nazionale di allora. Essa aveva il compito del controllo della legalità dei comportamenti delle banche italiane verso il pubblico. La Banca d’Italia aveva anche il potere di definire la quantità di moneta da mettere in circolazione e di indicare il tasso di sconto che oggi, anche per la Banca Centrale Europea, è lasciato completamente fuori dal controllo politico e affidato agli interessi speculativi delle banche private, azioniste delle Banche Centrali. Tali funzioni di controllo dell’economia a difesa del risparmio privato, ora sono perse, con conseguenze disastrose, come per esempio, gli scandalosi fallimenti di Cirio e Parmalat e dei bond argentini, per citare i casi più conosciuti dai risparmiatori gabbati. Indifferenza del sionismo di fronte alle disgrazie altrui. Il fatto che Italia, Germania e Giappone si fossero liberati del signoraggio della moneta da parte delle banche private collegate a Wall Street e alla City londinese, è stata la vera causa dello scatenamento della seconda guerra mondiale da parte delle plutocrazie. Queste restarono indifferenti di fronte alla programmazione della morte di milioni di persone pur di perseguire il sogno sionista bimillenario del “regno”, una sorta di acquisizione del potere mondiale attraverso l’accaparramento delle ricchezze da parte dei potentati massonici del denaro. Rapporti fra governi e cittadini. Da quanto premesso consegue una fondamentale variazione dei rapporti fra governi e cittadini. Mentre precedentemente alla presa di potere della democrazia i governanti ed i popoli formavano un tutt’uno e il destino degli uni e degli altri era sostanzialmente inscindibile, dopo si è venuto a creare un netto distacco fra le due componenti. Il bene della grande finanza corrisponde al male dei popoli e, viceversa, il bene dei popoli ha come presupposto un controllo sulla speculazione internazionale. In altre parole, mentre prima del capitalismo democratico il lavoro creava ricchezza, ora è il denaro che crea o impedisce il lavoro. Dunque i poteri dittatoriali, escludendo quello comunista per i motivi detti prima, volevano il bene dei loro popoli sia pure per motivi nazionalistici che non prevedevano, tuttavia, necessariamente conflitti fra nazioni diverse come avviene per le democrazie che si configurano come un sistema di potere repressivo a livello mondiale, attraverso guerre in ogni direzione e con l’imposizione finale di una globalizzazione totale veramente totalitaria. Non voglio ripetermi citando l’elencazione di tutte le opere sociali della “dittatura” fascista, ma ricorderò ai distratti la creazione dell’Inps dell’Inam, dell’Opera Nazionale Maternità ed infanzia, l’aggiunta di famiglia e le disposizioni circa le ferie e l’orario giornaliero massimo di 8 ore lavorative e di quaranta ore settimanali. Da tutto questo ed altro ancora ebbe origine un generale miglioramento del tenore di vita della popolazione con il convogliamento a favore dei bisogni delle famiglie delle risorse, prima sottratte dalla parassitaria speculazione bancaria con il meccanismo del signoraggio della moneta. Da questo derivò una prosperità mai riscontrata prima, nonostante che le dittature, consce della pericolosa volontà di aggredirle militarmente della finanza internazionale, dovessero pensare anche ad armarsi per difendersi. Suicidio dell’impero inglese. Non si poteva pensare che la classe dirigente inglese potesse distruggere il proprio impero ed il proprio paese, sottomettendosi agli Usa, pur di non accettare i ragionevoli accordi proposti dalla Germania di Hitler che non voleva assolutamente un conflitto armato intereuropeo, come dimostrano la cosiddetta “guerra buffa” e l’atteggiamento della Luftwaffe a Dunquerque. Dopo la dichiarazione di guerra franco-inglese alla Germania perché aveva attaccato la Polonia, gli eserciti francese e tedesco si fronteggiarono sui confini restando inerti per quasi un anno mentre la diplomazia germanica faceva di tutto per evitare lo scoppio delle ostilità. A conferma di questo vi è anche il volo di Hess, il vice di Hitler, che tentò la via della pace paracadutandosi in Inghilterra. Ma non fu ascoltato, fu imprigionato e inspiegabilmente punito col carcere di isolamento a vita ed infine strangolato in oscure circostanze. L’Inghilterra poi iniziò le operazioni militari con l’attacco alla Norvegia. Il 25 aprile ci avrebbe portato la libertà, ma non vi è mai stato governo più impositivo dell’attuale. Diktat economici a guerra finita e conseguenze. A fine guerra le banche centrali dei paesi perdenti sono state vendute a banche private. Ne è conseguito che gli stati devono pagare per l’acquisto di una moneta che viene creata dal nulla contraccambiando con buoni del tesoro e con interessi dipendenti dalle decisioni sul citato tasso di sconto. Da ciò deriva la assurda sovrastruttura parassitaria del debito pubblico. In Italia invece, qualche anno dopo, furono liberalizzate le banche azioniste della Banca d’Italia cosicché ad esse, anziché al governo attraverso i ministeri finanziari, vanno gli interessi passivi del debito pubblico che assorbono grande parte dell’introito fiscale. Inoltre il sistema plutoburodemocratico instaurato, oltre ad una omnipervasiva fiscalità fuori misura, ha creato forme parassitarie che vanno dalle banche usuraie ad una burocrazia soffocante. Il cittadino, con la scusa della sicurezza, dell’ordine dell’ecologia, e con ogni altro pretesto, è fortemente intralciato in ogni tentativo di affermazione personale in qualsiasi campo. Si crea una struttura privata di controlli che va dai collaudi degli autoveicoli ai permessi e alle autorizzazioni per ogni bazzecola, ai controlli da parte dei Comuni sull’edilizia. Questi ultimi riguardano poi solo i singoli cittadini, e sono praticamente assentii per le grosse finanziarie delle costruzioni a causa delle forme di corruzione dilaganti dei funzionari. I rari casi di attacchi ai grandi gruppi rientrano spesso in oscure lotte fra mafie di potere, persone, dipendenti pubblici di ogni rango. Il paradosso democratico. Dunque paradossalmente, in quella che si definisce democrazia i diritti dei singoli vengono imbrigliati senza alcuna ragione riguardante il bene comune, ma solo per soddisfare una ragnatela parassitaria di interessi privati favoriti da una legislazione demagogica a tutto danno dei singoli. Questo parassitismo speculativo è in grado di mettere in crisi intere nazioni, con manovre sugli interessi sul debito pubblico e con svendite strumentali concordate a prezzi bassi dei buoni del tesoro, come è avvenuto in Grecia. Con questo infatti si diminuisce la fiducia e si spaventano i risparmiatori che si affrettano a vendere iniziando così un forma a valanga di svalutazione dei buoni stessi. Ritornando all’attualità, la crisi economica, evidentemente manovrata dalla più alta cupola finanziaria, rischia di portare ad una spaventosa appropriazione di risorse della classe media e di quella povera con il tramite di una struttura di intermediari, protetti perché sono utili al sostegno del sistema, che si serve della forza economica, ma anche, se occorre, di quella militare degli Usa per minacciare o aggredire i paesi recalcitranti. Conclusioni. Per svincolarsi da questa aggressione, per prima cosa occorre nazionalizzare l’emissione del denaro perché non si devono più pagare interessi alle banche che hanno creato del denaro dal nulla. La moneta, infatti non è di proprietà delle banche: essa è di proprietà del popolo, cui serve per gli scambi e che per questo le dà il valore che ha. Poi si impone la necessità di fermare tutti i meccanismi parassitari e speculativi e ricreare una società organica finalizzata al bene nazionale, al bene comune e a quello dei singoli. Diversamente avremo un futuro di miseria, di fame e di distruzione.

Vittoriano Peyrani (2011-06-01)

Così si esprime Emidio Novi (ex parlamentare): “Martin Amstrong, uno dei consulenti globali più pagati al mondo dice che lo Stato non ha bisogno di indebitarsi, non ha bisogno di emettere bond quando può emettere dollari, euro o yen…. Nell’economia moderna, il denaro non è più in monete d’argento o d’oro. C’è una specificità propria di queste economie, dove si crea moneta con gli accrediti e gli addebiti elettronici, che possono essere creati dallo Stato come deficit o dalle banche come credito. Se lo Stato permette che siano le banche a creare la maggior parte della moneta si indebita con le banche, persino con le banche estere. Se poi non controlla la moneta per finanziarsi, come decise l’Italia con la riforma Andreatta, alla fine degli anni 70’, sceglie la dipendenza dalla grande finanza e quindi una graduale perdita di sovranità. L’Europa, con la BCE, ha fatto propria l’opzione di Andreatta e ha creato i presupposti per la sua rovina” (“la dittatura dei banchieri” Emidio Novi di Controcorrente Edizioni, pag. 106) … “gli Stati per sfuggire alla resa hanno una sola via da seguire, quella che porta al controllo della produzione della moneta” (pag. 113).

Ma torniamo al Giornale. A scanso di equivoci, va detto che fin dal 2005 il quotidiano berlusconiano si era occupato del problema monetario, in particolare affrontando una questione particolare: la chiamata in causa di Bankitalia, per la richiesta di un provvedimento d’urgenza ex art.700 c.p.c. da parte dell’ex vicequestore di Genova Arrigo Molinari, che però venne assassinato pochi giorni prima dell’udienza in circostanze del tutto mai chiarite.

Legale chiede i danni alla Banca d’Italia

di Redazione – 04 settembre 2005, La Banca d’Italia è stata citata a giudizio per danni, presso il tribunale di Imperia, con provvedimento d’urgenza ex art. 700 «per non aver svolto un’ adeguata forma di vigilanza sulla Banca di Roma – sostiene nel ricorso l’ex questore e oggi avvocato Arrigo Molinari -, in quanto sua socia, in un precedente procedimento giudiziario». L’udienza di discussione del ricorso, presentato da Molinari, è stata fissata per il prossimo 5 ottobre. La vicenda ha avuto inizio da una causa per anatocismo, la richiesta di interessi sugli interessi, che l’avvocato Molinari aveva presentato nel 2000 contro l’istituto di credito romano, a difesa della defunta moglie Maria Teresa Pallavicino e del padre di lei. Molinari aveva chiesto un risarcimento, non ancora quantificato, contro la capitalizzazione trimestrale degli interessi dal 1934 a fine anni Novanta.

Ma questo è solo l’inizio della vicenda, che avrà sviluppi ben più drammatici:

La mia ultima battaglia contro l’’euro»

Redazione – Mer, 28/09/2005 -La settimana scorsa «il Giornale» aveva intervistato Arrigo Molinari, in occasione dell’’udienza presso il tribunale civile su due ricorsi da lui presentati contro Banca d’’Italia e Banca centrale europea. Ecco la testimonianza che stava per essere pubblicata.

Dica la verità, avvocato Molinari: anche lei ce l’’ha con Fazio. Infierisce.

«Neanche per sogno. Io ce l’’ho con la Banca d’’Italia e con i suoi soci voraci banchieri privati».

Cos’’hanno fatto di così terribile?

«Hanno divorato l’’istituto centrale di Palazzo Koch, rendendolo non più arbitro e non più ente di diritto pubblico. Con un’’anomalia tutta italiana».

Ai danni dei risparmiatori.

«…che adesso devono sapere esattamente come stanno le cose».

Ci aiuti a capire.

«Sta tutto scritto nei miei due ricorsi, riuniti ex articolo 700 del codice di procedura civile, contro la Banca d’’Italia e la Banca centrale europea per la cosiddetta truffa del Signoraggio, consentita alle stesse fin dal 1992».

Ricordiamo chi era, allora, il ministro del Tesoro.

«Era un ministro sottile (Amato, ndr) che ha permesso agli istituti di credito privati di impadronirsi del loro arbitro Bankitalia, e quindi di battere moneta e di prestarla allo Stato stesso con tasso di sconto a favore delle banche private».

Il “Signoraggio“ è questo?

«Il reddito da “Signoraggio“ a soggetti privati si fonda su una norma statutaria privata di una società di capitali, e quindi su un atto inidoneo e inefficace per la generalità, per cui i magistrati aditi dei tribunali di Genova, Savona e Imperia non troveranno alcun ostacolo derivante da un atto di legge. L’inesistenza di una disciplina normativa consente di accogliere i tre ricorsi senza problema di gerarchia di fonti».

Le conseguenze del “Signoraggio“?

«Rovinose per i cittadini, che si sono sempre fidati delle banche e di chi le doveva controllare».

Tutta colpa delle banche?

«Sarò più chiaro, la materia è complessa. Dunque: le banche centrali e quindi la Banca d’’Italia, venuta meno la convertibilità in oro e la riserva aurea, non sono più proprietarie della moneta che emettono e su cui illecitamente e senza una normativa che glielo consente percepiscono interessi grazie al tasso di sconto, prestandolo al Tesoro».

Non si comportano bene…

«Per niente! Ora i cittadini risparmiatori sono costretti a far ricorso al tribunale per farsi restituire urgentemente il reddito da “Signoraggio“ alla collettività, a seguito dell’esproprio da parte delle banche private italiane che, con un colpo di mano, grazie a un sottile ministro che ha molte e gravi responsabilità, si sono impadronite della Banca d’Italia battendo poi moneta e togliendo la sovranità monetaria allo Stato che, inerte, dal 1992 a oggi ha consentito questa assurdità».

Un bel problema, non c’è che dire.

«Infatti. Ma voglio essere ancora più chiaro. L’emissione della moneta, attraverso il prestito, poteva ritenersi legittima quando la moneta era concepita come titolo di credito rappresentativo della Riserva e per ciò stesso convertibile in oro, a richiesta del portatore della banconota».

Poi, invece…

«Poi, cioè una volta abolita la convertibilità e la stessa Riserva anche nelle transazioni delle Banche centrali avvenuta con la fine degli accordi di Bretton Woods del 15 agosto 1971, la Banca di emissione cessa di essere proprietaria della moneta in quanto titolare della Riserva aurea».

Lei sostiene che Bankitalia si prende diritti che non può avere.

«Appunto. Prima Bankitalia, nella sua qualità di società commerciale, fino all’’introduzione dell’’euro in via esclusiva e successivamente a tale evento, quale promanazione nazionale della Banca centrale europea, si arroga arbitrariamente e illegalmente il diritto di percepire il reddito monetario derivante dalla differenza tra il valore nominale della moneta in circolazione, detratti i costi di produzione, in luogo dello Stato e dei cittadini italiani».

Un assurdo tutto italiano, secondo lei.

«Certamente. Sembra un assurdo, ma purtroppo è una realtà. L’euro, però, è dei cittadini italiani ed europei, e non, come sta avvenendo in Italia, della banca centrale e dei suoi soci banchieri privati».

Quasi tutto chiaro. Ma che si fa adesso?

«Farà tutto il tribunale. Dovrà chiarire se esiste una norma nazionale e/o comunitaria che consente alla Banca centrale europea, di cui le singole banche nazionali dei Paesi membri sono divenute articolazioni, di emettere denaro prestandolo e/o addebitandolo alla collettività. L’emissione va distinta dal prestito di denaro: la prima ha finalità di conio, il secondo presuppone la qualità di proprietario del bene, oggetto del prestito».

Lei, professore, ha fiducia?

«Certo. La magistratura dovrà dire basta!».

