LA STORIA DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, NON QUELLA DEI LIBRI DI SCUOLA…. E NOTERETE QUANTE SIMILITUDINI CI SONO CON L’UNIONE EUROPEA E LA DISTRUZIONE E SCHIAVITU’ DEGLI STATI DEL SUD EUROPA (ITALIA COMPRESA)

REGNO DELLE DUE SICILIEREGNO DUE SICILIE

GARIBALDI E IL MASSACRO DI BRONTE

Giuseppe Garibaldi sara’, come vedremo, piu’ volte protagonista della nostra rivisitazione storica, poichè fu straordinariamente importante per l’unità d’Italia nel bene e nel male. Nei nostri libri troviamo esaltanti descrizioni della cosiddetta spedizione dei mille , con la quale Garibaldi ottenne grande gloria, troviamo il suo coraggio combattivo (“qui si fa l’Italia o si muore”), il suo spirito patriottico (“Maestà, consegno a Voi il Sud liberato” – incontro di Teano –), ma non troviamo cenno alcuno del fatto che Garibaldi fu parecchio agevolato nella sua fortunosa “spedizione” dalle congrue assegnazioni finanziarie predisposte da Cavour (circa 8/milioni, in ducati d’oro e titoli bancari) che in parte servirono per “corrompere” i più diretti responsabili militari borbonici, fra cui il Gen.le Landi (comandante del settore occidentale della Sicilia) e il Gen.le Lanza, Luogotenente del Re, poi processato e condannato per il reato di alto tradimento. Non è da dimenticare, inoltre, l’appoggio che Garibaldi ricevette dall’Inghilterra mediante il sistematico schieramento delle sue navi da guerra a Marsala (durante lo sbarco), a Palermo (nei giorni dell’ignominiosa resa borbonica), a Milazzo (durante la strenua difesa di quella piazzaforte), a Messina (nel corso del traghettamento in Calabria), con l’evidente scopo di tenere a bada le unità della flotta napoletana che avrebbero potuto contrastare i movimenti delle camicie rosse garibaldine. Non va neppure trascurato il consistente apporto dei “picciotti” siciliani, pur se parecchi di essi erano assoldati dai ricchi possidenti terrieri e altri ancora facevano parte delle “bande” arruolate da alcuni notori “capoccia” del trapanese e dell’entroterra palermitano. E che dire, infine, della sistematica e forzosa appropriazione (all’uopo presentata come “confisca”) delle risorse in denaro e titoli dei vari comuni “liberati” e delle disponibilità liquide di parecchi istituti di credito, fra cui il Banco di Sicilia di Palermo ?
Come non troveremo nei libri di scuola accenno seppur minimo al massacro di Bronte avvenuto dopo lo sbarco dei Mille.
Nell’entroterra siciliano si erano accese molte speranze di riscatto sociale da parte soprattutto della media borghesia e delle classi meno abbienti. A Bronte, sulle pendici dell’Etna, la contrapposizione era forte fra la nobiltà latifondista rappresentata dalla britannica Ducea di Nelson, dalla proprietà terriera, dal clero locale e dalla società civile.
Il 2 agosto al malcontento popolare si aggiunsero diversi sbandati e persone provenienti dai paesi limitrofi, tra i quali il capo dei carbonai Calogero Gasparazzo, e scattò la scintilla dell’insurrezione sociale.
Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale. Quindi iniziò una caccia all’uomo e ben sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, prima che la rivolta si placasse.
Il Comitato di guerra, creato in maggio per volere di Garibaldi e Crispi, dopo l’eccidio di Partinico, allo scopo di evitare altre sanguinose rese dei conti, decise di inviare un distaccamento a Bronte per sedare la rivolta e fare giustizia in modo esemplare. Per riportare l’ordine giunse un battaglione di garibaldini agli ordini di Nino Bixio, braccio destro del generale.Secondo Gigi Di Fiore (Controstoria dell’unità d’Italia) e altri studiosi, gli intenti di Garibaldi probabilmente non erano solo volti al mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche a proteggere gli interessi dell’Inghilterra (Bronte apparteneva agli eredi di Nelson), e soprattutto a calmarne l’opinione pubblica .
Quando Bixio iniziò la propria inchiesta sui fatti accaduti larga parte dei responsabili era fuggita altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l’occasione per accusare gli avversari politici.
Il tribunale misto di guerra in un processo durato meno di quattro ore giudicò ben 150 persone e condannò alla pena capitale l’avvocato Nicolò Lombardo (che era stato acclamato sindaco dopo l’eccidio), insieme ad altre quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri, Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione il 10 agosto, all’alba.
Alla luce di successive ricostruzioni storiche è appurato che Lombardo non fu responsabile degli eccidi. Anzi, invitato a fuggire, si rifiutò nella convinzione di poter difendere il proprio onore. Nel proclama del 12 agosto 1860 il maggior generale G. Nino Bixio affermava: «Guai a chi crede di farsi giustizia da sé, guai ai sovvertitori e agli istigatori dell’ordine pubblico sotto qualsiasi pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte come la legge vuole…». In seguito, Bixio confessò che quella era stata una missione maledetta e che la responsabilità era tutta del tribunale che aveva inflitto le pene capitali. Dopo Teano, Bixio sarà l’organizzatore principale dei plebisciti per l’annessione dell’Italia meridionale al Regno di Sardegna. Un anno dopo sarà eletto deputato nel 2º collegio di Genova al Parlamento italiano e prenderà posto nelle file della destra. Bronte dimostra che al generale Garibaldi, oltre al ristabilimento dell’ordine pubblico e alla salvaguardia delle proprietà inglesi, interessava scongiurare l’eventualità (per nulla remota, considerata la pluralità delle anime risorgimentali presenti in Sicilia) della nascita di un movimento per la fondazione della Repubblica dell’Italia meridionale. Ancora una volta la povera gente non aveva fatto i conti con gli intrighi internazionali, con i grandi affari e con gli interessi di classe.

Anna Schiaffino Giustiniani- l’ amore non piu’ corrisposto di Cavour la condusse al suicidio

Non tutti sanno che Camillo Benso conte di Cavour oltre ad essere un abile stratega della scena politica fu anche un abile amante e come per la politica in questa veste si dimostro’ sempre freddo e distaccato, come quando ebbe da giovane una relazione turbolenta che che per qualche anno lo legò alla nobildonna Anna Schiaffino Giustiniani.

Ma chi era questa donna e come conobbe il futuro tessitore dell’unità d’Italia?

Anna Schiaffino aveva sposato giovanissima il marchese Stefano Giustiniani Campi da cui aveva avuto due figli; come spesso accadeva, il matrimonio era felice solo in apparenza, poiché la ragazza, affatto innamorata del consorte, viveva quella situazione con sofferenza ed era attanagliata da uno stato depressivo che non l’avrebbe più lasciata.

A Genova, dove abitava, Anna, o semplicemente “Nina”, aveva allestito uno dei primi salotti repubblicani d’Italia, di cui era fervente animatrice; fu qui che ebbe luogo, nel 1830, il primo, fatidico incontro tra la triste signora e il ventenne Camillo, divenuto ufficiale del Genio e inviato in varie località d’Italia per seguire lavori di fortificazione militare.
La marchesa restò da subito affascinata dall’intelligenza e dai modi di Camillo, e in breve, nacque una storia d’amore che avrebbe finito per stravolgerle la vita.La notizia della relazione si sparse di bocca in bocca suscitando inevitabilmente scandalo, poiché lei era sposata ad un uomo facoltoso con importanti mansioni politiche ed aveva già due figli; ciò le procurò l’ira della madre, preoccupata che la figlia potesse essere ripudiata e restare senza un soldo, e incredibilmente, la condiscendenza del marito che, prendendola con filosofia”, bollò la relazione extraconiugale della moglie come “è solo una passione” come scrisse in una lettera.

Intanto, mentre la donna, coinvolta e innamorata, si attaccava con impeto sempre maggiore al “suo” Camillo, lui, tornato a Torino, pian piano si staccava da lei e frequentava altre donne; Anna, al contrario, ne era ossessionata e più Cavour dimostrava di volersi allontanare da lei, più lei diventava sofferente e gelosa, al punto che iniziò a non frequentare nessuno chiudendosi pericolosamente in se stessa e non preoccupandosi minimamente di tenere nascosta la sua passione a madre e marito.

