La soluzione qual è allora? È proprio la lotta alla globalizzazione selvaggia

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Carissimi Galimberti – Giussani (rigorosamente in ordine alfabetico…)
Il punto di vista Vostro che è un mantra molto di moda, oggi, riposa nel concetto che sono le multinazionali che creerebbero lavoro nei Paesi del Terzo Mondo, garantirebbero almeno i pochi dollari per vivere alla gente del posto e assicurerebbero a noi che stiamo qui prezzi così bassi che a casa nostra ci sogneremmo (ma poi: perché no? Potremmo sempre delocalizzare in Bangladesh…. Vedete il primo dei paradossi? Per risparmiare qui dovremmo azzerare il lavoro in italia… cosa non si fa per inculcare l’idea della “buona” deflazione); insomma, passatemi la crudezza ma questo punto di vista lo ritengo un tantino disumano oltre che errato. Intanto parte da un presupposto sbagliatissimo: quello della limitatezza delle risorse finanziarie (desumibile dal “almeno quei pochi dollari al giorno li guadagnano” del sig. Giussani), mentre il problema reale è la corretta ed equilibrata gestione delle risorse vere del pianeta (non certo lo stampare pochi fogli di carta scrivendoci sopra 1 o 1000 $, ammesso che oggi la moneta sia … fogli di carta, se non in minuscola parte). Logicamente la classe dominante di oggi, che precipita ad alta velocità verso livelli di disuguaglianza mai visti (come ci racconta ormai da oltre un decennio Joseph Stigliz, premio nobel economia 2001 e non il primo che passa: vedesi il suo recente “the Great Divide”), non potendo /sapendo / volendo (chissà) risolvere il problema della gestione delle risorse mondiali scarica il problema sulla pseudocarenza di soldi. Onestamente e personalmente io bannerei completamente dal nostro sistema socio economico prodotti realizzati a partire da simili condizioni di lavoro (non limitati alla paga misera ma a condizioni di lavoro tali da imporre l’installazione di reti antisuicidio alle finestre delle fabbriche filippine: vedesi No Logo di Naomi Klein); lo farei con dazi elevatissimi (prassi peraltro DA SEMPRE usata dagli USA, liberisti si ma con le terga altrui, quando si tratta di difendere la propria economia non si fanno problemi a imporre dazi monstre ai prodotti stranieri o a elargire generose sovvenzioni ai propri produttori per combattere la concorrenza straniera, come ancora Stigliz riferisce nei suoi due libri “cult” sulla globalizzazione). Quindi per favore non venitemi a dire che i “dazi so’ antilibbbberali” o “nazionalist!!!” ecc. ricercare la prosperità a casa propria giocando al ribasso coi diritti … altrui è una strategia perdente in sé perché il mondo globalizzato di oggi ha l’effetto boomerang ad Alta velocità che il caro Galimberti ben conosce, trovandosi in Australia: ti ritorna tutto sul muso…
La soluzione qual è allora? È proprio la lotta alla globalizzazione selvaggia; che non vuol dire alzare muri o barricate (la ricerca di forme di cooperazione, accordi vantaggiosi per tutti, coordinamento delle economie deve essere un must specie tra Paesi vicini) ma semplicemente rimettere ogni Stato nelle condizioni di gestire la propria moneta e quindi anche le proprie risorse (la seconda presuppone infatti la prima: senza tenere saldi i cordoni della borsa non ti resta che la sottomissione a stranieri). E farlo quindi, nell’interesse dei propri cittadini. Se pensiamo che ciò possa essere fatto dalle multinazionali, ok, il mondo sarà questo: la radio, il televisore o il pc comprato a pochi soldi nel contesto di una deflazione mondiale provocata dal graduale assorbimento delle risorse finanziarie da parte di una elitè di poche persone che deciderà tutto di tutto e per tutti. Fantasie? No, per chi è attento osservatore dei trend. Già, perché la bella liberalizzazione a suon di (im)perfezione dei mercati ha riguardato, da trent’anni a questa parte l’economia mondiale e da una ventina circa (dall’abolizione della Glass Stegall nel 1999 da parte del democratico Clnton) anche il settore bancario, con i risultati drammatici che