Praticamente assistiamo a un sunto estremo delle dinamiche monetarie illustrate dal prof. Giacinto Auriti. La buona notorietà pubblica, quanto meno a livello locale, del personaggio, che aveva svolto importanti indagini tra cui ad es. quella sul suicidio del noto cantautore Luigi Tenco al Festival di Sanremo del 1967, avrebbe sicuramente portato alla ribalta la tematica del signoraggio e della proprietà privata della moneta con tutte le sue clamorose quanto drammatiche conseguenze. Fortunata “coincidenza” per Bankitalia fu quindi la fine tragica dell’ex Questore, per mano di tale Luigi Verri, pregiudicato da lui già denunciato. Riportano le cronache del suddetto quotidiano:

«Il sistema delle banche tradisce i risparmiatori»

Redazione – Mer, 28/09/2005 – Ne aveva fatto una battaglia di principio e di sostanza: per Arrigo Molinari, nella veste di avvocato patrocinatore delle cause dei cittadini deboli contro i poteri forti, quella contro la Banca d’Italia e il suo governatore Antonio Fazio era diventata una sorta di sfida da vincere a tutti costi.

E l’ occasione giusta – come gli piaceva dire – era capitata di recente: per la causa intentata «nell’’interesse degli eredi di Pallavicino Maria Teresa e Pallavicino Carlo che hanno numerosi contenziosi civili incardinati nei tribunali di Genova, Savona e Imperia, relativi a rapporti di conto corrente e di mutuo fondiario con numerosi istituti bancari».

Ci si era dedicato con lo stesso entusiasmo che aveva messo in tanti anni di carriera in polizia. Tanto più che, diceva spesso, «i risparmiatori sono stati traditi, e bisogna che si prendano la loro rivincita». Le sue argomentazioni parevano ineccepibili, magari un pò’ ardue da decifrare, ma, di questi tempi, sparare sulle istituzioni creditizie private e pubbliche, nazionali ed europee, poteva incontrare solo consensi. Nel mirino, però, più di tutti, la Banca d’’Italia, «un elefante con 8mila addetti che godono di stipendi da 75mila euro all’’anno e il cui capo è di fatto completamente inamovibile. Il vero scandalo è una schiera di dipendenti annidati in un vero e proprio carrozzone».

Molinari aveva affondato il coltello nella piaga, facendo ricorso contro l’’istituto centrale e le sue sedi decentrate di Genova, Savona e Imperia, ma accomunando nell’’istanza anche la Banca centrale europea. Sosteneva infatti che Palazzo Koch «aveva privato i ricorrenti della tutela amministrativa prevista dalla normativa vigente in materia di vigilanza sugli istituti di credito, stante il conflitto di interesse che si è venuto a creare tra la Banca d’’Italia stessa e gli istituti di credito soci della Banca d’Italia».

In particolare, sottolineava Molinari, «il dibattito che è scaturito sulla cosiddetta vicenda Fazio non è tanto sulla regolamentazione dei poteri e sulla durata in carica del governatore, quanto una meritoria presa di posizione dello Stato italiano di riappropriarsi di risorse, il cosiddetto reddito di Signoraggio, nella quale era stato, seppure in parte, espropriato in favore di soggetti privati. Invero e singolare se non addirittura assolutamente inaccettabile che l’istituto di emissione in uno Stato sovrano sia in primis una società per azioni commerciale, nonché partecipata per la maggioranza assoluta da soggetti privati che nulla hanno a che vedere con le ragioni pubbliche che dovrebbero presidiare ogni determinazione relativa alla Banca centrale».

Ed è questo soprattutto che a Molinari, ormai compreso perfettamente nella parte di paladino dei diritti dei risparmiatori, non andava proprio giù. «Le banche – insisteva l’ex vicequestore di Genova – sono diventate padrone dell’arbitro». Seguivano, nel ricorso, espressioni particolarmente pesanti nei confronti del sistema, definito senza mezzi termini «mafioso». E una vera e propria «cosca mafiosa», con tanto di «sicari» e base a Montecarlo, aveva in qualche modo minacciato «i danti causa dei ricorrenti». Per questo si chiedevano «provvedimenti urgenti in merito alla proprietà della moneta per conseguire il risarcimento del danno da parte della collettività derivante dall’illecita attribuzione del reddito da “Signoraggio“ in favore di soggetti che ab origine e per loro natura non hanno titolo a percepire alcun provento dalla circolazione monetaria».

Nel portare avanti la sua battaglia anti-Fazio, Molinari si era rivolto anche al Giornale, telefonava in redazione quasi quotidianamente, dichiarando di condividere in pieno le argomentazioni sull’argomento pubblicate nelle nostre pagine. «Bravi. Dobbiamo fare azione comune – insisteva – per far cessare l’’ingiustizia». E la fiducia nella causa non gli era mai venuta meno: «La Banca d’’Italia, nata per essere pubblica, è in mano alle stesse banche che la Banca d’’Italia stessa dovrebbe controllare. Il conflitto di interesse è grave. Una mia cliente – spiegava in dettaglio -, vessata e usurata da un gruppo bancario di primaria importanza, radicato in Liguria, con la quale è stata in rapporto con 18 rapporti di conto corrente e con 9 mutui ipotecari, non era affatto tutelata in quanto il gruppo bancario controlla la Banca d’’Italia, essendo socia della stessa al 3,96 per cento». La conclusione era drastica: «Il sistema va riformato. A cominciare dai poteri del governatore».

UCCISO IL QUESTORE DELLA «GLADIO BIANCA»

Redazione – Mer, 28/09/2005

Ucciso con due coltellate nella camera di un residence ad Andora. Arrigo Molinari, ex vice questore vicario di Genova, è stato trovato morto ieri dal figlio che ha subito dato l’’allarme.

Dell’ex dirigente di polizia, noto alle cronache fin da giovane commissario, quando a San Remo indagò sul suicidio di Luigi Tenco al Festival, Molinari ha continuato la sua battaglia per la legalità come avvocato, senza preoccuparsi di «sfidare» avversari illustri come il Governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Scalpore fecero le sue rivelazioni sull’’appartenenza alla «Gladio Bianco», l’’organizzazione segreta di centro e sulla loggia massonica P2. Al Giornale aveva concesso quattro giorni fa un’’intervista che pubblichiamo integralmente.

L’omicidio dell’ex questore nasce da lontano

Federico De Rossi – Gio, 29/09/2005

da Andora (Savona)

Alla fine ha ceduto. Ha confessato anche davanti agli inquirenti l’omicidio di Arrigo Molinari. E’ lui, Luigi Verri, 43 anni, aiuto cuoco di Toirano, l’assassino dell’ex questore di Genova e Sanremo.

«Mi ha scoperto – ha ammesso – subito dopo che sono entrato nel suo appartamento. Mi ha riconosciuto subito, abbiamo lottato. Poi ho afferrato il coltello…».

Ludovico Fulci

NDR.   SEGUE ARTICOLO  NELL’EDIZIONE DI DOMANI

11/10/2013 commenti (0)

SIGNORAGGIO: LA TRUFFA DEL SECOLO PARTE QUARTA

SIGNORAGGIO: LA TRUFFA DEL SECOLO PARTE QUARTA - Agorà News on Line

02 ottobre 2013

ANALISI CONTABILE DEL SIGNORAGGIO BANCARIO

Dal sito della B.d.I. è facilmente ricavabile la collocazione in bilancio sia dei titoli del debito pubblico che della moneta (cartacea) circolante; prendendo a riferimento, a titolo esemplificativo, il biennio 2003 -2004 rileviamo:

Anno 2003 Passivo (banconote in circolazione)

E. 34.899.471.205

Anno 2004 Passivo (banconote in circolazione)

E.40.100.852.165

Identici valori vengono rilevati all’attivo dello stato patrimoniale sotto la voce “credito derivante dall’allocazione delle banconote in euro all’interno dell’eurosistema”, con evidente riferimento alla detenzione dei titoli del debito pubblico emessi dal Tesoro. L’appostamento delle banconote al passivo si presta a diverse osservazioni: abbiamo visto come la copertura in oro o in altro valore non è più da tempo obbligatoria e possiamo affermare con certezza che tale copertura in oro, ai tempi odierni, non esiste più, praticamente, in nessun Paese al mondo. Difficile capire allora come il corrispondente importo, al valore nominale, possa essere considerato un debito, con riferimento alla moneta da chiunque detenuta (a rigor di logica persino quella presente nelle casse dello stesso istituto di emissione) purché a suo tempo immessa dall’Istituto. In realtà non appare corretto, ma solo per la B.d.I., il concetto contabile che considera il denaro inseribile in contabilità al valore nominale; più logico e rispondente ai migliori criteri di trasparenza contabile sarebbe stato appostare tra i costi del conto economico gli oneri occorrenti per la materiale fabbricazione di ciascun biglietto emesso (che abbiamo visto essere pari a 30 cent.di euro). Quanto sopra anche in virtù della constatazione, fatta dalla stessa B.d.I. tramite i propri legali, circa la natura del denaro al momento dell’ emissione, definito come semplice “merce”. Volendo operare un esempio attinente, un fabbricante di fiches per il casinò non potrebbe certo iscrivere tra i costi il valore nominale delle fiches prodotte bensì solo il loro concreto costo di produzione (anche in questo caso, si presume, pari a pochi cents per ciascuna fiche prodotta). L’appostamento al passivo del valore nominale delle banconote permette così, evidentemente, un occultamento del notevole guadagno (da reddito monetario) che emergerebbe in tutta evidenza dalla presenza nell’attivo della corrispondente somma iscritta come credito (titoli del debito pubblico), una volta cancellato il corrispondente valore tra le passività. Non si capisce ancora come sia possibile, una volta accertato che la proprietà della moneta all’emissione è della B.d.I., come questa possa costituire per essa un “debito”, seppur ”inesigibile”. L’attuale collocazione al “passivo” dello stato patrimoniale del valore nominale delle banconote circolanti, come se costituissero un “debito” dell’istituto di emissione, non appare in definitiva rispondente ai principi di chiarezza, trasparenza e veridicità dei bilanci anche per l’oggettiva difficoltà, per non dire l’assoluta impossibilità, di conoscere con autentica precisione il reale quantitativo di banconote in circolazione nel nostro Paese; di fatto tale operazione realizza però l’annullamento contabile della corrispondente voce dell’attivo, ossia i crediti derivanti dalla detenzione di titoli del debito pubblico, che lo Stato sarà, in ogni caso, chiamato ad onorare alla scadenza, nei confronti del portatore, sia questo

Banca centrale, istituto di credito o piccolo risparmiatore. Per lo stesso biennio 2003 – 2004 rileviamo infatti:

Anno 2003 Attivo (crediti derivanti dall’allocazione delle banconote in Euro all’interno dell’Eurosistema)

E. 34.899.471.205

Anno 2004 Attivo (crediti derivanti dall’allocazione delle banconote in Euro all’interno dell’Eurosistema)

E. 40.100.852.165

Attraverso quindi l’annullamento contabile delle due voci, di pari importo, poste all’attivo ed al passivo del bilancio, l’unica forma di utile che scaturisce è ovviamente quello relativo agli interessi percepiti sui titoli del debito pubblico posseduti dall’Istituto di emissione.

Attualmente l’unica risposta che si può dare a tale clamorosa anomalia è che tutto ciò deriva dall’applicazione di regole contabili che lo stesso sistema bancario si è dato, a livello internazionale, limitandosi poi a chiedere e puntualmente ottenere, la loro relativa ratifica dagli Stati competenti, i cui rappresentanti, da bravi ed ossequiosi “camerieri”, altro non fanno che firmare a occhi chiusi quanto loro sottoposto dai rappresentanti del Vero potere, quello finanziario.

La London School of economy fin dal 2007 ha contestato con veemenza questa prassi contabile definendo il debito da emissione monetaria delle banche centrali “un debito solo nel nome” più precisamente :

“Its monetary liabilities are liabilities only in name, as they are irredeemable: the holder of base money cannot insist at any time on the redemption of a given amount of base money into anything else other than the same amount of itself. […] the monetary ‘liabilities’ of the Central Bank are not in any meaningful sense liabilities of the Central Bank. The owner (holder) of currency notes worth X units of currency have a claim on the Central Bank for currency notes worth X units of currency – nothing more”. (Buiter Willem H., 2007, pp. 20-23) Lo stesso Governatore della Banca d’Italia pro tempore, Azeglio Ciampi, a precisa domanda in merito, ebbe a definire le banconote come “debiti” non

esigibili: cioè, per l’appunto dei “non – debiti” dato che ovviamente un debito che non deve essere restituito perde la sua stessa essenza di debito…

Qualche domanda ulteriore potrebbe essere posta: se le banconote fossero debito iscritto a valore nominale, dovrebbe essere pagato un interesse su questo debito… che però non risulta. Risulta invece nel bilancio dello Stato: il debito pubblico produce, nel 2013, una quota interessi pari a circa 85 miliardi di euro all’anno. E ancora: ci sarà pure un costo da produzione delle banconote, tra le pieghe del conto economico di Bankitalia: ma anche qui non si trova nulla. Insomma in questa storia “contabile”, da qualsiasi lato la si analizzi, i conti non tornano letteralmente mai.

 

 

La creazione di moneta da parte delle banche ordinarie: il signoraggio secondario

Potrà forse sembrare strano, a questo punto, leggere che ciò di cui abbiamo adesso ragionato è in realtà una minima parte del problema. Abbiamo già accennato alla circostanza che sulla base della tradizione secolare della riserva frazionaria, resa prassi bancaria ufficiale dalla legge di Peel del 19 luglio 1844 (poi ricopiata, riga più riga meno, dagli altri Stati europei), le banche continuano ad emettere moneta per un multiplo dei depositi detenuti: moneta ovviamente emessa come scrittura contabile tradotta in assegni o c/c dei clienti. Possiamo oggi affermare che esistono tre livelli di conoscenza del fenomeno oggi:

– Il primo è quello comune, il più errato in assoluto ma quello sicuramente più profondamente radicato nella coscienza popolare. Le banche presterebbero i soldi dei correntisti e guadagnerebbero dalla forbice, a loro vantaggio, tra gli interessi pagati sui depositi e quelli

percepiti sui prestiti. Poco si ragiona sulla circostanza che i depositi dei correntisti non registrano mai variazioni negative per prestiti concessi ad altri soggetti… Volendo fare una specie di sondaggio su un campione popolare medio, questa tesi potrebbe essere sostenuta da almeno un 95% degli intervistati.

– Il secondo è quello degli “informati”, coloro che avendo approfondito per vari motivi, anche di studio, la tecnica bancaria, hanno assorbito i

fondamenti tradizionali della materia che in pratica sostiene che quando la banca detiene ad es. 1000 euro in depositi, può prestarne la gran parte tenendone una percentuale minima in riserva. Ad es. con un coefficiente di riserva fissato al 10% la banca potrebbe prestare 900 euro e tenerne 100 come riserva presso la banca centrale. Il cliente potrebbe effettuare un acquisto e il ricevente la somma potrebbe depositare la stessa in banca (per semplicità ammettiamo sia la stessa) che adesso avrebbe depositi per 1900 euro. Così operando la banca avrebbe creato dal nulla una somma pari a 900 partendo da un deposito iniziale di 1000. Ma è chiaro che la dinamica delle transazioni è molto più rapida ed estesa non contemplando certo un singolo prestito ma prestiti multipli della stessa somma che aumenterà in una proporzione direttamente inversa all’aliquota stabilita della riserva. Più questa verrà tenuta bassa, in sintesi, più il livello della somma creata, attraverso vari passaggi, risulterà maggiore. Tecnicamente viene detto che il moltiplicatore monetario è inversamente correlato al coefficiente di riserva obbligatoria. Questa prassi è quella scolastica per eccellenza, ma risultando alquanto rivelatrice di un comportamento non del tutto cristallino da parte delle banche, viene spesso poco trattata e sovente in modo opaco, comunque mal spiegata o spiegata usando terminologia poco comprensibile. Questa procedura potremmo calcolare che sia effettivamente conosciuta da un campione del 4,9% degli intervistati.