La relazione visse un ultimo gioioso sussulto dopo qualche mese, quando Anna e Camillo ebbero modo di rivedersi vicino Torino, e approfittando delle assenze del marchese, riuscirono a incontrarsi ogni giorno, mattina e pomeriggio, in un irrefrenabile turbinìo di sensi e passione; ma poco dopo la storia finì perché Cavour si innamorò di un’altra donna.Ormai la Schiaffino, sempre più sconsolata e depressa, sentendosi abbandonata e non riuscendo a sopportare il distacco dall’uomo che amava, iniziò a mostrare inequivocabili segni di squilibrio, che la condussero a tentare più volte il suicidio finché non ottenne la morte tanto desiderata e attesa: nella notte tra il 23 e il 24 Aprile 1841, giorno dell’anniversario del primo incontro con Cavour, si gettò dalla finestra della propria camera di Palazzo Lescari a Genova, dove risiedeva: morì qualche giorno più tardi.
Questo è lo stralcio di una lettera che indirizzò all’amante qualche tempo prima di suicidarsi:

“La donna che ti amava è morta. Ella non era bella, aveva sofferto troppo. Quel che le mancava lo sapeva meglio di te. E’ morta dico e in questo dominio della morte ha incontrato antiche rivali. Se essa ha ceduto loro la palma della bellezza nel mondo ove i sensi vogliono essere sedotti, qui ella le supera tutte: nessuna ti ha amato come lei. Nessuna!”

LE TRASGRESSIONI SESSUALI DI VITTORIO EMANUELE II

Era un uomo piuttosto rozzo e impulsivo, coraggioso in battaglia, amava la caccia, le donne, i cavalli, e la vita semplice dei montanari assai più delle cerimonie di corte.Non brillò, è noto, per fedeltà coniugale alla pia e mite Maria Adelaide (morta nel 1855)
Si parla tanto delle amene serate di Arcore e che dire invece dei comportamenti sessuali del nostro padre della patria Vittorio Emanuele II?
Ce ne parla ampiamente Carlo Dossi (Zenevredo, 27 marzo 1849 – Cardina, 19 novembre 1910), scrittore e politico dell’epoca, nelle sue “note azzurre”. Aristocratico e diplomatico , il Dossi in questo suo diario ,che in apparenza potrebbe sembrare uno zibaldone di osservazioni e commenti di varia natura, annota un’infinità di aneddoti non di rado scabrosi su personaggi illustri o poco noti della società milanese e italiana contemporanea . Tra questi lo scrittore ci parla delle le vicende erotiche di quel “violentatore di vergini” ed irrefrenabile “chiavatore” che fu Vittorio Emanuele II.
Eccone qualche accenno:

“Appunto 539, pag. 33: “Si dice che una contessa B(…) di Udine, immiserita per la sua prodigalità, abbia prostituito una sua figlia di 13 anni a quel re viziatore di vergini che ha nome Vittorio Emanuele. Sta di fatto che la contessa oggidì spende e spande- e trae in carrozza la sua infamia pei pubblici passeggi di Udine”.

Appunto 4595, pag. 616. Mi avvarrò, per questa nota, di molti omissis. Sarei imbarazzato a trascriverla integralmente.

“Vittorio Emanuele fu uno dei più illustri … contemporanei. Il suo budget segnava nella rubrica donne un milione e mezzo all’anno, mentre nella rubrica cibo non più di 600 lire al mese. A volte, di notte, svegliatasi di soprassalto, chiamava l’aiutante di servizio, gridando “una fumna, una fumna!”- e l’aiutante dovea girar i casini della città finché una ne avesse trovata, fresca abbastanza per essere presentata a S. M. La tassa era di lire 100- ad ogni donna però, che avesse rapporti con lui, dava un contrassegno, perché, volendo, si ripresentasse (…) Il suo dottore di corte aveva un gran da fare a riaccomodare uteri spostati (…) Quel Giove terrestre, quando coitava, ruggiva come un leone. Amava che le donne gli si ripresentassero nude con scarpettine e calzette; e fumando sigari avana si divertiva a contemplarle, mentre gli ballavano attorno. Ma a un tratto lo pigliava l’estro venereo,e (…). – Una sera poi scrisse al naturalista Filippi un biglietto così concepito “Vi prego di mandarmi stasera nel mio boudoir un leone impagliato”. E il leone viaggiò quella sera a corte in una carrozza reale, destinato a chissà quali misteri. – Vittorio amava personalmente l’oratore Brofferio, altro gran …, cui domandava e quante volte facesse e come ecc. con quell’interesse con cui stava al corrente delle sorti d’Italia. – Brofferio gli faceva poi da araldo e pacificatore colle nuove e vecchie amorose – uno dei sintomi della sua prossimità alla fine, egli lo sentì pochi giorni prima di porsi a letto, quando disse in piemontese a Bruno “sa dottore- non mi tira più; brutto segno”- Nelle sue gite di caccia a Valsavaranche era seguito da un harem di donne- Amava soprattutto la Rosina Vercellana (poi contessa di Mirafiori) e ai figli di lei diceva: “Umberto e Amedeo sono i figli della nazione; voi, i miei”.


ROSA VERCELLANA (la bella Rosin)

Vittorio Emanuele II mantenne la propria relazione con Rosa Vercellana per tutta la vita, nonostante le sue altre numerose amanti, ed ebbe da lei due figli: Vittoria (1848-1905) ed Emanuele (1851-1894). La relazione suscitò scandalo e ostilità a corte, ma Vittorio Emanuele non cedette alle pressioni e l’11 aprile 1858 nominò Rosa Vercellana Contessa di Mirafiori e Fontanafredda, comprando per lei il castello di Sommariva Perno.
Nel 1863 si trasferì negli Appartamenti Reali di Borgo Castello all’interno dell’attuale Parco regionale La Mandria. Tale residenza, che non apparteneva alla Corona ma al patrimonio privato del re, rimase sempre la preferita della coppia, poiché Vittorio Emanuele II amava rifugiarvisi per cacciare e sfuggire alla vita di corte.
Nel 1864 Rosina seguì il re a Firenze, stabilendosi nella villa “La Petraia”. Nel 1869 il re si ammalò e temendo di morire sposò Rosa Vercellana con un matrimonio morganatico, ovvero senza l’attribuzione del titolo di regina. Il rito religioso si tenne il 18 ottobre di quell’anno. Il matrimonio fu celebrato anche con rito civile otto anni dopo, il 7 ottobre 1877, a Roma. Vittorio Emanuele morì tre mesi dopo, il 9 gennaio 1878.

Rosa Vercellana trascorse gli ultimi anni della sua vita nel palazzo Feltrami di Pisa, che il re aveva acquistato per la figlia Vittoria, e qui morì nel 1885
Casa Savoia vietò che venisse seppellita al Pantheon, non essendo mai stata regina; per questo motivo, e in aperta sfida alla corte reale, i figli fecero costruire, a Torino Mirafiori Sud una copia del Pantheon in scala ridotta, poi soprannominata “Mausoleo della Bela Rosin”. Isolata e disprezzata dai nobili, Rosa Vercellana fu invece amata dal popolo per le sue origini contadine: si dice che la canzone popolare risorgimentale La bela Gigogin si riferisse in realtà a lei.