abbiamo visto con il collasso di Lehman Brothers (alias… subprime story, caliamo un velo pietoso) nel 2008. Vedete, la cosa “carina” della globalizzazione è che è una presa per i fondelli tale che non dovrebbe sfuggire ad un occhio attento; la fine naturale dei processi di liberalizzazione non è .. la libertà economica ma i monopoli, quindi la fine della libertà; chi non ha regole non vuole l’accesso di tutti alle stesse condizioni (la mitica libera concorrenza) ma vuole molto più banalmente far sparire la concorrenza per aumentare i profitti. Nel settore bancario cambia poco o nulla: ha significato anche qui grandi fusioni (ricordiamo che la fine Glass Stegall fu in realtà imposto a mò di ratifica della fusione avvenuta l’anno prima tra i già grandi Citycorp e TravelGroup) con l’aggravante che siamo giunti al punto di creare le dannosissime Too Big To Fail che sarebbero troppo grandi per fallire si, ma non perché “salvate” dal loro essere tanto grandi (!) ma solo perché il rischio sistemico di un loro fallimento sarebbe a questo punto tale che diventerebbe indispensabile l’intervento dello Stato ( si quello : brutto, cattivo e inefficiente), a spese, manco a dirlo dei contribuenti (piano Tarp negli USA, salvataggi bancari via fondi salvastati nella UE). Insomma liberismo garantito dal keynesismo pro ricchi. Bello no? Vedete dove sta il problema? Altro che imprenditore di Casalpusterlengo… dobbiamo ripudiare il miopismo che ci fa apparire ottimale l’andare comprare la radiolina a due soldi che viene dall’altro capo del mondo; non si vincono le guerre facendo due prigionieri, ma preoccupandosi che il nemico sia in procinto di occupare la nostra capitale. Per cui, detta in estrema sintesi, dobbiamo pretendere salari adeguati per tutti e diritti di base garantiti per chiunque. Solo così potranno essere sconfitte le multinazionali dei veleni, dello sfruttamento criminale, dei diritti calpestati. Iniziamo a far si che restino a casa loro e che si ridimensionino: vedrete che il Vietnam non avrà bisogno di sopportare che la propria gente viva in ghetti a tre dollari al giorno lavorando fino a 24 ore di fila e oltre (se serve: capito ora le reti di cui sopra? ecco…) ma potrà garantire uno sviluppo proprio investendo in propria moneta in opere pubbliche come ponti, strade, ferrovie, energia pulita, canali di irrigazione, fabbriche distribuendo e moltiplicando ricchezza attraverso la spesa pubblica e creando per questa corretta via lavoro e occupazione VERI e non salari da elemosine in cambio di un massacro delle vite altrui che dello smembramento dei paesaggi di intere nazioni. Se volete un quadro chiaro di ciò che hanno combinato istituti come l’FMI e la BM nell’est del mondo, ancora meglio che il mitico “Shock Economy” di N. Klein consiglierei la lettura di “Confessioni di un sicario dell’economia” di J. Perkins nonchè “la globalizzazione e i suoi oppositori” dell’economista democratico e premio nobel economia J. Stigliz. Il percorso liberalizzatore del Washington Consensus in realtà ha finito per imporre le regole dei più forti ai Paesi più deboli. Tutto questo va ridisegnato completamente: vanno evitate filosofie di coercizione e condizionamento delle scelte democratiche a casa altrui (spesso attuate con misure che dovrebbero fare i conti con il codice penale) – va compressa la dinamica distruttiva dell’economia reale tipica della speculazione finanziaria (vedesi ad esempio il famoso High frequence Trading finito persino sotto inchiesta della CIA) – va restituita sovranità agli Stati attraverso la gestione delle rispettive valute (lasciamo stare il dollaro, ormai al tramonto su scala mondiale, l’euro strumento politico di deflazione perenne e di sottosviluppo economico – sociale, ma anche il franco AFC in Africa per esempio) – deve essere riconosciuta insomma la massima sovranità possibile agli Stati, a iniziare da quella monetaria. Utopie? Può darsi: ma è per questo che il destino che ci attende non è roseo…
Saluti
Ludovico Fulci

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