– Solo lo 0,1 % del campione, quindi, avrebbe un’idea corretta su come stanno davvero le cose. Ma credo di essere ottimista… comunque il principio di fondo della regola del moltiplicatore monetario resta valida, il problema rimane confinato nelle modalità operative della banca. A fronte del deposito di 1000 euro la banca mette tutti i 1000 euro a ”riserva” e li usa come base per la diretta creazione di un multiplo di 1000! Con una riserva frazionaria del 10% la banca potrebbe immediatamente creare dal nulla 10.000 euro (il cui 10% è per l’appunto, 1000). La banca crea la somma con una semplice scrittura contabile in partita doppia: Prestito 1000 a Depositi 1000. Alla fine gli unici utili ufficialmente risultanti saranno ovviamente gli interessi, dato che la quota capitale del prestito, man mano che viene rimborsata viene contabilmente diminuita (fino ad essere azzerata) come credito della banca (oltre che come debito del cliente); ma anche qui c’è da chiedersi se poi avviene materialmente proprio questo. Viene realmente tutta distrutta la moneta restituita come rimborso del capitale? Seppur venga contabilmente cancellata come debito, i dubbi sono

a questo punto del tutto legittimi. Le regole della partita doppia, non per nulla, sono state ideate dagli stessi banchieri… Peraltro, come noto, controlli fisici alla contabilità bancaria sono interdetti a chiunque e riservati al Nucleo Ispettivo di Bankitalia, il cui conflitto di interesse però con le banche sue azioniste è del tutto evidente ma allo stesso modo tenuto nascosto all’opinione pubblica.

Numerosi economisti hanno rivelato, poco ascoltati ovviamente dalla dottrina ufficiale, questa truffaldina verità, cioè che le banche creano denaro dal nulla: Wicksell (1898), Schumpter (1912), Hahn (1920), Goodhart (1989) Werner (2005). Per citare il più recente, Werner :

“se la banca A riceve un nuovo deposito di 100 lo registra come liability (debito) sotto “dare”; indi anziché usarlo come riserva per emettere 99 di credito, userà i 100 come riserva presso la banca centrale contabilizzandolo come asset. In tal modo i 100 divengono la riserva in base a cui la banca può emettere, direttamente e immediatamente 9900. Nel momento in cui concede il “prestito”, la banca simultaneamente accresce i propri assets di 9900 (infatti l’ammontare del prestito è un asset per la banca) e i propri depositi pure di 9900” (New Paradigm in macroeconomycs. R.Werner, pag.176). Lo stesso Werner ha evidenziato come il potere di creare liquidità dovrebbe essere consentito alla banca solo in relazione a impieghi che contribuiscano alla crescita del PIL, escludendo gli investimenti in mera attività speculativo – finanziaria.

E’ importante comprendere l’essenza profonda di questo ragionamento: la banca in realtà a fronte dei debiti veri contratti dalla gente (per creare un’attività, per avere una casa, per potersi spostare ecc) crea per se un capitale come credito del quale resta creditrice, un capitale al quale va sommato un interesse. Niente di molto diverso da quel che fanno le banche centrali. Un opera di destabilizzazione del sistema sociale nel suo complesso, per il chiaro motivo che se esiste nel sistema almeno la moneta creata e ”prestata”, non esiste alcuna moneta per pagare gli interessi. Questi potranno essere quindi pagati solo se qualcun altro si indebita. Ma anche qui il pallino del gioco resta in mano alla banca perchè la sua decisione di concedere e in che misura concederlo, il credito necessario all’economia reale per svilupparsi, resta vincolato al suo insindacabile giudizio ed operato. Se manca il credito il fallimento è quindi, nel suo complesso, matematico poiché la destabilizzazione che ne deriva è tale con

qualsiasi forma di creazione monetaria, perché quest’ultima ha come

presupposto sempre e comunque il debito più l’ interesse. La scuola austriaca ha fatto una bandiera ideologica della pericolosità, per il sistema economico finanziario nel suo complesso, di questa espansione incontrollata, a debito, del credito bancario, in quanto terreno fertile per il verificarsi di dannosissimi cicli di boom and bust (le stesse fasi di espansione e contrazione già preconizzate nelle opere dell’economista Minsky) dell’economia, auspicando il ritorno ad un sistema con riserva frazionaria al 100% (in pratica: prestare solo ciò che effettivamente si possiede): è chiaro infatti che non esiste nessuna correlazione tra PIL o produttività in genere e creazione monetaria; quest’ultima ha come suo unico presupposto la solvibilità del creditore. Adesso che il sistema avrebbe bisogno di moneta per tornare a rilanciare occupazione, produzione ed economia, il sistema bancario la lesina perché intravede nella società o meglio in qualsiasi attività imprenditoriale, quei rischi di solvibilità dei quali però essa stessa è la principale responsabile…l’offerta di moneta è quindi fuori controllo in quanto gli obiettivi di crescita della massa monetaria dichiarati dalla BCE e fissati al 4,5% da una decisione del consiglio direttivo del 01.12.1998 sono stati regolarmente disattesi nel tempo. Ciò è stato ammesso già nel 2004, con un certo imbarazzo dallo stesso Trichet e dal suo vice Papademos (poi diventato Capo del Governo greco nel 2011). La fragilità intrinseca di un sistema basato su un debito originato da una moneta creata dal nulla e fuori controllo nella sua quantità (e anche qualità, vista la enorme quantità di “junk bond” prodotti e immessi nel mercato), espone il sistema a enormi crisi periodiche, come infatti vediamo oggi accadere con sempre maggiore frequenza. Le promesse di pagamento bancarie sono quindi in grandissima misura scoperte e i dirigenti delle banche lo sanno benissimo, ma ovviamente si danno reciproco supporto in questa incredibile truffa contro il resto dell’umanità. La banca crea alla fine potere d’acquisto per se con il quale acquisisce una fetta sempre maggiore della ricchezza reale: lo fa grazie all’inconsapevolezza generale, alla generale convinzione della fondatezza di debiti che invece sono privi di qualsiasi sinallagma, che il codice civile richiede invece negli scambi tra privati, cioè io ti do qualcosa che vale tot in cambio di qualcos’altro che vale tot. Invece è chiaro che questo sistema aumenta semplicemente il potere di acquisto del sistema bancario su un mondo reale in cui i beni, di norma, sono invariati (ad es. l’acquisto di una casa); e se sono invariati vuol dire che una fetta sempre più grande va a

colui a favore del quale funziona il gioco della creazione monetaria. Del creditore quindi. Ma la truffa si è estesa di recente, grazie alla liberalizzazione dei mercati finanziari e grazie alla frammistione tra banche d’affari e banche commerciali ed alla creazione di prodotti finanziari speculativi ad altissimo rischio. La prima è stata resa possibile dall’abolizione del Glass Steagall Act nel 1999, che di fatto le aveva separate fin dal 1933 e che ha determinato la nascita di complessi finanziari “troppo grandi per (essere fatti) fallire”. Con ciò evidentemente incrementando qualsiasi forma di azzardo morale alle spalle dei propri clienti. Tanto, in ogni caso, si sarebbero potuti privatizzare i guadagni e socializzare le perdite. E così è stato, con in più la beffa oltre al danno… Gli Stati messi nell’angolo quando si trattava di regolamentare il sistema finanziario indirizzandolo a fini sociali, sono stati chiamati in causa quando si è trattato di salvare (“bailout”) banche giunte ad un passo dal baratro per speculazioni concepite, progettate e realizzate all’interno del sistema bancario stesso e poi trasmesse all’economia reale con esiti drammatici. Il loro fallimento avrebbe infatti provocato l’azzeramento anche dei depositi della gente comune, per cui ne diventava tassativo il loro salvataggio, allo scopo di evitare una catastrofica crisi sociale (comunque non evitata, visto il fallimento di Lehman Brothers del settembre 2008 e la crisi occupazionale generale), mentre i dirigenti responsabili del disastro, lungi dal venire processati come avrebbero meritato, venivano liquidati con buonuscite milionarie (risale ad appena il 3 marzo 2013 la notizia di un referendum svizzero sulla limitazione dei super bonus ai manager, che ha riscosso un 70% dei consensi e dovrebbe quindi a breve essere tradotto in legge). Ma non contenti dei disastri provocati, costoro hanno avuto anche il coraggio di catechizzare i governi circa la precarietà dei bilanci statali, messi in difficoltà principalmente proprio dai salvataggi di questo sistema bancario “kamikaze”…. Ancora nel 2011 il nuovo direttore del Fondo Monetario Cristine Lagarde sosteneva che “le banche devono aumentare il loro capitale anche utilizzando fondi pubblici, compresi quelli del Fondo Salva Stati” (Repubblica, “la crisi costa 300 miliardi”, 22/09/2011). Molto più seriamente e significativamente Krugman stigmatizzava questi punti di vista dichiarando “il tentativo di scaricare sul governo la colpa della crisi finanziaria fallisce miseramente di fronte anche ad un esame superficiale di fatti e i tentativi di eludere questi fatti puzzano di inganno deliberato” (P.Krugman “Fuori da questa crisi, adesso!” Garzanti edizioni, p. 81) Il fenomeno della liberalizzazione

della circolazione dei capitali ha poi esposto a serio rischio le economie dei

Paesi più fragili. Ma di questo parleremo in un capitolo a parte.

Sintetizzò in modo eccelso le modalità fraudolente dell’attività bancaria il premio Nobel per l’economia (1988) Maurice Allais: “l’attuale creazione dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte dei falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto” (La crisi mondiale ai giorni nostri).

Valide soluzioni sono oggi viste quindi proprio a partire dalla separazione tra banche d’affari e banche commerciali (in pratica il ripristino a livello mondiale della legge Glass Steagall) rendendo più “piccolo” e quindi più controllabile il sistema finanziario stesso al quale dovrebbe inoltre essere tolto lo strumento speculativo regolandolo e confinandolo ai capitali di rischio delle banche d’affari, con riserva frazionaria al 100% e senza coinvolgimento dei risparmi di una vita degli ignari risparmiatori.

(segue)

Posted by Ludovico Fulci

SIGNORAGGIO: LA TRUFFA DEL SECOLO PARTE TERZA

SIGNORAGGIO: LA  TRUFFA DEL SECOLO PARTE TERZA - Agorà News on Line

02 ottobre 2013

 

LE PROCEDURE DI IMMISSIONE DELLA MONETA NEL SISTEMA ECONOMICO – FINANZIARIO.

Abbiamo già visto come la funzione di emettere moneta sia affidata alla B.d.I. sulla base di un rapporto avente natura concessoria, dalla legge 28 aprile 1910 nr. 204 ed ha successivamente assunto il carattere di un’attribuzione istituzionale della Banca centrale a seguito del R.D.L. 12 marzo 1936 nr. 371 e dell’art. 1 dello Statuto della stessa B.d.I. approvato con R.D. 11 giugno 1936 nr. 1067 e successive modificazioni, a norma del quale la B.d.I. è, o meglio dire, sarebbe, un “istituto di diritto pubblico”, difficile da concepire con riferimento a un istituto quasi totalmente di proprietà privata. In relazione a tale formale qualifica, come unico istituto di emissione, emette biglietti nei limiti e con le norme stabilite dalla legge. In ordine alle modalità di esercizio di tale funzione, l’art. 4 del T.U. nr. 204/1910 e il d.p.r. 9 ottobre 1981 nr. 811, prevedono che alla fabbricazione del biglietto concorrano la BdI e lo Stato, tramite il Ministero del Tesoro, in modo che né l’una né l’altra possano formare un biglietto completo. Mentre per la fabbricazione, quindi, B.d.I. e Ministero del Tesoro hanno competenze congiunte e coordinate, le decisioni riguardanti la quantità dei biglietti da immettere sul mercato ed i tempi dell’immissione competono alla sola Banca in quanto strumentali all’esercizio delle funzioni di controllo della liquidità del sistema e di salvaguardia del valore del metro monetario affidatele dall’ordinamento italiano e dall’art. 105 del Trattato di Maastricht. L’esatto quantitativo di moneta che la BdI può immettere nel sistema è comunque, come noto, oggi stabilito dalla BCE, in base a parametri tecnici, atteso che solo a tale istituzione è formalmente devoluta la politica monetaria dell’intera eurozona.

Particolarmente interessante, nel senso di… “privo di logica”, è la posizione della B.d.I. in merito all’annoso problema della proprietà della moneta al momento dell’emissione. E’ stato sostenuto dai legali rappresentanti della stessa che: “i biglietti appena prodotti dall’officina fabbricazione biglietti

della Banca d’Italia costituiscono una semplice merce di proprietà della Banca centrale, che ne cura direttamente la stampa e ne assume le relative spese (art. 4.5 T.U. 204/1910). Essi acquistano la loro funzione e il loro valore di moneta, solo nel momento, logicamente e cronologicamente successivo, in cui la Banca d’Italia li immette nel mercato trasferendone la relativa proprietà ai percettori. Tale immissione, che rappresenta uno dei principali strumenti a disposizione della Banca centrale per l’esercizio delle cennate funzioni di regolazione della liquidità del sistema e di tutela del valore del metro monetario, avviene tramite operazioni che l’Istituto di emissione, in piena autonomia, conclude con il Tesoro, con il sistema bancario, con l’estero e con i mercati monetario e finanziario, operazioni tutte previste e compiutamente disciplinate dalla legge e dallo Statuto della Banca d’Italia (art. 25 e 42 del T.U. 204/1910 e artt. 41 e 53 dello Statuto)”. Premesso che il rapporto diretto Bankitalia – Tesoro è ormai venuto meno a far data dal 1981 con il famoso “divorzio”, molte considerazioni possono essere formulate in merito a questo breve assunto dei legali della B.d.I. (si deve ritenere quindi, a tutti gli effetti, “posizione ufficiale” del medesimo Istituto). Va premesso, innanzitutto, come non esistano, letteralmente, diretti riferimenti costituzionali in materia di moneta: le uniche norme astrattamente applicabili potrebbero ritenersi:

– l’art. 1, laddove si precisa che “la sovranità appartiene al popolo, che la

esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione”; il concetto di “sovranità” non può essere interpretato in modo restrittivo, atteso che le sue uniche limitazioni sono quelle derivanti dall’espresso tenore del successivo,

– art. 11: “l’Italia… consente in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”; preso atto che non esiste alcun dubbio in merito all’avvenuta devoluzione della sovranità monetaria, in base al Trattato di Maastricht, a favore di un istituto sovranazionale quale la BCE, resta da capire se tale devoluzione rivesta o meno profili di incostituzionalità considerato che, viceversa, seri dubbi possono manifestarsi in merito agli scopi e alle funzioni della BCE, difficilmente accostabili ai principi inerenti il “mantenimento della pace e della giustizia tra le Nazioni”, atteso che non si può certo ricomprendere in tale concetto, la produzione della moneta e la sua immissione nel sistema. Viene

meno altresì anche l’ulteriore requisito della “parità di condizioni”, in relazione al dato di fatto che la stessa partecipazione in BCE non avviene su basi paritarie ma in virtù di percentuali differenziate e addirittura anche a favore di Stati che non hanno adottato l’euro (quali Regno Unito, Danimarca e Svezia) i quali non si capisce a quale titolo, quindi, possano o debbano avere interesse a concorrere alla politica monetaria della UE. Ciò acclarato, va ancora rilevato come non esistano di fatto, né prima né dopo il Trattato di Maastricht, norme che disciplinino in concreto le modalità di effettiva immissione della moneta nel sistema economico, a prescindere dalla sua materiale fabbricazione o dalle procedure di antifalsificazione. Allo stesso modo, non si ravvede l’esistenza di norme esplicite che regolamentino il problema della proprietà della moneta al momento dell’emissione; lo stesso R.D. 11 giugno 1936 n.1607 (riguardante lo Statuto della BI), all’art.1, si limita a prevedere che la Banca Centrale, “quale unico istituto di emissione, emette biglietti nei limiti e nelle forme stabilite dalla legge” e che (art.20) il suo Consiglio Superiore “delibera la creazione e l’emissione dei biglietti”. Come ricordava spesso il prof. Auriti nei suoi interventi televisivi, nulla viene sancito su chi ne sia l’effettivo proprietario al momento dell’emissione. Ne deriva, in tale fase, non è possibile sapere se il popolo deve essere proprietario o debitore della mezzo monetario. Ciò valeva per la lira esattamente nella stessa misura e modalità di come adesso vale per l’euro.