LE ISTIGAZIONI ALLE RIVOLTE


Per espandere il suo potere sull’intera penisola , Vittorio Emanuele aveva bisogno di avere di pretesti per non apparire come l’usurpatore aggressore dei ducati e del Regno delle due Sicilie e dello stato Pontificio.
L’idea di creare ad arte delle rivolte glie la diede Daniele Manin , dittatore di Venezia,quando Venezia insorge. E Manin ha l’intuizione di convogliare sotto i Savoia tutte le energie rivoluzionarie che c’erano in Italia. tutti i diversi membri delle varie società segrete. Perché – spiega Manin – “I Savoia sono sempre stati nemici dei nostri peggiori nemici”. Cioè, nemici dell’Austria e nemici del Papa. Siccome i Savoia hanno dato prova di essere nemici del Papa, i Savoia vanno aiutati in questo loro intento di ingrandimento territoriale.
I Piemontesi prendono l’idea di Manin, la fanno propria, e, organizzandosi , riescono a formare dei comitati della Società Nazionale, legittimi in Piemonte, illegali, coperti, in tutte le province dei vari stati italiani. Cioè, c’è una rete di cospirazione formidabile, coperta nella maggior parte d’Italia, che organizza l’annessione .
Il problema era che, siccome i popoli “gemevano”, siccome l’opinione pubblica mondiale era d’accordo nella liberazione dei popoli che “gemevano”, questi popoli che gemevano dovevano dar segno in qualche modo della loro sofferenza. Insomma, dovevano insorgere. E si trattava quindi di organizzare quelle che venivano chiamate le “insurrezioni”, cioè, le rivolte spontanee della popolazione contro i sovrani oppressori. Soprattutto il Papa e Ferdinando II e poi Francesco II delle Due Sicilie.
Era necessario che l’opera cominciasse dai popoli, il Piemonte doveva essere chiamato ad intervenire, per evitare che in Europa non si gridasse alla conquista e si e si tirasse addosso una coalizione europea.
“Io non posso spennere la mia dittatura su popoli – dice Vittorio Emanuele II – che non mi invocano e che, collo starsi tranquilli danno pretesto alla diplomazia di dire che sono contenti del governo che hanno».
Siccome in Italia non c’era nessuno che insorgeva perché non erano così infelici le condizioni della popolazione che viveva in Italia alla metà dell’Ottocento, si trattava di suscitare delle rivolte “spontanee”.
Ad organizzare tutto ci pensarono Cavour e il suo segretario La Farina i quali prevedono tutto, e prevedono che a queste insurrezioni facciano seguito un governo dittatoriale guidato da un dittatore o Commissario provvisorio, il quale – sentite le istruzioni della società Nazionale – proibira’ la fondazione dei circoli e dei giornali politici, ma pubblicherà un bollettino ufficiale dei fatti che gli importerà di far conoscere al pubblico. Cioè, vengono invasi gli stati in nome della libertà, e, sempre in nome della libertà, si stabilisce la dittatura. Tutta la stampa è soppressa. Viene permessa solo la stampa del Governo, che racconta i fatti che il Governo vuole siano saputi e vorrà che sia diffuso capillarmente in modo che tutti sappiano come sono andati i fatti secondo la versione ufficiale dei colonizzatori.

Le rivolte cominciano


Quindi vediamo che succede in Toscana nel 1859, che succede a Parma e Perugina, e poi chiudiamo con la cosiddetta “Impresa dei mille” in Sicilia e in tutta l’Italia meridionale. Cominciamo quindi dalla Toscana. In Toscana c’è un personaggio interessante, che è stato ministro della Pubblica Istruzione, un personaggio di rilievo del Piemonte liberale, che si chiama Carlo Boncompagni, che nel frattempo è diventato ambasciatore dello Stato Sardo presso il Granduca di Toscana e che – pensate che correttezza – in quanto ambasciatore è il capo della rivoluzione in Toscana. E fa venire dal Piemonte un’ottantina di carabinieri, li traveste da popolani toscani… e così comincia la presa del potere del dittatore Bettino Ricasoli – barone Toscano – in nome di Vittorio Emanuele.

Ricasoli, come dira’ poi Cavour in una lettera a Vittorio Emanuele, “Governava come un pascia’ turco”.Immaginate, la libertà portata da un pascià turco.«Nessuna libertà di persona, di domicilio, di stampa. Ogni associazione vietata. Violato sistematicamente il segreto delle lettere. Uomini senza fede e senza carattere, onorati. Reietta la libertà religiosa. Il pubblico erario dilapidato per saziare l’ingordigia di nuovi favoriti. Lusso di birri e di spie all’infinito. Pauroso silenzio dappertutto. Espulsioni, arresti, perquisizioni ma sopratutto un erario dilapidato come poi succedera’ anche durante il regno sabaudo sopratutto nel meridione depredato di tutte le ricchezze che prima avevano.Eppure i bilanci dell’ex Granduca erano a posto come tutti i bilanci degli stati italiani preunitari, eccetto il Piemonte) infatti prevedevano per il 1859 un avanzo di 85.000 lire.
Il nuovo Governo con Ricasoli chiudeva il 1859 con un disavanzo di 14.168.000.Quindi, per tutti latrocini che sono stati compiuti dal “Pascià turco” in Toscana, quell’anno – quello dell’annessione, nel ’59 – si è concluso con un passivo di bilancio di più di 14 milioni. Quindi hanno sperperato quei circa 7 milioni, e a quelli ne hanno aggiunti altri 14. cioè, hanno fatto un danno di 21 milioni di lire, che all’epoca erano una cifra veramente significativa. Questo per quanto riguarda la fine del regno del Granduca di Toscana.

Prendiamo un altro esempio, e andiamo a Parma , dove governava la Duchessa Luisa Maria di Borbone

, di nuovo le insurrezioni, di nuovo la legittima sovrana viene cacciata. Ambiti un colonnello della duchessa viene arrestato dai carabinieri e poi lasciato in mano agli insorti che faranno scempio del suo corpo , tagliando testa , mani e gambe e portando i miseri resti in giro per la citta’. Questi fu il clima istaurato nella ricca Parma.
Il dittatore che fu scelto per governare il granducato fu Carlo Farini

Vediamo come si comporta questo dittatore nei confronti delle proprietà del vecchio duca. Filippo Curletti è il capo della polizia politica. È uno sbirro fedelissimo a Cavour che, oltre ad essere sbirro, essere poliziotto, è anche il capo di una banda di malviventi a Torino, si chiamava la “Banda della Cocca, fu proprio Curletti a raccontare che fu proprio Farini a permettere l’omocidio di Ambiti e consentirne lo scempio del corpo.
Curletti racconta ancora che Farini sottopone il palazzo del duca a un vero e proprio saccheggio. Fa fondere l’argenteria, la trasforma in lingotti, e persino gli abiti della duchessa sono adattati al portamento della signora Farini e di sua figlia. Mentre si comporta come un ladro di polli, Farini fa scrivere da Curletti che il duca, fuggendo, aveva preso con sé tutta l’argenteria e tutti gli oggetti di qualche valore lasciando vuote financo le cantine. Evidentemente Farini aveva pensato di “visitare” anche le cantine.

Per i Piemontesi, dunque, le cose procedono secondo i piani, le insurrezioni provocate ad arte, aumentano e cosi pure le annessioni.

Passiamo ora ai territori della Chiesa.
Vediamo le vicende di Perugina. Perché ci sono tutti i comitati della Società Nazionale di cui parlavo prima che organizzano numerose insurrezioni in tutta l’Italia, e quindi anche nell’Italia Centrale. Senigaglia, Fano, Ancona, Perugina, eccetera. Però il Papa aveva un esercito che non poteva nulla contro un’invasione organizzata da uno stato così determinato nella conquista degli altri, e così indebitato presso tutte le potenze che contavano (Inghilterra, Francia e singoli banchieri. Così indebitato che aveva ridotto alla bancarotta il Regno di Sardegna. Pio Nono non poteva governare in quel modo li. Non poteva buttare i soldi nella difesa, però aveva un esercito degno di questo nome. Un esercito che era anche composto dai volontari che Pio Nono aveva chiamato da tutta Europa, delle migliori famiglie, a combattere per la difesa della chiesa.
Allora, Perugina. Perugina viene fatta insorgere sempre grazie a Boncompagni che era a Firenze, che manda dai 3 ai 5mila uomini – dicono le fonti – a fare finta di essere i popoli insorgenti di cui parlavamno. Certo, questi toscani erano più credibili come popoli insorgenti, dei carabinieri torinesi. Quindi la locale cellula sovversiva di Perugina, interamente formata da massoni, riceve uomini soldi e armi dalla vicina Firenze. E, in questa situazione però è chiaro che il Papa reagisce e riporta l’ordine. È evidente: se c’è una rivoluzione il governo costituito cerca di arginarla. E così è assolutamente folle pensare che questi insorti perugini possano vincere l’esercito che il Papa sta mandando, comandato dal colonnello Shmidt per liberare – in questo caso alla lettera – Perugina da questo manipolo di insorti, per la maggioranza provenienti dall’estero, che l’hanno fatta ribellare. Trovandosi in queste condizioni il Governo provvisorio scrive a Cavour, scrive al capo della rivoluzione italiana, e gli chiede: “Che dobbiamo fare? Dobbiamo resistere o dobbiamo arrenderci?”. E Cavour risponde per iscritto che “dovevano resistere, perché se resistevano facevano passare Pio Nono per un despota sanguinario”. E così avviene.
Le stragi di Perugina, le stragi di cui tutta la letteratura liberale avrebbe poi parlato, come tutti i libri di storia riportavano fino a qualche anno fa, parlano di stragi. E queste “stragi” fanno dieci morti e 35 feriti fra i papalini, e 27 morti, un centinaio di feriti e 120 prigionieri fra gli insorti. Mentre i capi della rivolta riescono a fuggire in Toscana. Questi dati servono a capire che l’episodio di Perugina tutto è stato, fuorché una strage. E che per di più se di strage si può parlare, è una strage voluta e ordinata dal conte di Cavour per contribuire a dileggiare l’immagine di Pio nono all’estero. Se strage vera c’era stata, questa avvenne nel 1849 quando i piemontesi invasero Genova per essersi rivoltata contro il regno sabaudo. Qui il generale Lamarmora va a riportare l’ordine . Qui il generale consente ai suoi soldati «atti di violenta libidine su figlie di onorate famiglie».Quindi i soldati quindi erano andati in giro a violentare nelle case dei borghesi, nelle case di onorate famiglie .
Il ministro del regno Ricci a simili accuse mosse dal politico repubblicano Giorgio Asproni