La fase di “creazione” della moneta rappresenta un momento che, logicamente, secondo anche quanto sostenuto dagli stessi legali della B.d.I., come sopraccennato, andrebbe scisso in due “sottofasi” (entrambe, però, va ribadito, prive di qualsivoglia regolamentazione giuridico -formale):

a) la stampa – emissione, fase in cui la moneta (cartacea) è semplice “merce”, cioè prodotto finito al termine di un processo di lavorazione peraltro altamente tecnologico ma che, in virtù dell’elevata automazione e standardizzazione della fase di produzione dei biglietti, consente di pervenire ad un costo unitario, per ciascuna banconota stampata, alquanto contenuto, pari a circa 0,30 cent (in media) a banconota (dato

fornito dal sito ufficiale della Banca Nazionale Svizzera);

b) l’immissione, come definita dalla stessa Banca Centrale “cronologicamente e logicamente successiva” alla stessa stampa, ossia il momento in cui la “merce” di cui sopra, viene trasferita al sistema socio – economico. Cosa accade in questo momento è noto; l’immissione avviene a fronte dell’introito, da parte della B.d.I., di titoli del debito pubblico, nelle varie forme di BTP, CCT, CTZ, BOT ecc. Tale passaggio, va ribadito, non avviene più direttamente ma tramite società di intermediazione appositamente autorizzate alla partecipazione alla vendita di tali titoli da parte del Tesoro (cd S.I.M., Società di Intermediazione Mobiliare: società specializzate nella collocazione dei titoli del debito pubblico); una parte di tali titoli viene peraltro acquisita, sul mercato secondario, anche dalle banche ordinarie per il loro collocamento presso i piccoli risparmiatori. L’immissione della moneta avviene quindi oggi solo sul mercato secondario, non essendo più permesso su quello primario, atteso il divieto di origine comunitaria e risalente al 1981, dei finanziamenti diretti allo Stato, oggi ribadito dall’art. 21 del Trattato di Maastricht. Tale fase si concretizza quindi attraverso lo scambio tra il Tesoro e quelle banche commerciali (ed altri enti) autorizzate alla partecipazione alle aste dei suddetti titoli; questi istituti, in cambio dei titoli così acquisiti, ricevono dalla Banca centrale nuova moneta, che si innesta sulla preesistente, andando ad incrementare l’offerta e la base monetaria. Nella sostanza, pertanto, la situazione è ancora più grave rispetto a quando il Tesoro acquistava direttamente la moneta di cui necessitava dalla propria Banca Centrale. La gravità dell’attuale situazione economico finanziaria lascia auspicare almeno un futuro ritorno alla somministrazione diretta di fondi dalla Banca Centrale agli Stati. La “stranezza” rimane quindi ancora oggi legata alla circostanza che la B.d.I., di fatto, cede “merce” il cui costo è pari, in media, a 30 cent. di euro a banconota, contro un valore, che percepirà attraverso il titolo che incasserà in futuro, pari al valore nominale della stessa banconota (più interesse); ad esempio per una banconota di valore nominale pari a 100 E. la B.d.I. incasserà in futuro 100 E. più interesse. Potrebbe incassare anche solo l’interesse, concedendo il rinnovo del debito principale, del quale comunque resterebbe pur sempre creditrice. Come appena visto, accade anche che una percentuale (oggi molto bassa) dei titoli in questione viene collocata dalle banche ordinarie direttamente presso i risparmiatori, ma lungi ciò da fornire una risposta al problema, aggiunge, caso mai, ulteriori ombre sulla gestione della politica monetaria da parte del S.E.B.C. (abbiamo già notato come la B.C.E. sia compartecipata anche dalle Banche Centrali di Regno Unito, Svezia, Polonia, Danimarca ecc., cioè anche da tutti i Paesi che non hanno adottato l’euro) il quale sembra così averla delegata più alle banche ordinarie/istituti di cui sopra,

che a se stesso, essendo solo quest’ultime gli unici soggetti istituzionali presso i quali tali titoli possono essere acquistati da parte dei piccoli risparmiatori. In sostanza, quindi l’ampliamento dell’offerta monetaria dipende, seppur in parte, anche da una variabile non completamente gestibile né dall’Istituto di emissione né dal Tesoro, che consisterebbe nell’andamento della domanda di titoli da parte dei mercati finanziari in primo luogo e quindi anche dei privati risparmiatori. Ma anche qui visto che al peggio non c’è limite dedicherò un capitolo ad hoc su quella che è l’attività principale delle banche fin dall’epoca della loro fondazione: la creazione (e non intermediazione) del credito, il che equivale a dire l’ampliamento inflazionistico della base monetaria.

Piccolo passo indietro adesso: l’affermazione di cui al precedente paragrafo porta in sé un altra domanda fondamentale: a differenza di quanto sostiene la BdI, tramite i propri legali, è sicuro che l’attribuzione del valore del denaro debba essere riconosciuto, all’atto dell’emissione, in capo alla stessa B.d.I.? abbiamo già visto come il denaro altro non è che strumento di intermediazione negli scambi di beni e servizi e solo attraverso l’esistenza di questi trae il proprio valore corrispondente, per cui è al popolo, ai lavoratori, in pratica alla collettività in genere, che va riconosciuto il potere di conferire valore al denaro, per mezzo della sua generale accettazione da parte della stessa. Prova ne è che il denaro finché non assolve la propria funzione non ha valore alcuno, come quando è ancora chiuso nei caveaux della banca. Da un diverso punto di vista, come spesso ricordava il compianto prof. Auriti: “prendete un Governatore e fategli stampare un miliardo di lire su un’isola deserta e vedete se diventa ricco”. Abbiamo già commentato come sia difficile contraddire questa elementare ma fondamentale osservazione… Rimane il fatto che, prima dell’accettazione da parte del primo prenditore, la B.d.I. (possiamo dire anche la BCE, il problema non cambia, al limite si… sposta) nell’attuale prassi, si appropria in concreto del futuro valore che ancora la “merce” ovviamente non ha; ciò accade grazie al fatto che riesce ad ottenere dallo Stato la promessa del suo stesso indebitamento, cioè della restituzione del valore nominale (più interessi) della cartamoneta, prima emessa e poi immessa, attraverso l’acquisizione dei titoli del debito pubblico. Lo Stato, attraverso le sue istituzioni, “gira” praticamente questo debito ai suoi cittadini e sono loro in ultima istanza i perenni debitori, vittime reali della cessione della sovranità monetaria dagli Stati ai banchieri. E i mass media

complici ci “allietano” ogni tanto con storielle del genere “siamo nati tutti con già 30 mila euro di debito sul groppone” guardandosi bene dal sottolineare l’assoluto carattere truffaldino di questo debito. Che poi corrisponde al famoso “signoraggio” sulla cartamoneta e la moneta scritturale, in merito al quale sovente i “bene informati” ci richiamano all’attenzione su quanto disposto dallo stesso Statuto della B.d.I, il cui art. 39.2° comma prevede che gli “utili netti”, detratte alcune somme da devolvere alle riserve statutarie e alla distribuzione degli utili ai partecipanti alla proprietà dell’Istituto, vengono devoluti allo Stato. Sembrerebbe quindi che il problema non si porrebbe, risolvendosi ipso facto in una mera partita di giro: qualunque sia l’importo in gioco, il “signoraggio” percepito sarebbe in gran parte destinato allo stesso Stato per espressa previsione normativa. Peccato che questa affermazione sia quasi del tutto infondata. Nel 2009 dal sito della stessa BDI si ricava agevolmente il dato che allo Stato venne devoluto un miliardo di euro (su un utile complessivo di 1,6 miliardi) su una base monetaria di circa 130 miliardi di euro ma si è trattato di un anno straordinariamente favorevole; nel 2007 il signoraggio percepito dallo Stato fu di appena 57 milioni su una base monetaria di 110 miliardi di euro (in pratica lo 0,052%). Sempre dal sito della B.d.I. ricaviamo in effetti una definizione molto particolare e specifica di “signoraggio”: “l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Con riferimento all’euro il reddito da signoraggio generato dall’emissione di moneta è definito come reddito originato in contropartita delle banconote in circolazione e viene ricompreso nel calcolo del reddito monetario che, secondo l’art. 32.1 dello Statuto del SEBC, è il reddito ottenuto dalle Banche Centrali Nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC”; in estrema sintesi, secondo l’orientamento consolidato della nostra Banca Centrale il signoraggio sarebbe costituito dai soli interessi percepiti, oggi peraltro di importo molto limitato, sui titoli del debito pubblico. Sarà vero? Atteso che, a leggere bene, nessuna delle suddette definizioni cita letteralmente la parola “interesse”….

Va da se che uscita enormi perplessità che un organismo dai più ritenuto autorevole organo pubblico al quale sono demandati delicatissimi compiti di controllo dell’inflazione in realtà percepisca un proprio reddito da tale attività; davvero incredibile che nessuno abbia sollevato il clamoroso conflitto di interessi che ne deriva poiché nessuno potrebbe avere la certezza che dietro la propria attività istituzionale, di un Autorità totalmente autoreferente e che si ispira ai massimi criteri di riservatezza, per non dire segretezza, delle proprie decisioni, non si celi invece lo scopo (“umano troppo umano” direbbe Nietsche) di massimizzare il proprio reddito. Perché Monte dei Paschi si e Bankitalia/ BCE no? In cose consisterebbe la superiorità morale degli appartenenti alle Autorità monetarie rispetto alle banche ordinarie, peraltro sue azioniste? Atteso e considerato che il lucro è poi lo scopo ultimo di qualsiasi organizzazione aziendale, banche incluse. Lucro che comunque, beninteso, dovrebbe essere legittimo, non certo percepito ai danni della società intera. Poi a quanto ammonti peraltro non è chiarissimo: il Financial Times a seguito di un intervista a George Soros porta alla luce un dato che perverrebbe da fonti di economisti di Citygroup e Merryl Linch, quantificandolo in circa due – tre mila miliardi di euro (guadagno, sottratto agli Stati, a titolo di “diritti di signoraggio”: non male per soli dieci anni di attività…) e suggerendo di utilizzare tale reddito in funzione anti spread. Ora, che un’ impresa privata cerchi di massimizzare il profitto è perfettamente accettabile, ma allora ciò andrebbe dichiarato ufficialmente e non avvolto nel mistero lontano dallo sguardo curioso della pubblica opinione: sarà forse che si teme una ribellione popolare? Chiamatelo complottismo, ma io direi davvero di si! Difficile accettare l’idea che un privato si prenda cura dei “nostri” soldi, atteso che nel mondo reale ci viviamo noi, non certo la tipografia della BCE con Banche Centrali annesse. Le quali inoltre non si capisce bene a quale titolo dovrebbero percepire tale reddito se di fatto non esercitano nessuna politica monetaria, formalmente devoluta, com’è ovvio, in toto, alla stessa privata BCE. Sarà forse invece e perché azioniste della BCE sono proprio le Banche Centrali? in un sistema di matrioske dove riuscire a trovare il bandolo della matassa diventa davvero sempre più complicato… ma anche qui è chiaro che laddove ci sia ripartizione di utili siamo ben al di là della tutela di interessi pubblicamente riconosciuti, come la difesa dall’inflazione. Se poi invece si voglia ritenere la BCE e le BBCCNN soggetti pubblici a tutti gli effetti, non si capisce perché debbano percepire un proprio reddito dalla propria attività (sarebbe un caso praticamente unico nel suo genere) e non essere finanziate attraverso i regolari canali con cui si finanziano tutti gli enti pubblici. Sul tanto dibattuto concetto di indipendenza e autonomia delle banche centrali vorrei letteralmente riportare alcune parti del libro di J Stigliz (già presidente del Fondo monetario internazionale, da lui ripudiato, oltre che premio Nobel per l’economia nel 2001) “bancarotta. L’economia globale in caduta libera” : “ i banchieri centrali …hanno diffuso la dottrina secondo cui le banche centrali dovrebbero essere indipendenti dal processo politico. Molti paesi in via di sviluppo che hanno acquisito da poco l’indipendenza hanno digerito la cosa con una certa difficoltà: prima si sentono spiegare quanto è importante la democrazia, ma quando si parla di politiche macroeconomiche e monetarie e cioè di decisioni che hanno conseguenze importanti sulla vita delle persone, viene detto loro che sono troppo importanti pe poterle lasciare ai processi democratici. L’argomento a favore dell’indipendenza è che aumenta la credibilità vale a dire che la banca centrale non cederà a richieste espansionistiche populiste e questo significa che ci saranno meno inflazione e più stabilità…. Alcuni banchieri centrali indipendenti non hanno ottenuto risultati brillanti quanto quelli di coloro che dovevano rispondere politicamente in modo più diretto, forse perché sono caduti sotto i colpi dei mercati finanziari. Il brasile e l’india che non hanno una banca centrale del tutto indipendente, sono fra quelli che hanno ottenuto risultati migliori. I risultati peggiori sono quelli della BCE e della FED”. Insomma, sostiene Stigliz, “quando la BC di un paese intraprende una massiccia operazione di salvataggio rischiando denaro pubblico è necessario che ne risponda politicamente in modo diretto e che conduca queste azioni in modo trasparente.” Anche in merito all’annosa questione della segretezza delle decisioni dei banchieri centrali l’Autore picchia duro “nel tempo sembra che la riservatezza abbia avuto più che altro lo scopo di nascondere le decisioni sbagliate….” E sui problemi di governance non è da meno “i funzionari della FED vengono eletti dal suo consiglio che, a sua volta, è formato da rappresentanti di banche e aziende della zona. Sei consiglieri su nove sono eletti dalle banche stesse” questo per citare una fonte autorevole che non mi sembra molto convinta della bontà, a fini sociali, del concetto di autonomia e indipendenza delle banche centrali e della tanto conclamata segretezza dei propri atti. La situazione della BCE peraltro è più criticabile ancora di quella della FED, laddove scopo ultimo (e unico) della prima è la mera difesa dell’Eurozona dall’inflazione; la sensazione forte che si avverte è che dietro la presunta “difesa dall’inflazione” non ci sia altro che l’alibi perfetto per la tosatura dei risultati del lavoro e dei sacrifici dei popoli europei, cioè il concreto prelievo di moneta e la difesa del suo valore. Diminuisco la moneta in circolazione, attraverso l’arma dell’interesse preteso, per difendere il valore di un credito e di solito, manco a dirlo, i maggiori creditori sono anche i più ricchi. Con la scusa che l’inflazione è alta (le famose “spinte inflazionistiche”) la BCE decide in modo insindacabile e attraverso processi logici segreti e inaccessibili (che poco hanno quindi a che vedere con la democrazia) la variazione del tasso di riferimento (ex tasso di sconto), che potrebbe ad esempio rendere inestinguibile un mutuo (a tasso variabile) per una famiglia alla quale pochi mesi prima era stata prospettata l’elevata convenienza di tale soluzione per risolvere i propri problemi abitativi. Vai a spiegare le “spinte inflazionistiche” (viste solo da Trichet, a dire il vero, esattamente nell’aprile 2011, quando il brav’uomo decise l’ultimo innalzamento del tasso di riferimento dell’Eurozona: eravamo già in piena crisi e questa criticabilissima decisione non fece altro che aggravarla ed accelerarla) a chi si ritrova improvvisamente senza casa perché impossibilitato a onorare un impegno finanziario che, all’origine, si presentava sicuramente di ben diversa sostenibilità. Ma poi Bankitalia, volutamente, sbaglia: gli interessi, come abbiamo visto, sono solo una minima parte del reddito monetario, in gran parte costituito dalla differenza tra valore intrinseco e valore nominale della moneta (sia essa cartacea che metallica): e allora quale sia il “trucchetto”, semplice nella sua diabolica genialità, ma che consente a queste somme di sparire nei bilanci della B.d.I. (e di ogni banca centrale in genere), verrà analizzato al paragrafo che segue.

by Ludovico Fulci (segue…)
02/10/2013 commenti (0)

SIGNORAGGIO: LA TRUFFA DEL SECOLO PARTE SECONDA

SIGNORAGGIO: LA TRUFFA DEL SECOLO PARTE SECONDA - Agorà News on Line

01 ottobre 2013

Per comprendere come funziona oggi l’emissione monetaria e i reali motivi della crisi che viviamo e che con essa sono connessi strettamente, dobbiamo tornare al decennio successivo alla fine degli accordi di Bretton Woods. Gli shock petroliferi e la caduta di fiducia del dollaro, ormai privo di riserva aurea, lasciarono le monete in balia dei mercati. Vennero valutate come una qualsiasi merce e soggette a rivalutazione o svalutazione secondo le normali regole della domanda e dell’offerta. Questo dicono, in estrema sintesi, tutti i manuali di economia, compresi quelli di Autori nemmeno troppo allineati alle teorie più gettonate (da ultimo Bagnai “il tramonto dell’euro”, 2012, Imprimatur editore, pag. 77). Peraltro l’uscita da un sistema di cambi fissi come quello fissato da Bretton Woods alcuni vantaggi in effetti, sotto un profilo macroeconomico, li aveva, eccome. Ma il punto non è questo. C’è un aspetto molto più grave della questione da affrontare che nasce dal chiedersi attraverso quale processo la moneta che abbiamo visto essere “merce” a tutti gli effetti fino al suo essere, all’origine, un semplice foglietto colorato o pochi bit digitali in formato elettronico, acquisisca in pieno il proprio valore nominale (quello cioè fisicamente impresso su di essa). Dato che la domanda non è da poco ed ha una risposta per certi versi sconvolgente meglio precisarne “al millimetro” l’esatta portata. Con la fine della riserva aurea doveva essere ormai chiaro a tutti che il valore nominale non poteva più essere prerogativa creditizia di chi emetteva (anche ad ammettere che lo fosse mai stato, cioè che una riserva aurea fosse mai stata reale garanzia di quanto in mano al portatore del famoso biglietto – ricevuta, poi divenuto banconota); questo a maggior ragione laddove questo soggetto beneficiario di un tale immenso potere avesse poi assunto i connotati del banchiere privato. Sembra a questo punto del tutto evidente che unici detentori e custodi gelosi, direi, di un simile immenso potere non potevano che esseri gli Stati. In nome e per conto del loro popolo, democraticamente rappresentato. Molto si disquisisce sulla portata del potere militare americano e dalla sua capacità fisiologica di condizionare ogni scelta politica in qualsiasi angolo del pianeta e questo certamente può valere per l’affermazione del dollaro come moneta di riferimento a livello internazionale: nonostante qualche paradosso connesso con l’uso di una valuta come moneta di riferimento mondiale, come quello descritto dall’economista Triffin nel 1960, diciamo che va accettato il principio generale della “moneta internazionale fiduciaria” con la quale vanno regolate le transazioni internazionali e che tutti, produttori di petrolio inclusi, sono costretti ad accettare, timorosi, per mille motivi, delle reazioni della prestigiosa, potentissima ed ormai unica vera potenza mondiale. Ciò posto, cosa possiamo affermare per le singole valute nazionali? Cosa trasformava il loro esiguo valore intrinseco in valore nominale? La risposta non poteva che essere solo una, semplice, banale ma di importanza suprema: l’accettazione convenzionale da parte della gente. Fu il prof. Giacinto Auriti, docente dell’Università di Teramo, nel riprendere e rielaborare le teorie del poeta economista americano Ezra Pound, a comprendere che il valore monetario è una questione di rapporti temporali e non spaziali; ovvero il valore della moneta non risiede tanto nel suo simbolo espresso in lettere e cifre nel foglio che la rappresenta, ma nella sua previsione di spendibilità. Io accetto 100 euro oggi perché so che domani qualcun altro me le accetterà e costui le accetterà a sua volta perché sa che domani potrà anche lui spenderle verso qualcun altro che a sua volta le accetterà e così via. Ed è normale che in un mondo, ormai ipotetico, che fosse saggiamente basato su regole fondate nell’economia reale, dovrebbe funzionare in effetti proprio così. Questo a ben vedere è peraltro il fondamento del concetto ultimo di valore, valido per ogni merce: anche l’oro ad esempio è accettato in quanto riconosciuto al mondo come metallo prezioso e quindi generalmente considerato uno dei più validi bene – rifugio o riserva di valore; ma se scoprissimo cento miniere d’oro in ogni Nazione, e l’oro perdesse il fondamentale requisito della “scarsità”, questa convinzione farebbe venir meno nella mente umana anche l’idea dell’oro come merce avente un “valore” in se. Sempre in virtù del fatto che il suo detentore saprebbe benissimo che gli altri la penserebbero allo stesso modo. Quindi la fine di Bretton Woods, oltre a vari meriti “minori” che possiamo riconoscergli, ebbe certamente il merito principale di rivelare al mondo che il valore alla moneta non lo conferiva la “riserva”, aurea o argentifera che fosse, ma la sua generale accettazione, a livello convenzionale, da parte della gente, come mera previsione della sua futura spendibilità. E’ la gente infatti che lavora, che produce, che si sacrifica, che rischia e, se ci pensiamo bene, fa parte del comune senso di intendere popolare, l’illusione che la moneta sia emessa “dallo Stato”: solo una piccola percentuale è consapevole che essa è tutt’altro che di proprietà statale…i programmi scolastici o universitari si guardano bene dal sottolineare questo paradosso clamoroso; il buon senso porta a ritenere che laddove Giorgio voglia scambiare il suo pollo per la torta di Francesco o lo fanno direttamente o usando una merce intermediaria a valore intrinseco zero, come l’odierna moneta, per l’appunto. In ogni caso lo scambio di valori (pollo contro torta) non muta, essenzialmente, nella sua sostanza, avendo la moneta un ruolo per così dire “neutrale” (come dovrebbe essere) rispetto alla ricchezza prodotta nel mondo reale : quindi vale il pollo, vale la torta ma la moneta può tranquillamente non valere nulla in sè, laddove per valore intendiamo l’utilità intrinseca che trae l’uomo dall’esistenza del bene stesso. Salvo magari potersi accendere la sigaretta con una banconota… o giocare a testa e croce con una monetina…! invece ecco che accade il paradosso dei paradossi! usando la moneta (invece del mero baratto) Giorgio e Francesco si sono indebitati per un valore pari alla quantità di moneta usata per lo scambio, più interesse! In economia viene usata l’espressione un po’ cruda “non esistono pasti gratis, tutto ha un costo”; ma abbiamo visto la fallacia logica di questa visione modernista, troppo modernista, della moneta ed uno a denunciare proprio che invece “i pasti gratis” esistono è stato di nuovo (!) il giornalista economico Fabrizio Galimberti (il Sole 24 Ore del 15.06.2010 : “Deficit senza debito? Eppur si può. Stampare moneta è ammissibile, senza però perderne il controllo”) a svelare… l’arcano:

troppo facile ricorrere al torchio, direbbero gli scettici: non esistono pasti gratis in economia. Ma non è vero: l’economia prevede pasti gratis a cominciare dal semplice scambio che crea utilità, dal nulla, per entrambi i contraenti.”

E’ solo a causa di una ipnosi collettiva, vale ripetere il fondamentale concetto, che il bene che costituisce una mera forma di intermediazione, cioè la moneta, debba comportare, a monte, l’indebitamento sia del compratore che del venditore nonostante ciò che si dovrebbe logicamente supporre è invece che il progresso e l’aumento delle conoscenze sul funzionamento dei mercati, avrebbe dovuto rendere tutto molto più semplice rispetto a tempi lontani garantendo proprio attraverso il sistema monetario l’attuazione di quei principi di democrazia e di rappresentatività popolare nel potere di cui tanti ormai blaterano a vuoto. Ricordava spesso Auriti a chi lo contestava: “prendete il Governatore e mettetelo a stampare moneta in un isola deserta. Si arricchirà o avrà semplicemente sottratto tempo prezioso alla pesca o alla caccia, attività molto più proficue e meglio finalizzate alla sua sopravvivenza rispetto a un mare di carta variamente colorata?” difficile dargli torto, credo…Comunque va detto che se esiste una regola sacrosanta in economia oggi è quella dell’asimmetria informativa dei mercati. I mercati non possono liberamente funzionare, checchè ne dica Milton Friedman, il liberista dei liberisti, perché l’accesso a determinate informazioni è riservato a soggetti privilegiati. E anche nel campo dell’emissione monetaria questa regola, come abbiamo visto, non fa purtroppo eccezione.

Vedremo più avanti, nonostante ogni evidenza, come la Banca d’Italia sostenga, assurdamente, una tesi completamente opposta, ma astrusa nei suoi fondamentali logici prima ancora che finanziari.

Insomma lascia davvero esterrefatti come oggi possiamo esserci ridotti così: è di tutta evidenza che, rebus sic stantibus, la possibilità di battere moneta doveva essere del tutto restituita agli Stati i quali avrebbero dovuto, in nome e per conto dei popoli che rappresentano, o che dovrebbero rappresentare in un sistema politico veramente democratico, semplicemente creare (a costo zero) quel mezzo di scambio necessario alla gente per agevolare la circolazione dei beni e dei servizi che essa stessa crea con il proprio lavoro. Tentativi in questo senso in Italia non sono mancati: ci provò Mussolini ai tempi del fascismo con la nazionalizzazione delle banche azioniste di Bankitalia, che divenne così, seppur indirettamente, Banca di Stato; ci provarono, in modo ancora più evidente, Giuseppe Saragat, Giovanni Leone, presidenti della Repubblica e Aldo Moro, presidente del Consiglio con le emissioni delle famose banconote da 500 lire serie “Aretusa” (DpR 20 giugno 1965 – DM 20 ottobre 1967 nr. 17033 e legge 31 marzo 1966 nr. 171) e “Mercurio” (DpR 10 febbraio 1974 e DM 02 aprile 1979) emesse, rispettivamente in 300 e 900 milioni di pezzi, come “Biglietto di Stato” a corso legale, quindi direttamente dal Ministero del Tesoro senza emissione di alcun titolo del debito e sopportando i soli, minimi, costi tipografici del Poligrafico di Stato. La prima emissione della serie Mercurio avvenne nel 1974 e pochi mesi dopo nel 1975 il Presidente Leone venne accusato di aver percepito tangenti nella vicenda Lockheed; ci furono ripetuti attacchi giornalistici soprattutto da parte dell’Espresso e del Partito Radicale; lo stesso Pannella testimoniò contro Leone ma il tutto si risolse in un nulla di fatto; nessuna accusa risultò provata. In seguito tutte le accuse caddero al punto che nel 1998 gli stessi radicali Emma Bonino e Marco Pannella andarono a scusarsi pubblicamente con Leone rendendo pubblica una lettera di scuse nei suoi confronti. Ma intanto il danno contro un innocente era fatto (Leone fu costretto a dimettersi prima della scadenza naturale del mandato presidenziale per le enormi pressioni subite anche dalla propria parte politica) e persino il Presidente Napolitano, nel 2006, a cinque anni dalla sua scomparsa, affermò che, otto anni prima, dal Senato, era stato espresso il pieno riconoscimento della correttezza dell’ operato di Leone. Nonostante ciò, rintracciare le suddette fonti legislative risulta ancora oggi arduo: sembrano pressocchè scomparse. Da apposita ricerca sui motori dedicati sono riuscito a rintracciare il solo DpR 20 giugno 1966 intitolato “caratteristiche del biglietto di Stato da L. 500 e determinazione del contingente di fabbricazione”. Il provvedimento risulta essere stato ufficialmente abrogato solo alla fine del 2010 con il DpR 13 dicembre 2010 nr. 248. Da notare con quanta preoccupazione e premura il legislatore ha voluto far scomparire un provvedimento che doveva per forza essere ormai considerato del tutto implicitamente abrogato, con la fine del corso legale della lira, avvenuto oltre ben otto anni prima, con l’avvento definitivo dell’euro dal 1 marzo 2002! Non potevano far sparire, per fortuna, le immagini delle vecchie banconote serie Aretusa e Mercurio, le quali sono ancora oggi facilmente reperibili in Rete: sottostante alla dicitura “Repubblica italiana” appare la scritta “Biglietto di Stato a corso legale”. Le altre banconote in lire riportavano tutte la scritta “Banca d’Italia” e la differenza, come visto, non è da poco….

Ma qual è la procedura che adesso seguono gli Stati per procurarsi moneta? Almeno le banche centrali sono statali? E dove lo sono, non dovrebbero esserci i conseguenti vantaggi per gli Stati che vedrebbero riattribuirsi la rendita monetaria? Purtroppo non è più così, almeno non lo è più da tempo… proviamo a ricostruire le tappe… iniziando dalla Banca d’Italia e proviamo anche a capire come il percorso che ci ha condotto verso l’Unione Monetaria abbia molto, davvero molto, aggravato i problemi.

 

LA BANCA CENTRALE EUROPEA

Il 7 febbraio del 1992, nella cittadina olandese di Maastricht, sulle rive della Mosa, venne firmato dai 12 Paesi membri, dell’allora Comunità Europea, il trattato sull’Unione Europea (noto come Trattato di Maastricht ). Alcuni studiosi ritengono che con esso sia stato possibile trasferire il potere sovrano dei popoli europei ad un’entità che decide per loro attraverso funzionari non eletti ma scelti da poteri finanziari sovranazionali e quindi liberi da controlli e responsabilità. Per avvalorare la loro tesi, costoro fanno riferimento ad alcuni articoli dello stesso Trattato; ad esempio nell’art.105 si legge che “la BCE ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno della Comunità”, inoltre, sostiene l’art. 107, “nell’esercizio dei poteri e nell’assolvimento dei compiti loro attribuiti né la BCE , né una BCN , né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari , dai governi degli Stati membri , né da qualsiasi altro organismo .