ebbe a dire;”«I soldati erano bei giovani, e in quelle violenze le donne avevano pure provato un piacere». Questa è la difesa che il ministro dell’interno fa del generale Lamarmora che permette il saccheggio e lo stupro dei suoi soldati a Genova. E Asproni chiude dicendo: «Auguro al Signor Generale, fortuna e piacere uguale a sua moglie e alle sue figlie».
Invece le pseudo stragi di Perugina serviranno a Cavour e a Vittorio Emanuele per poi invadere lo stato Pontificio senza dichiarazione di guerra, uno stato che era il baluardo della Cristianita’.
Eppure i piemontesi erano erano vincolati al rispetto della religione cattolica dal primo articolo dello statuto (che la dichiarava religione di Stato). Cavour poi chiamera’ truppe mercenarie quei giovani accorsi da tutta l’Europa a difendere il Papa , giovani che invece combatterono e morirono senza soldo , ma solo per spirito cattolico.
In altre parole Cavour giustifichera’ l’invasione dello stato Pontificio per evitare un’altra strage come quella di Perugina , una strage da loro stessi provocata. ma che in effetti non c’era mai stata se non con pochi morti.

L’ANNESSIONE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE E LA SPEDIZIONE DEI MILLE:QUALCHE VERITA’

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Il libri di storia ci presentano Don Peppino Garibaldi come il liberatore, il generalissimo, l’eroe dei due mondi , ed in parte è vero. Ma per quanto riguardo la liberazione del regno delle due Sicilia qualche altra verita’ bisognerebbe pur dirla.
A voi sembra mai possibile che quest’uomo partendo da Quarto con mille volontari riesce a conquistare un Regno di 10 milioni di persone con un esercito attrezzatissimo per l’epoca e e con una marina che era la più grande e potente del Mediterraneo?
Quest’opera fatta da mille scamiciati è veramente un prodigio, un miracolo! Ecco, la parola esatta è proprio miracolo. Se però andiamo a vedere le fonti ovviamente il tutto è fuor che un miracolo.
La verita’ la racconta Giuseppe La Farina segretario particolare di Cavour.
Giuseppe La Farina, nelle sue lettere e in alcuni articoli pubblicati su un giornale che si chiama “Espero”, racconta per filo e per segno com’è stata organizzata la Spedizione dei mille. In una lettera a Pietro Sbarbaro la Farina scrive: «Ella vedrà che il concetto fu mio, che Garibaldi esitava, e ne ho documenti. Le armi e le munizioni furono somministrate a Garibaldi da me. Egli non aveva nulle Gli indugi alla partenza vennero da Garibaldi e dai suoi amici, i quali dicevano che quell’impresa è una follia». Lo era effettivamente! E continua: «Garibaldi si decise a partire quando seppe che i siciliani sarebbero partiti senza di lui». Questa è la verità vera! Per di più, negli articoli e nelle lettere a Sbarbaro, a tutti i “fratelli” massoni sparsi per la penisola.
La spedizione viene organizzata per anni nei minimi particolari lavorandoci anche di notte.E in uno di questi notturni abboccamenti – nel 1858 – fu presentato al Conte di Cavour il Generale Garibaldi venuto clandestinamente da Caprera e di cui non si fidava minimamente.
Era una cosa segretissima perché ufficialmente il Regno Sardo non era cospiratore, non era un regno di aggressione, era un regno liberatore.
Quindi, se si fosse saputo che il primo ministro del Regno di Sardegna aveva organizzato lui, in proprio, questa spedizione, sarebbe stato uno scandalo mondiale che avrebbe mandato all’aria tutti questi progetti tanto
coltivati.

COMINCIA LA CORRUZIONE DEGLI UFFICIALI BORBONICI


Cavour da’ incarico all’ammiraglio Persano

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di tallonare Garibaldi controllandone le mosse , non solo, ma deve organizzare anche la corruzione sistematica dell’ufficialità borbonica naturalmente corrompendola con ingenti somme di denaro .
Ma perché questo succeda e perché una flotta seria come quella meridionale non veda lo sbarco di uomini, munizioni e armi che si fa nei vari porti della Sicilia e dell’Italia meridionale, ci deve essere qualcuno che non deve vedere. E questo qualcuno erano gli ufficiali della Marina Borbonica, che erano stati “comprati”, corrotti da Persano per conto di Cavour. Infatti Persano racconta in questo diario /e la pubblicazione di questo diario è una cosa inverosimile perché è la divulgazione dei segreti di Stato in anni contemporanei). Sono cose che non succedono mai. Segreti di Stato che per di più erano dei segreti indecenti di Stato!
Comunque Persano in questi diari racconta che Cavour gli aveva messo a disposizione presso alcuni banchieri amici suoi, che avevano una filiale a Napoli, un “credito illimitato.Quindi questa impresa dei Mille è tutto, fuorché farina del sacco di Garibaldi e del suo eroismo. Anche perché, chi erano i Mille con cui Garibaldi sarebbe andato a conquistare uno Stato con un esercito e una marina di tutto rispetto?

CHI ERANO I FAMOSI MILLE DI GARIBALDI


Per capire chi fossero questi Mille, sentiamo che cosa ne scrive Garibaldi. Egli dice, parlando dei suoi: «Tutti generalmente di origine pessima e per di più ladra. E, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto». Questi sono i Mille descritti dal loro capitano. Dal loro Generale. Uomini presi dal letamaio della violenza e del delitto… D’altronde è abbastanza credibile che siano cos’ le cose, perché si trattava di andare a fare saccheggi, rapine! Si trattava di andare a turbare la convivenza civile di popolazioni indifese. Pertanto chi ci poteva andare se non questi, che, come dice Garibaldi, avevano tali radici genealogiche?

CAVOUR CONTINUO’ A SMENTIRE IL COINVOLGIMENTO


Nel maggio del 1860 Cavour per smentire nel modo più fermo la partecipazione del Piemonte, del Regno di Sardegna, a questa impresa garibaldina fa scrivere nella Gazzetta Ufficiale del Regno: «Alcuni giornali stranieri a cui fanno eco quei fogli del paese che avversano il Governo del Re e le Istituzioni Nazionali, hanno accusato il Ministero di connivenza nell’impresa del Generale Garibaldi». Beh, qualcuno aveva parlato di come erano andate le cose… Vediamo come risponde Cavour: «La dignità del Governo ci vieta di raccogliere ad una ad una queste accuse e di confutarle .L’Europa sa che il governo del Re, mentre non nasconde la sua sollecitudine per la Patria comune, conosce e rispetta i principi del diritto delle genti e sente il debito di farli rispettare nello Stato, della sicurezza del quale ha la responsabilità». rigetta con sdegno queste ipotesi e ricorda come Vittorio Emanuele rispetti il diritto pubblico… Pensate che Vittorio Emanuele era anche cugino di Francesco II Re delle due Sicilie. Un cugino che aveva sempre assicurato a Francesco Secondo, nelle sue lettere, che lui certamente era dalla sua parte. Nel frattempo Vittorio Emanuele organizzava e dava soldi personalmente a Garibaldi perché questa impresa riuscisse.

GARIBALDI IN SICILIA

La Farina – che ha organizzato tutto – scende in Sicilia , Cavour in tutta la sua vita non scendera’ mai al sud, nenache dopo l’unita’ d’Italia, ma ci potra’ rimanere solo poco tempo in quanto Garibaldi gli impone di tornarsene immediatamente da dove era venuto, a Torino.
Però, prima di tornare a Torino, La Farina racconta cosa ha visto, nei dispacci quotidiano che spedisce a Cavour. Vediamo cosa scrive: «Io non debbo celare a Lei (sta parlando a Cavour), che nell’interno dell’isola gli ammazzamenti seguono in proporzioni spaventose. L’altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica perché cosa dei Gesuiti. Si assoldano a Palermo più di 2mila bambini, dagli 8 ai 15 anni, e si dà loro tre tarì al giorno…E La Farina Continua: «Si manda al tesoro pubblico a pigliare migliaia di ducati senza neanco indicare la destinazione. Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali, né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura. Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti. I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti, compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali». Avete sentito quest’ultimo particolare. A chi danno gradi militari:ai galeotti! Quelli che stavano in galera per furto ed omicidio. Questi diventano i capi dell’esercito e della polizia. Non c’è male come ordine! E Garibaldi??Don Peppino diventa il dittatore assoluto , circondato anche da alcuni Mazziniani come Bertani e Crispi quindi repubblicani che lo lusingvano invogliandolo a procedere fini a Roma .
Garibaldi fa quello che vuole infischiandosene di quelli che, apparentemente sono ministri e presidenti del consiglio .
Ecco cosa scrive Pier Carlo Boggio, giornalista e professore di diritto costituzionale, noche’ deputato e patriota :
«Il principe di Torre Arsda legge nel foglio ufficiale la propria nomina a presidente del Consiglio dei Ministri, della quale è affatto inconsapevole». Questo principe – ripeto – è un personaggio noto, non sa di essere presidente del Consiglio dei ministri. Legge questa sua nomina sul giornale ufficiale… Attende l’annuncio diretto del Capo dello Stato, cioè, di Garibaldi… Passa un giorno, passano due: «Nulla riceve. E intanto escono sulla gazzetta governativa decreti e provvisioni che appaiono da lui emanate». Cioè, lui non solo non sa niente di questa cosa, ma lui firma, risulta firmare dei provvedimenti di cui lui è assolutamente inconsapevole. Non ne sa nulla! «Si presenta tre volte al dittatore per chiedere una spiegazione. Gli dicono che non ha tempo di riceverlo…

LE MALEFATTE E LE PRETESE DI GARIBALDI PREOCCUPANO CAVOUR

Le mire espansionistiche del Generale preoccupano non poco Cavour.
Se Garibaldi si spinge fino a Roma , Napoleone III,Re dei francesi, che si finge cattolico, interverra’ sicuramente in difesa del Papa, non può consentire ,infatti, che i liberali piemontesi prendano anche il Lazio e Roma. I Savoia rischiano di perdere tutto, tutti i soldi che hanno buttato nell’impresa italiana, e Garibaldi va fermato, inoltre al seguito c’è un’orda di persone che crede di poter fare di tutto in nome della conquista.E verra’ quindi definitivamente fermato di li’ a poco , quando a Taverna Catena e non Teano, come dicono i libri si incontrera’ con Vittorio Emanuele.

LA TRATTA DEI NAPOLETANI

Vediamo ora quello che è successo nel regno di Napoli dopo la conquista .

La Civiltà Cattolica (una rivista dei Gesuiti), scrive in una corrispondenza da Genova, nel settembre 1891: «In Italia, o meglio, negli Stati Sardi, esiste proprio la tratta dei napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in gran quantità, si stipano nei bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di quegli spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri ,affamati, piangenti.
E, sbarcati, vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in via Assarotti, dove è un deposito di questi sventurati». La tratta dei napoletani…! La Civiltà Cattolica descrive quello che succede e di quello che resta dell’esercito borbonico… la tratta dei napoletani! Quanto al Re, Francesco II
, l’8 dicembre 1870, scrive ai popoli delle due Sicilie… (Questo Re era un giovane di 22 anni, che succede al padre, che era in piena salute… Molte fonti dell’Ottocento dicono che il padre è stato avvelenato, sapendo che chi gli succedeva non aveva nessuna esperienza di governo, e perciò non era adatto al compito. Qualcuno afferma che il giovane re fu ingannato anche dal suo Ministro di polizia , Liborio Romano che gia’ prima aveva iniziato a prendere contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi e a preparare il traghettamento del Mezzogiorno dai Borbone ai Savoia.Romano ottenne da Garibaldi la conferma nel ruolo di ministro dell’interno che tenne quindi fino al 24 settembre 1860, data in cui entrò a far parte del Consiglio di Luogotenenza, ove rimase fino al 12 marzo 1861.
Nel gennaio 1861 si tennero le prime elezioni politiche per il costituendo Regno d’Italia, e Liborio Romano venne eletto deputato, vincendo in ben 8 circoscrizioni

La storia dice che fu proprio Romano a suggerire al re Francesco II di Borbone di lasciare Napoli alla volta di Gaeta senza opporre resistenza, così da evitare sommosse e inutili perdite di vite umane. Grazie al suo impegno non ci furono problemi di ordine pubblico e Giuseppe Garibaldi poté giungere in treno a Napoli.
Intanto nell’aministrazione dell’ex regno di Napoli e delle due Sicilie regna il caos , la sicurezza individuale non esiste .Le prigioni sono piene di sospetti (non di colpevoli, nota la Pellicciari), in luogo della libertà, lo stato d’assedio regna nelle province e il generale Cialdini pubblica la legge marziale decretando le fucilazioni istantanee per tutti che non si inchinano innanzi alla bandiera di Sardegna». Pensate, venivano ammazzate le persone che non si inchinavano alla bandiera.
Le finanze del regno, una volta floride, vengono artatamente dissestate e le Due sicilie sono state dichiarate province di un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governate da prefetti venuti da Torino.
Così il dramma del meridione si è consumato, e non è ancora finito. Si è consumato con una emigrazione in massa. A partire dagli anni 70 e negli anni 80 e 90 dell’Ottocento, tutti gli uomini che potevano, cioè, tutta la parte più forte dal punto di vista lavorativo, è emigrata. Questa colonizzazione del meridione è stata fatta – e questo è l’aspetto più terribile – in nome della liberazione del Meridione che “gemeva” sotto il dispotico Ferdinando Secondo e Francesco Secondo di Borbone.

IL MALCONTENTO DEL MERIDIONE E IL BRIGANTAGGIO

I meridionali che avevano aiutato Garibaldi , i contadini ai quali erano state fatte promesse poi non mantenute, le angherie costrette a subire dai nuovi conquistatori, gli ex sottoufficilai borbonici ora senza lavoro o perseguitati , fanno nascere quel fenomeno chiamato Brigantaggio.
Le premesse per una rivolta popolare erano già nell’aria fomentate dalla propaganda borbonica che incitava le masse dei diseredati a considerare i conquistatori piemontesi come il nuovo nemico da combattere e nell’autunno del 1860 una violenta guerriglia sfociò in tutta la parte continentale dell’ex Regno delle due Sicilie, con una diffusione massiccia nell’area compresa tra l’Irpinia, la Basilicata, il Casertano e la Puglia. Capitanati da ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici e garibaldini, decine di migliaia di ribelli si diedero alla macchia rifugiandosi nelle zone montuose più impervie e inaccessibili per dare inizio a una guerriglia condotta su un duplice fronte, quello delle incursioni per razziare e depredare i ricchi proprietari terrieri, e quello sul piano squisitamente militare contro l’esercito piemontese. In un primo tempo la matrice della ribellione sembrava essere circoscritta a fattori di natura prettamente politica e configurarsi nella lotta armata contro l’oppressore, ma quando la giurisdizione del Regno d’Italia s’insediò ufficialmente, la vera causa della sollevazione popolare si rivelò come il prodotto di un incontenibile disagio sociale. Il vecchio regime borbonico era caduto per l’iniziativa garibaldina di tipo rivoluzionario che aveva alimentato nelle masse meridionali concrete speranze di un radicale rinnovamento della società locale, ma il nuovo governo che nel 1861 prese le redini del potere era l’espressione della borghesia, quella Destra storica che affrontò la questione meridionale con un patto di alleanza fra i ricchi possidenti del Nord e i proprietari terrieri del Sud, eludendo la promessa della tanto agognata riforma agraria che doveva destinare la terra ai contadini. La realtà apparve ben presto in tutte le sue sfaccettature negative per il popolino: le strutture economiche e sociali rimasero immutate mentre faceva capolino un nuovo nemico agli occhi delle masse di diseredati. Lo Stato forte dell’Italia unificata imponeva una rigida centralità amministrativa introducendo pesanti balzelli che andavano a gravare sul capo dei più deboli, l’insopportabile ingerenza dei prefetti di polizia e la norma della ferma militare obbligatoria, particolarmente invisa alle popolazioni povere del Sud. A tutto ciò andava aggiunta l’incapacità da parte della Destra conservatrice di affrontare la questione del Mezzogiorno focalizzando come esigenza primaria la questione sociale che fu invece la vera molla scatenante dell’esplosione di quel gravissimo fenomeno di rivolta popolare noto come brigantaggio meridionale.
Garibaldi, il miglior giudice di insurrezione e di guerra, in un libro che scrisse poi rese omaggio al valore dei briganti napoletani, i quali, non raggruppati dal re ad esercito, senza altri capitani che i propri capi, senza programma e senza bandiera, resistettero siffattamente per anni a tutti gli sforzi del governo nazionale da costringerlo all’umiliazione di dovere per essi sospendere le guarentigie statutarie, sostituendo a Napoli luogotenenti a luogotenenti, mutando nella campagna più di un generale, discendendo finalmente a una guerra di sterminio così orribile di ferocia che si dovette e si deve ancora nasconderla alla storia.