Le istituzioni e gli organi comunitari, nonché i Governi degli Stati membri si impegnano a rispettare questo principio e a non cercare di influenzare i membri degli organi decisionali della BCE o delle Banche centrali nazionali nell’assolvimento dei loro compiti “. A completamento del sistema, l’art. 108 aggiunge che: “la decisione (della BCE, ndr) è obbligatoria in tutti i suoi elementi per i destinatari da essa designati”.

Diretta conseguenza del suddetto combinato disposto è che, mentre dai vertici monetari giungono al potere politico continue indicazioni, parametri cui attenersi e precisi “paletti” che coinvolgono l’intera economia della nazione, nessuna influenza può manifestarsi in senso opposto, cioè dal potere politico alla BCE .

Il Trattato si è quindi preoccupato di definire la BCE esclusivamente per quel che concerne la sua indipendenza; infatti la particolare collocazione della Banca centrale europea nell’assetto istituzionale dell’Unione europea emerge nell’articolo 4, che non la menziona tra le istituzioni della Comunità (che sono: Parlamento europeo, Consiglio, Commissione, Corte di Giustizia e Corte dei Conti) ma, tuttavia, le conferisce personalità giuridica e piena autonomia; lo stesso Statuto le riconosce la più ampia capacità di agire in ciascuno degli Stati membri. Sotto il profilo giuridico – formale, la BCE non è, dunque, un’istituzione comunitaria poichè i suoi atti non sono imputabili alla Comunità. Purtuttavia essa è inserita in una cornice giuridica che ne stabilisce e ne tutela l’indipendenza nell’attuazione della politica monetaria. Come è stato autorevolmente sostenuto, quindi, “la BCE può essere inquadrata nella categoria (..) delle autorità indipendenti, non gerarchicamente sottoposte al governo, alle quali la legge assegna un fine ben definito (…) e adeguata discrezionalità amministrativa” e inoltre “non tutti i poteri negati allo Stato sono diventati poteri dell’Unione (…). Vi è un ‘enorme area, quella della disciplina dell’economia, che viene sottratta ad ogni intervento, dello Stato e dell’Unione” Con l’ adesione all’Eurosistema, le Banche Centrali nazionali, su autorizzazione della BCE, prestano agli Stati e alle banche ordinarie (6 F.Papadia – C.Santini “La Banca Centrale Europea, Il Mulino 1998, p. 31 7 G. Guarino, “verso l’Europa, ovvero la fine della politica” Mondadori,1997, pag. 74) la moneta (euro) creata senza una corrispondente copertura richiedendo il pagamento degli interessi a cui si aggiunge la restituzione del valore nominale che l’euro medesimo ha nel frattempo acquistato per effetto della sua circolazione; l’Eurosistema appare così una federazione di società per azioni le cui deliberazioni sono adottate dagli organi decisionali della BCE: al suo capitale partecipano infatti altre banche private. Anche la banca centrale inglese, ad esempio, formalmente nazionalizzata già nel 1946, ha mantenuto i connotati dell’ente privato, fuori da ogni controllo politico ed in grado solo essa di orientare l’attività bancaria (vds in merito “Le isole del tesoro” di Nicholas Shaxson, Feltrinelli editore, pp. 96-97).

Dal sito della BCE ricaviamo agevolmente il contributo delle BCN dei paesi dell’area dell’euro al capitale della BCE, in pratica la quota di partecipazione al capitale della BCE (in %) e il relativo Capitale versato (in euro); per comodità riporto appresso l’elenco:

Nationale Bank van België / Banque Nationale de Belgique 2,4256% pari a e. 261.010.384,68;

Deutsche Bundesbank 18,9373% pari a e. 2.037.777.027,43;

Eesti Pank (Estonia) 0,1790% pari a e. 19.261.567,80;

Banc Ceannais na hÉireann/Central Bank of Ireland 1,1107% pari a e. 119.518.566,24;

Banca di Grecia 1,9649% pari a e. 211.436.059,06;

Banco de España 8,3040% pari a e. 893.564.575,51;

Banque de France 14,2212% pari a e. 1.530.293.899,48;

Banca d’Italia 12,4966% pari a e. 1.344.715.688,14;

Banca centrale di Cipro 0,1369 % pari a e. 14.731.333,14;

Banque centrale du Luxembourg 0,1747 % pari a e. 18.798.859,75:

Bank Ċentrali ta Malta / Central Bank of Malta 0,0632% pari a e. 6.800.732,32;

De Nederlandsche Bank (Olanda) 3,9882% pari a e. 429.156.339,12;

Oesterreichische Nationalbank (Austria) 1,9417 % pari a e. 208.939.587,70;

Banco de Portugal 1,7504 % pari a e. 188.354.459,65;

Banka Slovenije 0,3288 % pari a e. 35.381.025,10;

Národná banka Slovenska (repubblica Slovacca) 0,6934% pari a e. 74.614.363,76;

Suomen Pankki (Finlandia) 1,2539% pari a e. 134.927.820,48;

I profitti e le perdite netti della BCE sono distribuiti tra le BCN dei paesi dell’area dell’euro conformemente all’articolo 33 dello Statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea (cfr. quadro normativo):

Il profitto netto della BCE deve essere trasferito nell’ordine seguente:

a) un importo stabilito dal Consiglio direttivo, che non può superare il 20% del profitto netto, viene trasferito al fondo di riserva generale entro un limite pari al 100% del capitale;

b) il rimanente profitto netto viene distribuito ai detentori di quote della BCE in proporzione delle quote versate.

Le BCN dei 10 paesi dell’UE non appartenenti all’area dell’euro sono tenute a versare una percentuale minima delle quote di capitale rispettivamente sottoscritte, a titolo di contributo ai costi operativi della BCE connessi alla partecipazione al Sistema europeo di banche centrali. Dal 29 dicembre 2010 tale contributo è pari al 3,75% della rispettiva quota complessiva di capitale sottoscritto. Il capitale versato alla BCE dalle BCN dei paesi non appartenenti all’area dell’euro ammonta a 121.176.379,25 euro, ripartiti nel seguente modo.

Contributo delle BCN dei paesi non appartenenti all’area dell’euro al capitale della BCE BCN Quota di partecipazione al capitale della BCE (in %) Capitale versato (in euro)

Българска народна банка (Banca nazionale di Bulgaria) 0,8686% pari a e. 3.505.013,50;

Česká národní banka (repubblica Ceca) 1,4472% pari a e. 5.839.806,06;

Danmarks Nationalbank 1,4835% pari a e. 5.986.285,44;

Latvijas Banka (Lituania) 0,2837% pari a e. 1.144.798,91;

Lietuvos bankas (Lettonia) 0,4256 % pari a e. 1.717.400,12;

Magyar Nemzeti Bank (Ungheria)1,3856% pari a e. 5.591.234,99;

Narodowy Bank Polski 4,8954% pari a e. 19.754.136,66;

Banca Naţională a României 2,4645% pari a e. 9.944.860,44;

Sveriges Riksbank 2,2582% pari a e. 9.112.389,47;

Bank of England 14,5172% pari a e. 58.580.453,65.

Le BCN dei paesi non appartenenti all’area dell’euro non hanno titolo a partecipare alla distribuzione degli utili, né sono tenute al ripianamento delle perdite della BCE.

Ragionare in termini di profitti da parte di una Banca Centrale fa già rabbrividire, atteso l’idea generale che uno si fa della “banca di Stato”, in quanto tale operante solo ed esclusivamente nell’interesse della collettività, ma quando addirittura il sistema pare articolato su un insieme di banche d’affari, il cui reddito viene spartito in proporzione alla loro quota di partecipazione, sembra veramente di assistere alla ripartizione del lucro tra gli azionisti di una multinazionale. Resta da capire allora: ma se le banche centrali non erogano credito alle imprese da cosa traggono i loro guadagni? Quando George Soros, noto finanziere ungherese, riporta sul Financial Times la notizia che fonti di economisti di Citygroup e Merryl Linch indicano che gli Stati avrebbero trasferito i loro diritti di signoraggio alla BCE, diritti aventi un valore ricompreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro, a cosa si riferisce? A quale forma di guadagno?:

“””Most important, some new, extraordinary measures are needed to return conditions to normal. The EU’s fiscal charter compels member states to reduce their public debt annually by one-twentieth of the amount by which they exceed 60 per cent of gross domestic product. I propose that member states jointly reward good behaviour by taking over that obligation. They have transferred to the ECB their seignorage rights, valued at €2tn-€3tn by Willem Buiter of Citibank and Huw Pill of Goldman Sachs, working independently. A special-purpose vehicle owning the rights could use the ECB to finance the cost of acquiring the bonds without violating Article 123 of the Lisbon treaty.”””” Financial Times, april 11th 2012

 

LA BANCA D’ITALIA

Con l’art. 1 della legge nr. 449 del 10 agosto 1893 nasce la Banca d’Italia : “E’ autorizzata la fusione della Banca Nazionale del Regno d’ Italia con la Banca Nazionale Toscana e con la Banca Toscana del credito, allo scopo di costituire un nuovo istituto d’emissione, che assumerà il titolo di Banca d’Italia”. Furono quindi tre delle sei banche d’emissione a dare vita al primo embrione della Banca Centrale italiana; delle altre, la Banca di Roma venne liquidata a seguito dei famosi scandali che la coinvolsero e le altre due, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia continuarono a battere moneta (art. 2 legge 449/1893) fino all’avvento del regime fascista che attribuì il monopolio dell’emissione della moneta alla sola Banca d’Italia, in virtù di quanto stabilito dall’art. 1 della legge nr. 812 del 26 maggio 1926.

Con R.D. 12.03.1936 nr. 375 (convertito con modificazioni nella legge 07.03.1938 nr. 141) la BdI diventa “istituto di diritto pubblico” con compiti di vigilanza del sistema bancario ordinario e funzioni di emissione della moneta che divennero definitive e non più a titolo concessorio. Nello stesso anno la BdI diviene a tutti gli effetti banca pubblica, a seguito dell’espropriazione delle quote di proprietà di privati, quote che furono riservate a enti finanziari di rilevanza pubblica.

A partire dal 1981 si realizza il cd “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro: la prima si libera dall’obbligo di acquistare i titoli del debito pubblico che il secondo non riesce a collocare sul mercato. E’ facile intuire come quest’obbligo avesse contribuito a tenere bassi i tassi di interesse sui titoli emessi. Il tesoro offriva ad es. titoli a tasso “x”: chi voleva acquistarli bene altrimenti il tesoro poteva fare a meno di venderli a un tasso maggiore, atteso che poteva pur sempre cederli a Bankitalia ad un tasso concordato con la stessa (che peraltro registrava all’epoca ancora un azionariato in maggior parte di proprietà di banche pubbliche). Con il “divorzio”, inutile dire che i tassi di interesse decollarono: le risorse pubbliche si iniziarono a spostare dalla spesa per lo sviluppo alla spesa per interessi e la disoccupazione prese anch’essa il largo. A sua volta la disoccupazione e la conseguente contrazione della domanda contribuirono a tenere basso il livello dell’inflazione (Bagnai, “il Tramonto dell’euro”) smentendo quindi i soliti “tecnocrati depistatori” per i quali l’inflazione bassa sarebbe garanzia di benessere a partire dalle classi più povere (è vero invece l’opposto: una bassa inflazione garantisce ovviamente non i debitori ma i creditori, i quali, di norma, appartengono alle categorie più benestanti): questo comunque era uno dei primi passaggi voluti dalla UE per l’evoluzione del sistema finanziario verso la moneta unica. Senza nemmeno avere ancora l’euro ne verificavamo, già negli anni 80’, gli indubbi effetti nefasti…

Dopo le vicende legate alla fine del secondo conflitto mondiale e all’avvio del risanamento socio – economico, il primo notevole evento giuridico – istituzionale riguardante la B.d.I. fu costituito dal combinato disposto delle leggi nr. 218 del 30.07.1990 e nr. 35 del 29 gennaio 1992, che avrebbero permesso a quelle banche italiane, già istituti di credito di diritto pubblico e quindi compartecipanti al capitale della BdI, di trasformarsi in società per azioni (delegando a fondazioni, da esse create, tutte le attività non tipiche dell’impresa bancaria, anche se poi nel tempo le fondazioni stesse hanno tradito le attese dedicandosi a ben altro che ai proclamati fini di utilità sociale, come l’esperienza MPS ha drammaticamente insegnato…).

Queste disposizioni legislative confermarono peraltro l’autonomia della Banca d’Italia, alla quale venne confermata la qualifica di “Istituto di Diritto Pubblico”, nonostante che fosse sostanzialmente mantenuta la sua organizzazione interna originaria, che, come si è accennato, era quella di una società anonima (oggi “società per azioni”).

Da allora l’autonomia della Banca d’Italia è cresciuta sempre più nel tempo anche con l’avvento della BCE, che ne ha assorbito gran parte delle funzioni; dello stesso periodo è la legge nr. 82/1992, che attribuisce al mero potere discrezionale del Governatore della Banca d’Italia il potere di disporre variazioni del tasso ufficiale di sconto (ora “tasso di riferimento”), senza doverle più concordare con il Ministro del Tesoro.

Dal 1992 la B.d.I. decide pertanto, autonomamente, per conto dello Stato italiano, il costo del denaro, prerogativa questa successivamente devoluta alla BCE. Va dato atto comunque che lo status giuridico – formale di ente pubblico esclude la possibilità di fallimento della B.d.I. e, tramite il suo intervento nei casi di crisi, la possibilità di fallimento delle banche private, garantendo la stabilità dell’intero sistema bancario italiano.

Con la firma del Trattato di Maastricht, il 07 febbraio 1992, vennero istituiti il SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali, nel quale ovviamente confluì anche la B.d.I.) e la BCE .

L’”isolamento” dell’Istituto di emissione rispetto alla vita politica si consolidò il 13 ottobre del 1995, quando il Governo italiano, con il Decreto Ministeriale numero 561, ha posto il segreto su: “atti, studi, proposte e relazioni che riguardano la posizione italiana nell ‘ambito di accordi internazionali, sulla politica monetaria e atti preparatori dei negoziati della Comunità europea (art. 2); atti relativi a studi, indagini, analisi, relazioni, proposte, programmi, elaborazioni e comunicazioni sulla struttura e sull’ andamento dei mercati finanziari e valutari (art.3)”. Ancora oggi l’accesso agli atti di politica monetaria ai sensi della legge 241/1990 come modificata dalla legge 19/2005, non è mai consentito, in virtù del principio di “segretezza” delle relative decisioni previsto dall’art. 2 del D.M. 13 ottobre 1995 nr. 561. Una cosa veramente inspiegabile, specialmente poi in relazione a decisioni già assunte, aventi quindi mero carattere di studio e di informazione storica per gli operatori e quindi non in grado di influenzare mercati e borsa, dove il dato che conta logicamente è solo quello strettamente attuale.