IL GENERALE CIALDINI CONTRO IL BRIGANTAGGIO

Dalla Terra di Lavoro il brigantaggio si era già propagato in tutto il Mezzogiorno. A domarlo fu chiamato il generale Cialdini

che costituì un corpo di guardie nazionali mobili in ogni distretto, con l’intendimento di opporre Napoletani a Napoletani e così interessarne almeno una parte in favore del governo; ma l’espediente non fu troppo benefico.
La prima mossa strategica di Cialdini fu di occupare il Principato Ulteriore e la Capitanata, per mantenersi aperte le comunicazioni con le Puglie e l’Adriatico, tagliando in due la rete del brigantaggio e chiudendo alle bande del Mezzogiorno il rifugio dello Stato pontificio.
Vennero saccheggiati paesi, arse a dozzine le borgate senza pietà ne agli infermi, ne ai fanciulli, ne ai vecchi; si fucilò a caso per qualunque sospetto; non si vollero prigionieri, ma cadaveri.
Ci furono violenze inaudite da ambo le parti.
Ma Cialdini era consapevole che bisognava ubriacare l’opinione pubblica di sdegno contro i briganti, e perché ciò si avverasse abbisognava che i quotidiani piú importanti, a tiratura locale e nazionale, parlassero continuamente delle nefandezze e delle malvagità contadine.

LE POPOLAZIONI DEL SUD PASSARONO COME BARBARI


Le popolazioni del Sud venivano dipinte come primitive, barbare, invasate di religione, analfabete; i partigiani regi venivano fatti passare per briganti che scannavano e decapitavano i soldati piemontesi. Eppure pochi anni prima quella persone appartenevano ad un Regno Florido uno dei primi d’europa, al quale nell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato il Premio per il terzo Paese al mondo come sviluppo industriale (I in Italia);
Un regno dove vi fu:
Primo ponte sospeso in ferro in Italia (sul Fiume Garigliano);
Prima ferrovia e prima stazione in Italia (tratto Napoli-Portici);
Prima illuminazione a gas di città;
Primo telegrafo elettrico;
Prima rete di fari con sistema lenticolare;
La più grande industria metalmeccanica in Italia, quella di Pietrarsa;
L’arsenale di Napoli aveva il primo bacino di carenaggio in muratura in Italia;
Primo telegrafo sottomarino dell’Europa continentale.
Primo esperimento di Illuminazione Elettrica in Italia a Capodimonte;
Primo Sismografo Elettromagnetico nel mondo costruito da Luigi Palmieri;
Prima Locomotiva a Vapore costruita in Italia a Pietrarsa
Prima flotta mercantile in Italia (terza nel mondo);
Prima compagnia di navigazione del Mediterraneo;
Prima flotta italiana giunta in America e nel Pacifico;
Prima nave a vapore del Mediterraneo;
Prima istituzione del sistema pensionistico in Italia (con ritenute del 2% sugli stipendi);
Minor numero di tasse fra tutti gli Stati italiani.
La più grande Industria Navale d’Italia per numero di operai (Castellammare di Stabia, 2000 operai);
La più alta quotazione di rendita dei titoli di Stato (120 alla Borsa di Parigi);
Rendita dello Stato quotata alla Borsa di Parigi al 12%;
Minor tasso di sconto (5%);
Prima Nave da guerra a vapore d’Italia (pirofregata “Ercole”), varata a Castellammare;
Prima Nave da crociera in Europa (“Francesco I”);
Primo Piroscafo nel Mediterraneo per l’America (il “Sicilia”, 26 giorni impiegati);
Prima nave ad elica (“Monarca”) in Italia varata a Castellammare;
Prima città d’Italia per numero di Tipografie (113 solo a Napoli);
Primo Stato Italiano in Europa, per produzione di Guanti (700.000 dozzine di paia ogni anno);
Primo Premio Internazionale per la Produzione di Pasta (Mostra Industriale di Parigi);
Primo Premio Internazionale per la Lavorazione di Coralli (Mostra Industriale di Parigi);

Ora erano barbari ed incivili quindi in nome della civilta’ potevano essere decapitati o incarcerati. Non mancarono i casi in cui le truppe piemontesi
utlizzarono come monito e rappresaglia nei confronti delle comunità insorte l’esposizione dei cadaveri orrendamente mutilati di persone fatte prigioniere.
I militari solitamente così avari di immagini, rivelano un’improvvisa prodigalità fotografica durante la repressione ,Ufficiali e soldati collaborano a mettere in posa i fucilati davanti all’obiettivo

In altre parole Cialdini con poteri eccezionali, comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie e incendi di villaggi ,
restano famigerati il cannoneggiamento di Mola di Gaeta del 17 febbraio 1861 (dopo l’unità italiana, dall’aggregazione del borgo con altri Comuni limitrofi nasce Formia), nonché gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo nell’agosto 1861.A Gaeta, Cialdini sperimentò la prima guerra batteriologica moderna, infettando l’acquedotto di Monte Conca con carcasse di animali morti e provocando quella tremenda epidemia di tifo petecchiale .La medesima tattica fu adottata durante la rivolta siciliana del 1866, per costringere alla resa quella Palermo che aveva osato ribellarsi alla nuova Italia.

Gli strumenti a disposizione della repressione venivano, nel frattempo, incrementati, con la moltiplicazione delle taglie e l’istituto delle deportazioni: questa era la forma reale del domicilio coatto.
Nell’agosto 1863 venne emanata la “famigerata” legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti.

L’opera comincio’ ad avere i suoi frutti.Il Cialdini aveva raggiunto l’obiettivo strategico principale: cancellare le premesse per una possibile sollevazione generale e militarmente coordinata dei guerriglieri delle province meridionali.
L’azione collettiva , con i metodi adottati dai piemontesi , si affievoliva e degenerò così, sempre più spesso, in mero banditismo.
Continuava l’azione di poche e isolate bande d’irriducibili ma, vista l’impossibilità di ottenere risultati politici e per non logorarsi in un’eterna guerra civile, la spinta insurrezionale volgeva gradualmente al termine.Nel 1869 furono catturati i guerriglieri delle ultime grandi bande con cavalleria e a gennaio 1870 il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale del brigantaggio

La vergogna della fortezza delle finestrelle

Costruita per difendere i confini del regno di sardegna da una probabile invasione Francese, in realtà nel corso della sua storia è stata utilizzata quasi esclusivamente come prigione .Fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone.

Dal 1861 con l’invasione del Regno delle due Sicilie ad opera dei piemontesi, i soldati del disciolto esercito Borbonico, che, sentendo alto il senso di appartenenza al Regno di Napoli, al grido di: “uno Dio uno Re”, non vollero tradire e furono deportati a migliaia nella fortezza di Finestrelle, ove la quasi totalità perse la vita per le dure condizioni di vita e per l’inclemenza delle condizioni atmosferiche della zona. Vestiti da divise di tela, i soldati Borbonici non potevano certo sopportare il rigido clima della zona, finestre senza vetri (poichè i meridionali dovevano abituarsi al clima rigido del nord). I corpi dei soldati, che morirono sulle alture di questa fortezza non sono mai stati ritrovati, si sa però per certo che i piemontesi usavano gettare nella calce viva i morti, è ancora possibile vedere una di queste buche dove sono stati ritrovati resti umani disciolti in una fanghiglia non ben definibile, con brandelli di accessori delle divise borboniche. La storia dei vincitori aveva condannato all’oblio i fieri e fedeli soldati, vittime di questo vero e proprio genocidio.

Nella fortezza delle Finestrelle a Torino, furono sterminati oltre ventimila soldati dell’Esercito Napoletano per non avere tradito il proprio Re e la propria Nazione. Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiurie contro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per “rieducare” con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei.
Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusate ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano stati catturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso del forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti.

LE CONDIZIONI ECONOMICHE DEGLI STATI PRIMA DELL’UNITA’

Da “Scienze delle Finanze” di Francesco Saverio Nitti (Pierro, 1903) scopriamo che le monete degli antichi Stati Italiani al momento dell’annessione ammontavano a circa 669 milioni, di cui ben 443 milioni appartenevano al Regno delle Due Sicilie (il Banco di Napoli poteva vantare la più grande raccolta di denaro pubblico) e i restanti 226 milioni erano ripartiti fra: il regno di Sardegna, Lombardia, Ducato di Modena, Parma e Piacenza, Roma, Romagna – Marche e Umbria, Toscana, Venezia. Come dire che nel Regno dei Borbone c’erano il doppio dei soldi che nel resto d’Italia. Persino la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la Rendita dello Stato napoletano al 120 per cento, ossia la più alta di tutta l’Europa.Il Regno prima dell’avvento dei Borbone non se la passava bene, ma con il loro avvento le cose cambiarono radicalmente, a cominciare dal numero degli abitanti. Nel 1815 quando essi rientrano di nuovo la popolazione era di 5.060.000 e nel 1836 di 6.081.993, nel 1846 la popolazione arrivò a 8.423.316 e dieci anni dopo a 9.117.050. Questo vorticoso aumento della popolazione ha nome e cognome: benessere e progresso civile e sociale.
Nella conferenza internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio del terzo paese del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia, per sviluppo industriale. Nel Meridione ad opera dei Borbone si ebbe la prima repubblica socialista del mondo: nacque, infatti, a San Leucio, ove, oltre ad 80 ettari di terreno adibito ad agricoltura, sorse la più famosa seteria di tutti i tempi.

DOPO L’UNIFICAZIONE IL SUD S’IMPOVERI’

Secondo alcune fonti storiche e da quanto abbiamo potuto appurare dallo lo storico meridionale Gigi Di Fiore, i piemontesi non si fecero scrupolo di usare mafiosi e camorristi per favorire l’avanzata di Garibaldi, o di usare leggi speciali e fucilazioni per sedare le rivolte che ci furono nel Sud quando arrivò quel nuovo stato imposto con violenza. “Non c’era consenso da parte dei meridionali, né legittimazione, le masse furono estranee a quel processo di unificazione – ha spiegato Di Fiore citando il suo libro “Controstoria dell’Unità d’Italia” – La rivoluzione risorgimentale fu una rivoluzione elitaria, che servì ad ampliare il Regno del Piemonte anche al Sud”.
I guai peggiori per il Meridione, secondo lo scrittore, vennero dopo l’impresa di Garibaldi, perché prima del suo arrivo, la ricchezza prodotta al Nord e al Sud erano uguali. Dopo l’unificazione, invece, al Sud chiusero cantieri navali, stabilimenti ferroviari, aumentò all’improvviso la disoccupazione, furono venduti beni demaniali e gran parte delle risorse trasferite al Nord; furono sequestrati depositi bancari e il Banco delle Due Sicilie perse le riserve auree a favore del Banco di Torino. L’economia del Meridione in poco tempo crollò.

“Gli investimenti dopo l’Unità vennero fatti soprattutto al Nord, le tasse invece le pagò soprattutto il Sud, e molte persone furono costrette a emigrare – ha continuato Di Fiore – La situazione peggiorò sia in campagna che in città. I contadini meridionali rimasero solo braccianti, non ottennero le terre demaniali, nonostante Garibaldi gliele avesse promesse. E poi Napoli all’improvviso non era più capitale, quindi chiusero gli uffici di governo e sparì anche il terziario”. Insomma quel Sud florido almeno quanto il Nord, secondo l’autore, subì proprio un colpo durissimo da cui non si è più potuto riprendere.

AL SUD ITALIA FU UNA VERA E PROPRIA PULIZIA ETNICA

Cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863 “per la repressione del brigantaggio nel Meridione”. Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca: le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento di destino: “O briganti, o emigranti”.Deportazioni, l’incubo della reclusione, persecuzione della Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figlie di “briganti”) costretti ai ferri carcerari. Una pagina non ancora scritta è quella relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati “vinti”. Il governo piemontese dovette affrontare il problema dei prigionieri, 1700 ufficiali dell’esercito borbonico (su un giornale satirico dell’epoca era rappresentata la caricatura dell’esercito borbonico: il soldato con la testa di leone, l’ufficiale con la testa d’asino, il generale senza testa) e 24.000 soldati, senza contare quelli che ancora resistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto.
A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì “Depositi d’uffiziali d’ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie”. La Marmora ordinò ai procuratori di «non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l’assenso dell’esercito». Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l’intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S.Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S.Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord.

In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzione ed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie

I DELEGATI DI POLIZIA EX DELINQUENTI CAMORRISTI


Come in Sicilia con alcuni mafiosi , anche a Napoli i dodici capi quartiere della camorra assicurarono a Garibaldi un ingresso tranquillo in città, poi alcuni di loro furono ricompensati ottenendo un incarico nella polizia o nella guardia nazionale.
Nel loro innovativo ruolo di “tutori dell’ordine”, i camorristi furono stati dotati di una coccarda tricolore come segno di riconoscimento.

L’arrivo di Garibaldi a Napoli

Quando Garibaldi arrivo in treno alla stazione di Napoli Garibaldi lo salutarono Liborio Romano, nella sua nuova veste di ministro garibaldino (è stato il ribaltone più fulmineo della storia italiana) davanti a una folla enorme. il Generale sale su una carrozza assieme a fra’ Giovanni Pantaleo (lo stravagante cappellano dei Mille), Agostino Bertani (il medico che, alla fine dell’avventura, sarà uno degli uomini più ricchi di Lombardia), il conte Giuseppe Ricciardi e il patriota calabrese Demetrio Salazaro.
Con loro ci sono, in posizione di evidente privilegio, anche i nuovi amici: Tore ‘e Criscienzo

e i suoi luogotenenti Michele ”’O chiazziere” (il collettore delle tangenti) e “O schiavuttiello”. La presenza del “capo” e dei “capipanza” garantisce a Garibaldi l’incolumità e alla Camorra una nuova autorevolezza
Nei giorni seguenti Garibaldi assegna riconoscente alla Camorra un contributo di 75.000 ducati (circa 17 milioni di Euro) da “distribuire ai bisognosi del popolino” e poi attribuisce una pensione vitalizia di 12 ducati mensili (circa 2.700 Euro) a Marianna de Crescenzo (pudicamente indicata sulla delibera come Marianna la Sangiovannara, sorella di Tore e proprietaria della bettola dove si riuniva il vertice malavitoso), Antonietta Pace, Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher e Pasquarella Proto, e cioè all’intero gotha femminile del simpatico sodalizio partenopeo.

Ma quel che è peggio, Garibaldi “sdogana” la Camorra e ne consacra l’autorità e l’immagine di fronte al popolo umiliando l’autorevolezza delle forze di polizia. Aveva fatto lo stesso in Sicilia con la Mafia, in una disinvolta e patriottica interpretazione del “fine che giustifica i mezzi”. Ed è stato solo il primo di una lunga lista di potenti che hanno avuto strani compagni di merende.

Quando si invoca oggi il ritorno dell’autorità dello Stato nella Napoli devastata dalla Camorra, si dimentica che la prima (e sempre esaltata) apparizione locale dello Stato italiano ha avuto il volto strafottente dei camorristi, con coccarda tricolore e un dito alzato. Allora era l’Indice.

GARIBALDI GRAN CONQUISTATORE ANCHE DI DONNE

Molte donne si innamorarono del Generalissimo , e lui un rude soldato, ma quasi femmineo nella cura della persona non fu un grande amante in quanto preferiva essere amato inorgoglito da quell’aspetto un po’ selbaggio.Il ruolo giocato dal suo aspetto fisico: i lunghi capelli di grano, la faccia leonina incorniciata da una barba selvatica, lo sguardo limpido e cangiante come il topazio dal celeste al verde faceva colpo sulle donne. Carico di gloria e pieno di debiti. E il suo magnetismo derivava anche dalla sua personalità che a molti rimase sconosciuta, quasi inafferrabile. E le donne pretendevano di impadronirsene sentimentalmente. Era davvero venerato. Una nobildonna inglese Lady Shaftesbury lo pregò di donarle una ciocca di capelli. Molte di loro, dopo la passione iniziale, ricopriranno per il patriota solo un ruolo materno. Orso, ruvido, maldestro, genuino fino alla sgarbo, Garibaldi ebbe tante spasimanti, tra cui una ortolona genovese e vedova. La contessa Maria Martini della Torre,

che pazzamente invaghita del suo idolo, lasciò il marito e, si offrì a Garibaldi come compagna “indivisibile” nella gloria e nella sventura. Ma il generale non ne fu mai innamorato. La nobildonna, per questo, tenterà il suicidio, alla fine sarà rinchiusa in manicomio, circondata, racconta Goldoni, da panni rossi come le mitiche camicie. Quelle color sangue, che secondo il giornalista, erano destinate in gran parte ai macellai di Buenos Aires.