Una breccia importante in questo muro di segretezza si aprì solo il 4 gennaio del 2004, quando fu possibile, per la prima volta, conoscere le quote di partecipazione al capitale della B.d.I. rese note dalla rivista “Famiglia Cristiana” a seguito di un dossier “Ricerche e Studi” di Mediobanca, indagine diretta dal ricercatore Fulvio Coltorti, previa analisi dei bilanci dei vari istituti di credito: venne alla luce allora che il 95 % dei partecipanti al capitale sociale è costituito da società di assicurazione e banche private (Intesa, San Paolo, Unicredit, Generali…) e solo il 5 % è detenuto dall‘ INPS; da questi dati risultava evidente come, all’epoca, l’ Istituto fosse in palese violazione con quanto sancito dall’ articolo 3 del suo Statuto nel quale si leggeva, all’ultimo comma: “in ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici”.

In virtù di tale assunto si giustifica l’ emanazione della legge 262/2005 la quale, all’art. 19, prevedeva il transito delle quote, detenute da privati, in mano pubblica, entro il 31.12.2008.

Viceversa, il 12 dicembre 2006, veniva emanato il Nuovo Statuto della Banca d’Italia, il quale, modificando radicalmente il predetto art. 3 non contiene adesso più alcun riferimento alla questione della proprietà dell’Istituto di emissione, limitandosi a stabilire che “il capitale della Banca d’Italia è pari a 156.000 euro ed è suddiviso in quote di 0,52 euro ciascuna, la cui titolarità è stabilita dalla legge. Il trasferimento delle quote avviene, su proposta del Direttorio, solo previo consenso del Consiglio Superiore, nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dell’istituto”.

Ciò precisato, rimane però valida l’osservazione che ad oggi la legge 262/2005 non è stata mai né formalmente abrogata ma neanche minimamente applicata. Solo nel 2012 si è paventata una sua formale abrogazione allo scopo di procedere ad un aumento di capitale di 10 miliardi, ma nulla comunque risulta ancora essere stato fatto nemmeno in questa direzione. Un sondaggio in merito alla possibilità di cessione delle maggioranza delle quote venne fatta dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il quale a fronte di una quotazione di 800 milioni di euro fatta dal Tesoro, si sentì chiedere una somma prossima ai venti miliardi di euro, spesa davvero insostenibile per il governo. E se pensiamo che opinione generale è che bankitalia sia “istituto di diritto pubblico” e che la presenza di un azionariato privato sia legata a mere questione di gestione interna del personale senza influenza alcuna sulla sua attività di natura “pubblica”, lascia come minimo sconcertati sentir parlare di somme a nove zeri… Come si può giustificare una quotazione così alta per un ruolo così (asseritamente) minimale e una capitale sociale pari al costo di un box auto al centro di Roma (156.000 euro)? La possibilità di interferenza dello Stato sulle attività della B.d.I. sembra quindi, ad oggi, limitata alla nomina del Governatore, la quale, ai sensi dell’art. 17 dello Statuto, avviene con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, sentito il parere del Consiglio Superiore della Banca d’ Italia. Tale parere, precisa il 2° comma dello stesso art. 17 è rilasciato “ai fini della deliberazione del Presidente del Consiglio dei Ministri”, il che, se dobbiamo dare un senso logico a questa espressione, non può che significare che trattasi di parere (sicuramente) obbligatorio e in buona misura vincolante. Se così non fosse, sembra ovvio che l’inciso in questione sarebbe stato perfettamente superfluo. Senza approfondire funzioni e compiti di Consiglio Superiore e Direttorio della B.d.I., basti precisare che al primo, nominato dall’Assemblea degli azionisti, competono l’amministrazione generale, la vigilanza sull’andamento della gestione e il controllo interno della banca, mentre al secondo, nominato dal Consiglio Superiore e a capo del quale è posta la figura del Governatore, compete l’assunzione dei provvedimenti aventi rilevanza esterna relativamente all’esercizio delle funzioni pubbliche per il perseguimento delle finalità istituzionali ad esclusione di quelle demandate al SEBC. Quindi poco da dire in merito alla direzione dell’Istituto di Palazzo Koch che pare del tutto in mani private attraverso la catena di nomine appena vista: Assemblea – Consiglio – Direttorio… scrive Italia Oggi (“ora nazionalizziamo Bankitalia – Palazzo Koch deve uscire dall’orbita delle banche private”, 27 marzo 2009) : ”un segnale di forte cambiamento del sistema oggi potrebbe venire proprio dall’acquisizione da parte dello Stato delle quote azionarie attualmente possedute in maggioranza da banche e assicurazioni private (…). Ciò darebbe il massimo di garanzia sull’attività, l’indipendenza e l’autonomia della B.d.I., perché non concordando del tutto con il Governatore, il controllo esercitato dalle banche private non sempre è stato “più estetico che sostanziale” come egli afferma. Infatti il fenomeno dell’anatocismo, il gap sproporzionato tra interessi attivi e passivi e la non trasparenza nella vendita dei prodotti derivati (vds Parmalat) dimostrano l’inadeguatezza del controllo di B.d.I (per non parlare di MPS, ndr) … ci sono provvedimenti da adottare immediatamente nel nostro Paese, come la pubblicizzazione della nostra Banca Centrale”. Unico obbligo che permane alla B.d.I. nei confronti dello Stato è l’invio, a Parlamento e Governo, di una relazione periodica annuale sull’ attività svolta, come previsto dall’ art. 41. Nessun obbligo di rendicontazione in merito alle scelte adottate o alle soluzioni di politica monetaria sulle quali il segreto è assoluto.

Con le leggi 35 e 82 del 1992 e in virtù del “nuovo art. 3 del suo Statuto, la B.d.I. appare, quindi, sempre più, un istituto connotato da una notevole presenza di interessi privati nella sua gestione, garantiti peraltro da un livello di riservatezza delle decisioni assunte prossimo a sconfinare nel segreto e la cui compatibilità con gli interessi pubblici, che sarebbero di esclusiva competenza di un “istituto di diritto pubblico” (art. 1) è, a questo punto, tutta da verificare.

 by Ludovico Fulci …. (segue..)

02/10/2013 commenti (0)

SIGNORAGGIO: LA TRUFFA DEL SECOLO PRIMA PARTE

SIGNORAGGIO: LA TRUFFA DEL SECOLO PRIMA PARTE - Agorà News on Line

Tecnicamente il signoraggio è un fenomeno economico – monetario ben preciso: la differenza tra il valore facciale (tecnicamente definito “nominale”) e il valore intrinseco della moneta. Quando i sovrani coniavano monete con l’oro che veniva conferito dai cittadini, apponevano la propria immagine per ufficializzare con tale effige la moneta stessa che da quel momento poteva liberamente circolare ed essere accettata dal popolo, garantito della sua genuinità. Con la graduale sostituzione della moneta metallica con la banconota cartacea facile capire che il signoraggio prese a lievitare nel momento in cui il valore nominale iscritto superò di gran lunga il limitato costo di produzione della banconota stessa. Di tale valore attraverso processi graduali che descriverò meglio più avanti, se ne sono ben presto appropriati i banchieri privati lasciando agli Stati il ben più modesto signoraggio sulle monete metalliche. Questo processo oggi è ben delineato e consolidato proprio con l’euro: la proprietà dell’euro-banconota è della BCE (basta controllare l’indicazione riportata, plurilingue, su ciascuna banconota) mentre l’emissione di monete metalliche è devoluta agli Stati dell’aerea euro. Forse qualcuno ricorderà la famosa questione della sostituzione della moneta da uno e due euro con banconote di pari valore: la disputa accesa fu inizialmente aspra poiché sostenuta dal convincimento popolare (peraltro oggigiorno corretto) che la banconota dia una maggiore sensazione di riserva di valore rispetto alla moneta; la notizia sparì dalla circolazione quando si venne a capire che così facendo lo Stato avrebbe perso il signoraggio sulle due tipologie di monete a favore del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali: BCE più singole Banche Centrali), cui compete il signoraggio sull’emissione cartacea. Sarebbe stato per il nostro Paese un grave danno, atteso che anche per avere le banconote da uno e due euro sarebbe stato necessario per il Tesoro emettere titoli del debito pubblico aumentando il proprio indebitamento. Duisenberg all’epoca governatore della BCE dopo aver chiarito ad un “poco esperto” Ministro Tremonti il risultato di tale eventuale opzione, correva ancora il 2005, venne trovato morto nella piscina di casa sua. Le ipotesi di complotto che circolano in Rete si sprecano ma va detto che nessun collegamento tra i due fatti può essere ragionevolmente ipotizzato. Può tranquillamente trattarsi di una semplice coincidenza. Però la vicenda ha uno strascico strano risalente al 2008 quando una interrogazione alla Camera dei deputati presentata dall’on.le Mecacci del Gruppo Radicali fece ritornare in auge la medesima questione, volta sempre a capire a beneficio di chi andasse il cd reddito da emissione monetaria. Della risposta si fece carico Nicola Cosentino all’epoca sottosegretario al Tesoro. Nella risposta Cosentino fece un po’ il Duisenberg all’italiana: disse cioè, seppur in linguaggio tecnico, la verità; il signoraggio (che può essere chiamato più semplicemente Rendita monetaria) sulle monete va agli Stati ma se queste si trasformano in banconote cambiano le regole ed il tutto resta assoggettato alle decisioni BCE, con le conseguenze appena viste. Diciamo subito “a difesa” di Cosentino, che lo stesso rispose dopo ben nove solleciti del proponente e “sentito” il C.I.C.R. (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio). Fatto sta che dopo pochissimi giorni scoppia il ben noto scandalo sulla P3 ed “eolico” che lo coinvolgerà costringendolo alle dimissioni dall’incarico … anche qui ovviamente non si ravvede nessun collegamento logico tra i due fatti …

Insomma, in sintesi, banconote e denaro elettronico (che peraltro costituisce la stragrande maggioranza del circolante) nominati in euro sono di proprietà della BCE, solo le monete metalliche sono prerogativa degli Stati e anche in tal caso comunque i quantitativi massimi del conio sono fissati dalla BCE stessa.

A quale titolo però, resta un mistero irrisolto… interrogazioni varie non hanno trovato uno straccio di risposta. Olli Rehn Commissario della UE agli Affari Monetari, ha risposto ad una interrogazione dell’on.le Scurria del PPE rifacendosi all’art.128 del trattato funzionamento BCE che però a ben vedere (anzi …leggere) prevede che la BCE autorizzi l’emissione dell’euro nell’Eurozona, concetto

ben lontano dal legittimare una forma di auto – attribuzione della proprietà di ciò che si autorizza ad emettere. E’ un po’ come sostenere che il capo treno è proprietario del treno perché ne autorizza la partenza dalla stazione…

Volendo cercare di capire come sia possibile essere arrivati a questo punto della tragedia, dobbiamo ritornare a fare qualche passo indietro nella storia. La storia dell’orafo – banchiere, verso la quale qualcuno ancora oggi storce, incredulo, il naso, ha trovato consacrazione di recente addirittura grazie al premio nobel Krugman (1). Gli orafi custodi dei valori aurei, si accorsero ben presto che solo una piccola parte del metallo prezioso veniva ritirato da coloro che lo avevano lasciato in custodia nei loro forzieri. La gente preferiva naturalmente far circolare le ricevute rilasciate a firma dell’orafo, del quale tutti conoscevano l’affidabilità. Questo permise agli orafi di prestarne la gran parte, pur essendone semplici detentori e non certo proprietari, con l’unica accortezza di detenerne una piccola percentuale quella che in futuro verrà chiamata “riserva obbligatoria”. Solo in periodo di crisi il furbesco sistema traballava, per il rischio di quella che dopo venne chiamata “corsa agli sportelli” : tutti a ritirare i propri risparmi! con l’evidente certezza di insolvibilità dell’orafo, ormai divenuto banchiere a tempo pieno. Fu questa, ma non solo, una delle principali motivazioni alla creazione di “un prestatore di ultima istanza”, una banca delle banche, la Banca Centrale in grado di fornire liquidità nei momenti di crisi. Avrete già notato come queste storielle medievali siano così di grande attualità ai tempi nostri.. sembrano riecheggiare un film già visto e in effetti dopo secoli, niente di nuovo sotto il sole… il problema è che moltissimi aspetti di queste strane vicende sono finiti nell’ombra più impenetrabile dopodichè, sempre nell’oscurità, hanno proliferato mille e uno altri trucchetti delle banche dei quali nessuno, sulla stampa, sulle tv, alla radio, vi parlerà mai. Alla luce del sole sono finite solo le false storielle per candide anime pie, banalmente studiose e volenterose sotto lo sguardo austero dei prof di economia delle università, nella quasi totalità avvinghiati alle ferree logiche del sistema, anime pie alle quali piace vivere felici e serene e che quindi amano anzi adorano farsi banalmente ingannare da chi, dal “sistema ombra”, viene adeguatamente adulato, protetto e foraggiato: non solo docenti ma anche i grandi imprenditori, i mega strapagati dirigenti dei mass media, per non parlare dei politici, nella quasi assoluta totalità. Magari iscritti nel Gruppo Bildeberg, incorporati nella Commissione Trilaterale e nell’Aspen Institute, chi lo sa, forse anche con cospicui conti esteri da proteggere e se possibile alimentare. Ma non scadiamo nel complottismo più becero, adesso… Atteniamoci all’analisi dei fatti. A iniziare da quelli storici (dai quali spesso però, tranquilli, riemergerò nel presente, perché se è vero, come diceva J.M.Keynes che è inutile preoccuparci troppo del futuro “perché nel lungo periodo saremo tutti morti”, io dico che non dobbiamo nemmeno preoccuparci troppo dei tempi che furono, dato che nel passato remoto non eravamo ancora nati…). Cosa stava accadendo allora di preciso nella società con l’avvento della riserva frazionaria, qual era insomma il suo significato più profondo? Fin dall’alba dei tempi alla moneta, in quanto sostituto della merce, era stata riconosciuta la funzione di merce di scambio: una merce che doveva incorporare un valore apprezzabile per poter essere legittimamente scambiata con altra merce. Dopo le più variegate e bizzarre tipologie di merci (conchiglie, piume di uccelli rari, pellicce ecc) si affermò a livello mondiale, per la sua duttilità e la sua rarità, l’importanza dell’oro, che comunque, non di rado, venne a sua volta temporaneamente sostituito da altri metalli preziosi (in primis l’argento), a seconda dell’andamento del mercato. Abbiamo visto però che gradualmente il rapporto fra emissione monetaria e metallo prezioso a copertura è andato dissolvendosi. Iniziarono imperatori, sovrani e signori a “grattare” il metallo delle monete sostituendolo con altro meno pregiato (2 K.Galbraith “Storia dell’economia pag. 159”Bur Edizioni, 2007 – E. Benettazzo “Best before, pag. 125 e 126”, Macroedizioni), allo scopo di garantire risorse per se e i propri eserciti (spesso composti da mercenari, da pagare profumatamente). Da qui il termine di “signoraggio”, letteralmente “l’aggio del signore”, cioè il potere disporre a proprio vantaggio degli innegabili

vantaggi connessi con l’emissione. Ricorda Fabrizio Galimberti giornalista economico del Sole 24 Ore (3) “andiamo indietro nel tempo quando monarchi assoluti, satrapi o despoti avevano il potere esclusivo di battere moneta. Un potere limitato solo dal fatto che, per essere accettata, la moneta doveva avere un valore intrinseco, per esempio essere d’oro o d’argento. Ma, se il re voleva fare una guerra e acquistare granaglie e alabarde per i soldati, e non aveva abbastanza oro e argento, diceva alla real zecca di coniare le stesse monete di prima, con la stessa effige reale, ma mettendoci meno oro. In questo modo acquistava più granaglie e più alabarde. Il suo potere di creare moneta, insomma, gli permetteva di impossessarsi di risorse reali senza colpo ferire: esercitava il suo potere di “signoraggio”.