Madame Louise Colet, una poetessa spregiudicata.

La moglie del poeta Lord Byron, Anne Isabelle, che gli procurò molto denaro.

Mrs Deidery, una gentildonna londinese, che pur di vivere accanto a Garibaldi, si addosserà il compito di educare i suoi figli inquieti. Mrs Mary Selly, moglie del deputato inglese Charles, che aveva ospitato Garibaldi nelle sua villa all’isola di Wight.

Ma le storie importanti furono altre. Ebbe tre mogli ufficiali. Anita Ribeiro de Silva, conosciuta in Brasile, il suo unico grande amore. L’accompagnò nel periodo più drammatico della sua vita e morì di meningite a ventotto anni, dopo avergli dato quattro figli Menotti e Ricciotti, Rosina e Teresita.

Per Anita, dagli occhi e i capelli neri, fu un vero colpo di fulmine. Era il 27 luglio del 1839, quando la conobbe. Anita aveva diciotto anni ed era sposata, ma il consorte, in guerra dalla parte dei governativi, da tempo non aveva dato notizie di sé. Era analfabeta, ma seppe dargli tanto amore. Riuscì ad accendergli il cuore, accogliendo la sua povertà e facendo tesoro della sua ricchezza interiore. Dopo la morte di Anita, Garibaldi conobbe Emma Roberts, una nobildonna vedova, ricca, molto corteggiata, non più giovanissima, interessante, ma non bella. Si sarebbero sposati. Ma alla fine Garibaldi capì che i loro mondi erano diversi. “No, non posso farcela- disse Garibaldi (si legge nel libro, ndr), non mi ridurrò mai a una mummia come i vostri amici, fasciati di bende d’alta sartoria”. Rimasero amici, e lei continuò a finanziare le sue imprese”.

Battistina Ravello, una servetta di Nizza trapiantata a Caprera, che Garibaldi trattò come moglie, ma che non sposò mai, anche se gli dette una figlia. Fu un’amante di serie B, con cui il generale soddisfò rudemente le sue voglie dopo una lunga astinenza.

Esperance Brand, una baronessa inglese, raffinata, che a quindici anni dovette sposare il socio del padre, Alexander Brandt, il quale si suicidò dopo il matrimonio. Anche le seconde nozze non andarono bene. Il marito chiese il divorzio dopo pochi anni. Era una pasionaria, una valchiria. Colta, affascinante e il suo salotto era frequentato da letterati e politici. “Una femmina- scrive Goldoni- abituata a condurre la danza”. Garibaldi le chiese di sposarlo, ma Esperance rifiutò. Aveva capito la differenza tra sognare un’avventura romantica ed una normale convivenza..

“Fra i due- aggiunge lo scrittore- probabilmente per colpa di Garibaldi, mancò la magia che trasforma l’affetto in passione”. Continuò a provare per il condottiero affetto e attrazione.”

Se si eccettua Anita, fra tutte le donne che s’invaghirono di Garibaldi- si legge nel libro- Esperance detiene saldamente il record delle migliaia di chilometri macinati per raggiungerlo o accorrere a una chiamata, a cavallo, in treno, in carrozza, in piroscafo”. Ma le loro origini erano molto diverse. Lei nobile, lui figlio di un marinaio. In un libro di memorie Esperance, che rappresentava la versione elaborata di Anita, scrisse di Garibaldi: “Era un astro nel cielo, ma come la luna lasciava scorgere grandi macchie scure”.

Giuseppina Raimondi,

marchesina lombarda, sposata all’età di cinquantadue anni. Cinque minuti dopo il si , un garibaldino consegnò al Generale una busta in cui era scritto che la donna era incinta di un altro, il tenente Luigi Caroli. Dopo l’annullamento del matrimonio con Garibaldi, Giuseppina, che dette alla luce un bimbo nato morto, si risposò con il conte Ludovico Mancini.

Francesca Armosino,

un’altra serva trapiantata da Asti a Caprera, che sposò in tarda età dopo una lunga trafila burocratica e che gli diede tre figli. Donna intelligente che lo accudì quando si ammalò.

IL REGNO SABAUDO ERA SULL’ORLO DELLA BANCAROTTA

Sul regno delle due Sicilie c’erano gli interessi interessi di molte potenze straniere.Questa è l’epoca in cui l’Inghilterra teme l’allargarsi della Francia nel Mediterraneo, sia perché quest’ultima voleva mettere un Protettorato sullo Stato Pontificio e sia perché prevedeva di porre un principe francese a capo del Regno delle Due Sicilie. La tentata vendita della Sardegna ai Francesi da parte dei Savoia per tentare di sanare i fallimentari bilanci del governo sabaudo, così come era stata fatta in precedenza con Nizza e la Savoia, era stata bloccata in tempo dagli stessi inglesi, preoccupati sempre dell’espansione francese nel Mediterraneo.Nello stesso tempo l’Inghilterra, aiutando con finanziamenti, armi e protezioni di ogni genere i patrioti italiani per il raggiungimento della desiderata Unità, miravano a conquistare maggiori spazi sull’intero territorio siciliano, al fine di avere anch’essi un posizionamento importante nello stesso Mar Mediterraneo. Infatti i diversi aiuti finanziari e gli appoggi concessi dall’Inghilterra ai Rivoluzionari Italiani nascondevano un’invisibile appetibilità e brama, perché tra l’altro gli Inglesi miravano ad accaparrarsi le miniere siciliane di zolfo, prodotto che già compravano quasi totalmente, e che poi rivendevano a prezzo altissimo, perchè nella chimica era richiestissimo come prodotto esplodente e nelle armi da sparo; poi desideravano avere una forte presenza sul territorio della Sicilia Occidentale, in quanto già sviluppavano grossi traffici commerciali nel porto di Marsala ed infine avevano intenzione di utilizzare meglio l’importante base inglese di Bronte, la ducea protetta dall’Inghilterra e donata nel 1799 dal Re Ferdinando I di Borbone all’ammiraglio inglese Orazio Nelson.
Ma anche la tattica dei Savoia non era da meno nell’essere considerata altrettanto subdola e mirata: il Piemonte, che si trovava sull’orlo del collasso, non aveva né allargate attività commerciali ed industriali, a parte piccole banche gestite da privati, in prevalenza straniere, e né vi erano grandi banche che potessero giustificare il movimento di consistenti capitali finalizzati ad un possibile tentativo di ripresa economica; al contrario i piemontesi mirarono a conquistare il Sud industriale, economicamente ricco, soprattutto nei depositi bancari, perché conquistando l’area del Sud, avrebbero superato il triste periodo di bancarotta in cui essi si trovavano.

Lo Stato Piemontese, “povero, arretrato e feudalesco”, con una bilancia commerciale in forte passivo, era proprio sull’orlo della bancarotta, per cui Vittorio Emanuele II non aveva tanto da scegliere: o la guerra per l’occupazione del Sud o la bancarotta.

Il fondo monetario degli antichi Stati Italiani al momento dell’unificazione era di 686 milioni di ducati-oro (il riporto è in milioni per dare una più reale conoscenza della consistenza esistente). Solo il Regno delle Due Sicilie aveva capitali per 443 milioni di ducati-oro, seguito dalla Toscana con 85 milioni, dalla Romagna, Marche ed Umbria con 55, lo Stato Pontificio con 35, la Sardegna con 27 e poi tutte piccoli importi esistenti nei bilanci della Lombardia, e di Parma e Piacenza.

Il Regno delle Due Sicilie aveva un attivo in denaro considerevole, perciò era tanto desiderato dai Regnanti sabaudi, i quali seppero attendere il momento propizio dell’Unificazione Italiana per impossessarsi di tutte le ricchezze del Sud ed impoverirlo nelle imprese che avevano fatto la Storia del Regno di Napoli, compreso il tesoro dei Borboni.

CONTINUA….

preso da LE STORIE PROIBITE DELL’UNITA’ D’ITALIA   –  http://pulcinella291.forumfree.it/?t=54669080

by Emanuela  Rocca

1 commento su “LA STORIA DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, NON QUELLA DEI LIBRI DI SCUOLA…. E NOTERETE QUANTE SIMILITUDINI CI SONO CON L’UNIONE EUROPEA E LA DISTRUZIONE E SCHIAVITU’ DEGLI STATI DEL SUD EUROPA (ITALIA COMPRESA)”

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