In un sistema feudale, i signorotti non tardavano ad accorgersi di quanto fosse comodo battere moneta, e cercavano quindi di rendersi indipendenti dai sovrani attribuendosi il diritto di battere moneta. Insomma, il “signoraggio” è il vantaggio iniziale della moneta. Una volta entrata in circolazione, uno se la deve guadagnare col duro lavoro. Ma all’inizio, quando viene immessa per la prima volta, produce un vantaggio a chi la immette. “ Quindi pochi dubbi sul potere immenso che deriva a chi, baciato dal Destino (si proprio quello con la D maiuscola…) decide a sua libero arbitrio “come”, prima ancora che “quanta”, moneta emettere. A conclusione di questo interessante articolo, su un argomento così ignorato dalla gente comune (correva il 4 marzo 2012) il buon Galimberti ci tenne a concludere che, comunque, possiamo dormire sonni tranquilli perchè oggi è tutto ok, ragazzi! Nessuno tema fregature, poichè i proventi derivanti dall’emissione monetaria vengono pressocchè interamente devoluti allo Stato. Una conclusione sconcertante, che purtroppo relega il buon Galimberti a rango di figura “depistatrice”. Peraltro quando avvertii il nostro, via e mail, dell’assoluta inconsistenza di quest’affermazione, mai risposta ottenni… visto che lo Stato italiano nel 2012 ha prodotto un’offerta monetaria di circa 130 miliardi di euro, somma analoga, detratti gli infimi costi di produzione, si sarebbe dovuta rinvenire nei bilanci dello Stato, dove invece nulla risultava. Quindi tutto ok un corno! Ma andiamo avanti … La riserva frazionaria stava avviando l’umanità verso la stagione della moneta fiduciaria, praticamente senza riserva: la moneta aveva valore solo in quanto accettata ma senza un proprio valore intrinseco e i risultati di questo evento incredibile, di questo reale salto verso l’ignoto dell’umanità, li stiamo purtroppo sperimentando sulla nostra pelle ancora oggi. E chissà per quanto.

Torniamo di nuovo indietro nel tempo. Il potere crescente dei banchieri grazie alle immense fortune accumulate con il trucco della riserva frazionaria iniziava addirittura a sovrapporsi a quello dei sovrani. I tempi dei fallimenti clamorosi dei Bardi e dei Peruzzi del XIV secolo per mano di Edoardo III d’Inghilterra (un crack da un milione e mezzo di fiorini, l’1% dell’intera massa monetaria europea), erano sempre più lontani (4) ma la lezione era stata imparata a memoria dalla categoria : garantire sempre i propri crediti con chiunque, sovrani inclusi.

L’ unico reale pericolo per costoro era costituito dalla circostanza che eventuali crisi, periodi di sfiducia o carestie consigliassero ai cittadini il contemporaneo ritiro dell’oro depositato, atteso che, come visto, le note di banco (antenate della moderne banconote) ben presto divennero superiori alla quantità di oro depositato. Tale problema venne superato con la creazione dei primi “cartelli” bancari, con la specifica funzione di garantire il reciproco supporto nei momenti di difficoltà soprattutto legati ad un eccesso di richiesta di oro in cambio di note di banco. Era chiaro a questo punto che ciò che non doveva mai mancare, in quanto pilastro fondamentale per tener su tutto il sistema, era la fiducia della gente: il signoraggio infatti è storicamente rimasto uno degli argomenti più tenuti nascosti alla consapevolezza popolare. Fatto sta che con l’affermarsi delle note di banco il concetto di signoraggio sulla banconota si affianca a quello sulla moneta, laddove il primo adesso rappresenta la differenza tra il costo materiale della stessa (quasi nullo) e il valore nominale, ben superiore, che essa rappresenta. Il grande capitale così accumulato dai banchieri li

rese ben presto i migliori finanziatori dei grandi conflitti tra Stati sovrani nei secoli XVII, XVIII, XIX (lo stesso Cavour chiese vari prestiti ai famosi banchieri Rothschild, per il finanziamento delle guerre di Indipendenza). Il loro affermarsi come banchieri centrali avvenne già nel 1694 quando sir William Paterson finanziò Guglielmo III d’Orange con un prestito di 1.200.000 sterline (per lo più reperite presso investitori privati) concesso all’8% di interesse, somma poi utilizzata per le esigenze connesse con l’imminente conflitto contro la nemica di sempre, la Francia. Allo scopo di garantirsi da eventuali possibili non – restituzioni, in cambio Paterson ottenne anche il diritto di distribuire al pubblico le proprie banconote emesse per un importo pari al valore prestato al Sovrano, al medesimo tasso di interesse del 8%. Tali banconote erano solo parzialmente coperte da oro. Karl Marx nel suo “Il capitale” ( ) sintetizzò con parole molto critiche questa svolta di politica monetaria: “Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e , grazie ai privilegi ottenuti , erano in grado di anticipar loro denaro . Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche , il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra ( 1694 ) . La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento ; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale , tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote . Con queste banconote essa poteva scontare cambiali , concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili .Non ci volle molto tempo perché questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta con cui la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico . Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra , ma , proprio mentre riceveva , rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all ‘ ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del Paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale . In Inghilterra , proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe , si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote . Gli scritti di quell’epoca, per esempio quelli del Bolingbroke , dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati ,finanzieri , rentiers , mediatori , agenti di cambio e lupi di Borsa.” Va comunque sottolineato come l’espansione dell’attività creditizia risultò vitale e determinante per la parallela espansione e finanziamento dei traffici commerciali dell’epoca. L’esempio inglese venne seguito da quasi tutti i Paesi occidentali: la sovranità monetaria lentamente si spostò dai governi alle banche, che assunsero la funzione di autentici garanti dei finanziamenti concessi ai sovrani laddove la credibilità di quest’ultimi era andata nel tempo deteriorandosi a causa della loro propensione a ripetuti “default”, all’atto della restituzione dei vari debiti contratti. Nei neonati Stati Uniti d’America vi furono tentativi respinti dai vari presidenti USA di concedere la sovranità monetaria, anche perchè la stessa Costituzione americana (sedicesimo emendamento) riserva ancora oggi la possibilità di battere moneta al solo Congresso (paragonabile al nostro Governo). Dopo vari tentativi andati a vuoto nel secolo precedente grazie alla decisa reazione anti – banca centrale dei presidenti Thomas Jefferson e Andrew Jackson, la cessione della sovranità monetaria fu cosa fatta grazie alla firma del Federal Reserve Act da parte del neo eletto Presidente Woodrow Wilson il 23 dicembre 1913. Va detto che nella sua istituzione ebbe un ruolo geniale il noto banchiere J.P.Morgan il quale nel 1907 sfruttò a proprio favore il tallone di Achille del sistema bancario: la corsa agli sportelli…mettendo in giro ad arte voci false sulla solvibilità di alcune banche newyorkesi (in particolare la Knicherbocker Trust Company) provocò per l’appunto una corsa al ritiro dei propri soldi da parte della cittadinanza, destabilizzando l’intero sistema finanziario della metropoli prima e dell’intero Paese poi. Ne derivò panico e chiusura degli sportelli per l’evidente crollo delle maggiori banche. La storia è così nota che è citata anche da Wikipedia, la famosa (ma meglio direi famigerata) enciclopedia on line. Ma ecco qui che, come un autentico novello Batman, invade la scena del terrore la figura del “grande benefattore” : J.P.Morgan, che

staccò svariati assegni di milioni di dollari invitando gli altri banchieri a fare lo stesso (li chiuse addirittura nottetempo a chiave in biblioteca, “liberandoli” solo a decisione assunta, la sua ovviamente) per rimpinguare i prosciugati conti bancari. Osserva Wikipedia che “a quel tempo gli Stati Uniti non avevano una banca centrale che potesse re – iniettare liquidità nel mercato”: infatti, adesso l’esigenza di avere una propria banca centrale era chiara all’intero popolo americano. Nel dubbio, per la verità, pochi mesi prima del tracollo, ma sempre nel 1907, un altro noto banchiere Jacob Schiff della Kuhn Loeb & Co. si impegnò in un accorato discorso alla camera di commercio di New York affrettandosi a spiegare che “ a meno di avere una banca centrale con adeguati controlli sulle risorse del credito, questo paese patirà a breve il panico monetario più duro e di vasta portata della sua storia”. Della serie: quando si dice azzeccare le previsioni …Se è vero che l’esperienza insegna all’uomo saggio che quando avviene un crimine deve sempre avviarsi l’indagine su colui che, da quel crimine, ne trae vantaggio particolare, molti sospetti devono addensarsi sui più probabili responsabili della crisi dell’epoca… Fu il senatore Nelson Aldrich, imparentato con i Rockfeller, a proporre al Presidente Wilson la creazione del Federal Reserve System dopo una settimana di riunioni segrete presso le poco note Jekyll Islands nel 1910, riunioni segrete (al punto che i partecipanti si chiamavano con nomi di battaglia) alle quali parteciparono coloro che poi diventeranno i principali azionisti della FED. Nel 1913 nasce il sistema bancario centrale americano noto appunto come Federal Reserve System, un sistema di dodici banche distribuite sul territorio nazionale alle quali è stata delegata la stampa e la distribuzione del dollaro all’interno degli USA, nonché la gestione dell’intera politica monetaria del Paese. Pochi mesi dopo, guarda caso, nasceva l’Imposta sul reddito da lavoro riscossa mediante un Agenzia creata ad hoc, la IRS (Internal Revenue Service), fino a quel momento ancora sconosciuta al panorama fiscale statunitense ma adesso necessaria per pagare un debito pubblico che si accingeva a prendere il volo… peraltro la legittimità di tale imposta risulta ancora oggi dubbia poiché non ratificata da un numero sufficiente di Stati (il dilemma del XVI emendamento). Ma anche la stessa esistenza della FED appare incostituzionale, dato che l’art. 1 ottava sezione della Costituzione americana prevede che solo il Congresso possa detenere, come visto, un potere esclusivo in materia; l’obiezione venne superata sottolineando come non fosse nemmeno espressamente vietato, dalla stessa Costituzione, che venisse battuta moneta dai privati, anche perché la moneta dell’epoca era metallica ma “adesso” la maggior parte era divenuta cartacea… caliamo un velo pietoso…e un altro lo caliamo sulla stessa denominazione pensata proprio allo scopo di far credere alla gente che trattasi di istituzione “federale” e quindi in qualche modo collegata con il governo… dopo la scarsa per non dire nulla incisività della FED nello scongiurare la gravissima crisi del 1929 (che qualcuno sostiene essere addirittura stata da questa provocata e anche qui gli indizi in tal senso non mancano), che costò al mondo una fase depressiva che durò fino alla 2^ guerra mondiale, nel 1933 assistiamo al primo importante atto della FED: l’obbligo di consegna dell’oro da parte di ciascun cittadino alla stessa FED contro un valore prestabilito e fissato dal medesimo Istituto di Emissione, con la minaccia di severe sanzioni per chi avesse omesso tale adempimento; logica conseguenza di tale decisione fu la dichiarata eliminazione della convertibilità in oro del dollaro stesso. Nel 1944 con gli Accordi di Bretton Woods si verificò un parziale passo indietro, nel momento in cui venne proclamato il cd “gold exchange system” cioè la convertibilità di tutte la valute mondiali in dollari e solo quest’ultima valuta a sua volta convertibile in oro (non per i cittadini però ma solo per le Autorità). Tale accordo comportò ovviamente una notevole domanda di dollari a livello planetario. Ma l’Accordo non ebbe vita lunga. Già il 15 agosto 1971 il presidente americano Nixon, a fronte di una ormai insostenibile richiesta di convertibilità, dovette confessare al mondo che, avendo gli USA stampato dollari in eccesso rispetto alle riserve auree disponibili, per sostenere le proprie esigenze economico – finanziarie (connesse in specialmodo con le spese militari) non esisteva sufficiente oro addirittura su tutto il pianeta per poterne controbilanciare l’ingente emissione, nonostante l’avvenuto ritiro coattivo (avvenuto 38 anni prima) di tutte le riserve

auree disponibili dai privati nel Paese. Tutti quanti non poterono non prendere atto, quindi, che possedere dollari era come detenere semplice carta filigranata di valore pressocchè nullo; la clamorosa dichiarazione, paradossalmente, non causò un crollo del dollaro sui mercati, anzi, la moneta continuò ad essere accettata e circolò come e più di prima, mantenendo inalterato il proprio ruolo, ieri come oggi, di valuta internazionale con la quale regolare le transazioni dei prodotti petroliferi. Essendo saltato il cambio fisso, fissato a 35 $ l’oncia, il valore della moneta oscillava seguendo la regola della domanda e dell’offerta, come qualsiasi altra merce. Non abusando della pazienza dei lettori, non voglio soffermarmi troppo sull’organizzazione interna della FED, limitandomi a rilevare come, oggi come allora, l’intero sistema della FED, sia di proprietà dei più grandi istituti finanziari del pianeta. Il distretto di New York controlla gli altri undici (Boston, Philadelphia, Cleveland, Richmond, Atlanta, Chicago, St. Louis, Minneapolis, Kansas City, Dallas, San Francisco) ed è partecipato da dieci istituti di credito : la Rothschild Bank di Londra, la Kuhn Loeb Bank di New York,la Warburg Bank di Amburgo, la Israel Moses Seif Banks d’Italia, la Rothschild Bank di Berlino, la Goldman Sachs, la Lehman Brothers (fallita clamorosamente nel settembre 2008) e la Chase Manhattan Bank di New York, la Warburg Bank di Amsterdam e Lazard Brothers di Parigi. Si tratta in sostanza di una banca privata (al punto da risultare nell’elenco telefonico commerciale, corrispondente alle nostre Pagine Gialle, subito dopo la Federal Express, nota impresa americana di spedizioni postali), partecipata esclusivamente da banche private, avente si sede operativo – amministrativa in Washington DC ma sede legale addirittura all’estero, precisamente in Portorico. La FED quindi, su indicazioni del proprio Comitato, stampa dollari e li cede al Governo americano in cambio di titoli del debito pubblico (Treasury Bond), aumentando l’espansione della base monetaria ma restando perenne creditrice verso il sistema – Paese dell’ammontare della somma prestata più gli interessi. Che il sistema sia alquanto dannoso per il Paese è stato accertato e dichiarato solo da pochi coraggiosi: tra i più recenti tale Jim Rogers, noto investitore internazionale, il quale, il 12 marzo 2008, intervistato in televisione, ne chiedeva l’abolizione sostenendo quanto la pubblica opinione sia instupidita al punto da permettere che la FED salvi i suoi ricchi amici delle banche d’affari. Ma altre figure di ben diverso peso istituzionale hanno in passato avuto parole di fuoco contro l’opera della FED, chiaramente ispirata in primis alla tutela della difesa degli interessi dei suoi azionisti, non certo di garanzia degli interessi del popolo americano, come la Costituzione imporrebbe; anzi l’opinione pubblica, così come il Governo, vengono del tutto tenuti all’oscuro dei provvedimenti che la banca centrale si appresta a varare e nessuno può influenzarli (nemmeno il Presidente degli Stati Uniti) o cercare i verbali dai quali scaturisce la decisione adottata. E questo vale nel “paese delle libertà” alias Stati Uniti d’America così come nell’Unione Europea.

(…continua)

Written by Ludovico Fulci

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